Alcune riflessioni a seguito dell’webinar “Gramsci e le donne”

Alcune riflessioni a seguito dell’webinar “Gramsci e le donne”

Roberto Paracchini

“Sono, è vero, da molti, da molti anni abituato a pensare che esista una impossibilità assoluta, quasi fatale, che io possa essere amato”, scriveva Antonio Gramsci nel 1923 a Eugenia, una delle due sorelle della moglie Giulia. Nella stessa lettera ricorda anche le difficoltà della sua salute: “Da ragazzo, a 10 anni, ho cominciato a pensare così per i miei genitori. Ero costretto a fare troppi sacrifici e la mia salute era così debole che mi ero persuaso di essere un sopportato, un intruso nella mia stessa famiglia”. Il filosofo e dirigente politico sardo soffriva, ma allora non si sapeva, della malattia di Pott, una particolare infezione dei dischi vertebrali e delle vertebre (di cui soffrì anche Giacomo Leopardi). Ed è per questo che la sua salute era così cagionevole.

 Successivamente, già in carcere dal 1926, in una lettera del 3 ottobre del ’32 a Tatiana (l’altra sorella di Giulia) rievoca quando, a 11 anni, aveva iniziato a lavorare “per dieci ore al giorno compresa la mattina della domenica e me la passavo a smuovere i registri, che pesavano più di me e molte notti piangevo di nascosto perché mi doleva tutto il corpo”. Con l’arresto del padre, accusato di truffa, la famiglia Gramsci era diventata poverissima e fu per quello che, nonostante una madre e tre sorelle attente e premurose verso questo figlio e fratello di salute molto fragile, Antonio volle lavorare.

 La sua salute precaria e l’intenso rapporto con le donne della sua famiglia evidenzia un aspetto rilevante e non trascurabile nella formazione di Gramsci: l’importanza e il peso del corpo e di come la sua vita sia stata segnata anche da questa situazione. Vicende che, probabilmente, lo aiutarono ad affinare la sensibilità verso gli aspetti della differenza tra le persone in generale e di genere in particolare e, quindi, chiavi di lettura per capire meglio la genesi della sua forte attenzione verso quella che ha sempre chiamato “quistione sessuale”. Un quadro, che probabilmente generò un maggiore fastidio verso le ingiustizie; in un’altra lettera ricordò la sua forte contrarietà di quel periodo per le sue difficoltà economiche, per la prosecuzione degli studi nonostante avesse tutti 10 in pagella.

 Poi, vi fu prima il trasferimento a Cagliari, al liceo Dettori; poi quello a Torino con una borsa di studio per la facoltà di Lettere. E nella città del nord l’incontro con un ambiente vivace di lotte politiche legate alla prima grande industrializzazione (Fiat) e di fruttuosi scambi culturali a partire dalle riviste Leonardo e La Voce. In parallelo la nascita di un intenso rapporto con Pia Carena, che di Gramsci sarà compagna e collaboratrice, e l’inizio del suo lavoro come giornalista per l’Avanti. Anni in cui si intrecciano interessi e passioni culturali e affettive: oltre a Benedetto Croce, da registrare l’apertura agli antipositivisti (direttamente e indirettamente a Ernest Mach, Charles Peirce, Henri Bergson, Georges Sorel e William James) che lo portano alla maturazione di un originale antideterminismo, da un lato, e a una ulteriore attenzione verso le diversità di genere, dall’altro, come testimonieranno in seguito, oltre a Pia Carena, Camilla Ravera e Teresa Noce.

 Il 22 febbraio del 1917, pochi giorni dopo la prima fase della rivoluzione russa del ’17, quando novantamila lavoratrici del settore tessile erano scese in strada spontaneamente al grido di “pane e pace”, Gramsci scrisse sull’Avanti una lunga recensione del dramma di Ibsen Casa di bambola. Sottolineò in particolare l’incapacità di capire, da parte di un pubblico e di un costume borghese, la scelta della protagonista Nora, di abbandonare marito e figli per riflettere da sola su sé stessa. L’incapacità di capire un nuovo mondo morale in cui “la donna non è più solamente la femmina che nutre di sé i piccoli nati e che sente per essi un amore che è fatto di spasmi della carne e di tuffi di sangue, ma è una creatura umana a sé, che ha dei bisogni interiori suoi, che ha una personalità umana tutta sua e una dignità di essere indipendente”.

 Nel febbraio del ’21 la rivista L’Ordine Nuovo diventa quotidiano con la direzione di Gramsci che affida a Camilla Ravera la rubrica settimanale Tribuna delle donne che, all’insegna dello slogan “la donna libera dall’uomo, tutti e due liberi dal capitale”, ospita contributi delle più autorevoli rappresentanti della lotta per l’emancipazione femminile.

 Come accennato, quindi, era maturata in Gramsci una sensibilità forte verso le questioni di genere. In seguito, nei Quaderni del carcere, il rivoluzionario sardo legherà alla “quistione sessuale” la “formazione di una nuova personalità femminile”.

 Non mi addentro nelle considerazioni legate al fatto se Gramsci possa o meno essere considerato femminista. Di certo le sue affermazioni lo avvicinano alle principali istanze del movimento femminista e all’importanza data al corpo come “elemento politico”. Penso che in lui, le esperienze personali accennate siano state ulteriormente fertilizzate dalle riflessioni antipositiviste e antimeccanicistiche di cui sopra, stimolate in particolare da personaggi come William James, che oltre ad essere uno dei padri del pragmatismo, è anche il fondatore della psicologia scientifica, il cui testo fondamentale, Principi di psicologia viene elogiato da Gramsci nei Quaderni del carcere.  James, ma anche Bergson, citato spesso da Gramsci, rivendica per ogni persona uno spazio di libertà proprio della coscienza, che compenetra e organizza gli eventi. Nel ’17 in “La coscienza dei pezzi di carta” il pensatore sardo definisce “la coscienza un fluido elastico” che non si può ingabbiare in comportamenti astratti tesi a codificare “in un compendio di pezzi di carta (…) le cose lecite e le cose proibite”. D’altro canto James nei “Principi” parla della coscienza come di una “corrente che scorre”.

 Detto questo, sbaglia chi, volendo contrapporre Gramsci a Lenin, considera quest’ultimo teoricamente fragile. Un gigante della filosofia della scienza come Ludovico Geymonat prese nel 1977 il libro Materialismo ed empiriocriticismo (pubblicato da Lenin nel 1908) come uno dei punti di riferimento nel suo libro Scienza e realismo. Segno, questo, che pur con un linguaggio poco accademico e a volte spiazzante, Lenin mostrava di conoscere i classici del pensiero e di cogliere con precisione il nocciolo del problema filosofico della conoscenza che a lui interessava affrontare: l’ipotesi che la realtà esterna a noi non solo esiste indipendentemente da noi, ma che sia anche già strutturata indipendentemente dalla conoscenza che ne abbiamo. Il vero obiettivo della polemica leninista era il compagno di partito Aleksandr Bogdanov, colpito attraverso lo scienziato e filosofo Ernest Mach e il suo empiriocriticismo, in cui i concetti della scienza non rispecchiano la natura delle cose, ma sono strumenti pragmatici per organizzare i dati dell’esperienza.

 Lenin, invece, si muoveva all’interno di un’altra impostazione teorica: “la coscienza in generale riflette l’essere: questa è una tesi generale di tutto il materialismo”, afferma in Materialismo ed empiriocriticismo. Ed è proprio in base a questo riflesso che, secondo Lenin, si sono scoperte le leggi che regolano “la logica obiettiva di questi cambiamenti e del loro sviluppo storico”. Mentre nell’idea di Bogdanov (intellettuale molto apprezzato da Gramsci) la cultura, pur essendo determinata dal tipo di organizzazione economica della società, retroagisce fortemente su di essa in quanto sono la scienza e la tecnica a determinare le tecniche di produzione che, a loro volta, creano le classi sociali. La cultura quindi diviene altrettanto necessaria della vita economica in quanto dalla prima fortemente impregnata.

 La forza rivoluzionaria di Lenin si può dire derivi dalla convinzione (dettata dalla sua specifica lettura di Marx) della conoscenza delle leggi del procedere storico e dalla convinzione che queste leggi riflettono “la logica obiettiva di questi cambiamenti”. Interpretazione determinante perché dava alla struttura organizzativa tutta la potenza derivante dalla convinzione di eseguire un processo obiettivo, che nella rivoluzione del 1917 Lenin scelse di accelerare, saltando un passaggio, proprio perché seguiva questo processo obiettivo. Ed è in questo quadro teorico che negli anni Venti, Lenin ordinò di mettere (e di far mettere) da parte le tematiche di genere, interne al movimento rivoluzionario internazionale, con cui si era ampiamente confrontato negli anni precedenti. Come disse a Clara Zetkin, Alessandra Kollontaj e Inessa Armand, riteneva che in quel momento, visto anche il non sviluppo delle rivoluzioni in occidente (come inizialmente previsto dai bolscevichi) fosse necessario seguire e rafforzare con ogni mezzo il risultato della rivoluzione. Un risultato reso possibile grazie al fatto di avere seguito “le leggi di questi cambiamenti nelle loro linee principali e fondamentali”. Il che significava, implicitamente ma chiaramente, che le tematiche di genere non venivano considerate da Lenin né leggi del cambiamento, né in grado di agire su di queste.

 Aspetto, quest’ultimo che pone un interrogativo semplice ma determinante e con cui chiudo queste brevi riflessioni che prendono spunto dal bel libro Gramsci e le donne di Noemi Ghetti e dallo stimolante dibattito sulla stessa pubblicazione promosso dalla Scuola di cultura politica Francesco Cocco. Che effetti ha avuto l’eliminazione della tematica di genere nella Russia postrivoluzionaria? Per chi scrive e nonostante una nuova legislazione voluta da Lenin e aperta ai diritti delle donne, questa eliminazione ha innescato col passare degli anni e con l’accelerazione parossistica data da Stalin, un effetto disastroso. Quindi un violento declino rilevabile da almeno tre conseguenze nefaste: paura e repressione dovuta all’incapacità di affrontare l’emergere della  complessità nella società in costruzione, accentuata dal forte timore dei pericoli esterni; paura e repressione delle differenze, viste come problema e non, come in effetti sono, volano di ricchezza in tutti i sensi; e, infine, ma non ultima in termini di importanza, paura e repressione dei diritti emotivi dei propri corpi visto anche che oggi le neuroscienze hanno ampiamente dimostrato che tutti noi siamo un impasto inestricabile di emotività e di logica, e che le scelte razionali sono sempre il frutto di un equilibrio tra queste due componenti e che, infine, senza emotività non si vive ma si generano mostri.




Pd senza segretario, sulle dimissioni di Zingaretti

Pd senza segretario, sulle dimissioni di Zingaretti

di Fernando Codonesu

pubblicato anche su democraziaoggi

Qualcosa di nuovo.
L’ultima fotografia diffusa oggi dell’Istat parla di oltre due milioni di famiglie che non possono permettersi le spese indispensabili per poter vivere dignitosamente, come essere tornati a ben 15 anni all’indietro nel tempo da un punto di vista sociale a causa del Covid, non più nel 2020 quindi ma nel 2005, con un ulteriore milione di persone entrate in povertà che si aggiungono agli altri milioni di poveri già registrati.
E il PD che fa?
Zingaretti scrive: “Lo stillicidio non finisce. Mi vergogno che nel Pd, partito di cui sono segretario, da 20 giorni si parli solo di poltrone e primarie, quando in Italia sta esplodendo la terza ondata del Covid, c’è il problema del lavoro, degli investimenti e la necessità di ricostruire una speranza soprattutto per le nuove generazioni”.
Il PD è senza segretario. Alla lunga, neanche tanto a dire il vero, la continua guerra di logoramento contro Zingaretti voluta dai maggiorenti del PD, in larga parte renziani della prima ora rimasti a presidiare con forza quel partito, ha avuto la meglio. Quando sei cannoneggiato tutti i giorni dall’esterno, dai cosiddetti avversari, soggetto al fuoco amico degli esponenti del tuo stesso partito, preso a sciabolate da chi ha condiviso tutti gli atti e le decisioni assunte unanimemente negli organismo dirigenti, veramente si comprende la forza dirompente del detto: “dai nemici mi guardo io, dagli amici mi guardi Iddio”.
Si, è proprio troppo. Troppo per un segretario debole e non certo carismatico, ma sicuramente affidabile rispetto ad altri che si sono succeduti e, salvo prova contraria, onesto e che ha evitato un tracollo ben maggiore di quel partito negli ultimi anni due anni della sua segreteria.
Un partito, comunque, che non governa nessuna regione del Nord Italia che rappresenta oltre il 60% del PIL del paese e questo è un fattore di grave e irreversibile crisi di credibilità generale.
Un partito presidiato dai pretoriani renziani armati che controllavano a vista il segretario dall’interno, oltre ai 50 parlamentari che dall’esterno, leggasi Italia Viva di Renzi, erano e sono intenzionati a riprendersi quel che resta di quel partito. I fatti degli ultimi mesi vanno in questa direzione e sono precipitati all’improvviso con la nascita del governo Draghi.

Nel riposizionamento generalizzato del potere in Italia, acuito più che mai dal governo Draghi, giova fare qualche considerazione sulla corsa al centro da parte dei tanti partiti presenti nel palcoscenico della politica italiana e, ultimo in ordine di tempo, il M5S a guida Conte secondo il pensiero, si fa per dire, espresso da Di Maio e sulla necessità inderogabile di porre fine anche solo all’idea di un partito di sinistra.
Intanto si definisce centro, ma si intende destra, anche se non lo si dice espressamente.
Almeno dal mio punto di vista, quando si rinnega la sinistra e ci si sposta al centro si va a destra, non esistono vie di mezzo.
L’importante è che non ci sia la sinistra: è questo il tratto dominante della politica attuale.
Questo è un processo che dura ormai da tempo, a partire dalla nascita del PD, un partito originato da una fusione fredda tra il PDS e la Margherita, quel che restava di quei grandi partiti di massa del novecento che furono il Partito Comunista e la Democrazia Cristiana.
Alla pari del ben noto bluff planetario della fusione nucleare fredda di Fleischmann e Pons del 1989 immaginata con la fusione dei nuclei degli atomi di deuterio che non ha mai generato energia pulita, non un kilowattora neanche di quella di origine fossile a dire il vero, da tempo si è riconosciuto che quella che è stata definita la fusione fredda tra due forze politiche, il PdS e la Margherita, non ha mai generato un partito vero, caratterizzato da una precisa identità.
Per alcuni un aborto, per altri un ircocervo, animale inesistente, per altri semplicemente un ibrido capace di mimetizzarsi come un camaleonte a seconda dello spirar del vento o delle pretese del mondo dell’impresa, dei poteri forti e della onnipresente ideologia liberista sul cui altare tutto viene sacrificato, ma sicuramente non un partito riconoscibile, identificabile e affidabile per uno schieramento di strati sociali afferenti al mondo del lavoro, della piccola e media impresa, delle donne, dei giovani. Un partito riconoscibile e affidabile per gli strati sociali che pagano le tasse.
Appunto, due forze che di tanto in tanto si incrociavano sulla tolda di comando, ma che perseguivano idee, progetti e strategie differenti. Un partito di sinistra, forse in qualche breve periodo e in qualche frangente, ma mai negli atti di governo. Molto di più, invece, un partito di centro ovvero di stampo democristiano come si conveniva e si conviene ai Franceschini, Letta, Del Rio, Marcucci, Renzi, etc.
Con meno sinistra, per cui in pochi anni niente spazio per i Dalema, Bersani ed ora Zingaretti.
Zingaretti, uno degli ultimi esponenti della sinistra, impegnato comunque nel disegnare un partito più di sinistra all’interno del perimetro allargato del centrosinistra. E per questo scomodo, specialmente di questi tempi.
Una persona per bene, anche se questo non basta per farne un leader.
Certo, si è adagiato troppo su Conte e quest’ultimo che, forse avrebbe potuto guidare uno schieramento politico reale da sperimentare sul campo comprendente il PD, i 5S e i raggruppamenti vari della sinistra oggi riconoscibili in LEU, con l’ultima scelta da leader dei 5S ha affossato anche questo potenziale progetto.
E poi quella giravolta in un solo giorno che dall’indicazione di Conte come unico leader dello schieramento progressista va immediatamente all’abbraccio di Draghi, anche se, a dire il vero, nel contesto attuale non poteva fare molto di più.

Un partito senza identità, sicuramente privo di un’identità di sinistra, ma in cui si fa fatica anche a individuare una identità di centrosinistra.
Molta Margherita che è come dire, molta ex Democrazia Cristiana, con tutto quello che significa per chi appena ricorda le scelte di quel partito e di quegli uomini nella prima repubblica.
Certo non sfugge che quel partito è stato capace di boicottare Prodi come candidato presidente della Repubblica, vedasi i famosi 101 secondo molti osservatori guidati da Renzi, ha silurato Bersani come segretario del partito nel 2013 con la regia di Napolitano, e da lì è nata la segreteria Renzi che poi ha sostituito Letta al governo con la famosa frase da Giuda “Enrico, stai sereno”.
Insomma, più che un partito, un nido di vipere.
E ora una riflessione amara sulla sinistra che non c’è, proprio quando sarebbe bisogno più che mai di un partito di sinistra in grado di rappresentare gli interessi e le aspirazioni dei vasti, vastissimi strati della popolazione italiana che si trova sempre più ai margini dei processi decisionali, senza prospettive di crescita economica, politica, culturale e sociale.
Che dire poi di quel che è successo a LEU con il governo Draghi?
Contrariamente a quel che ci insegna la matematica, sono capaci di costituire tre gruppi pur essendo solo in due: è la maledizione della scissione continua e senza fine.

E’ questo ciò che resta del giorno della sinistra?

La realtà è che Zingaretti non ha fatto in tempo a dare una connotazione di sinistra al PD perché non è andato alle elezioni politiche: solo in quel caso avrebbe potuto scegliere i propri candidati dando a quel partito un’impronta e un’identità sicuramente più a sinistra rispetto a quella che caratterizzava ierei e caratterizza oggi il partito sempre egemonizzato dagli ex democristiani.
Personalmente credo che le dimissioni siano una cosa seria e per questo auguro e suggerisco a Zingaretti di non farsi incantare dalle sirene che intoneranno il richiamo con voci suadenti o peggio ancora farsi fregare da chi gli chiederà di tornare, di ritirare le dimissioni e di restare: diventerebbe un ostaggio senza più credibilità alcuna, una vaso di coccio tra vasi di ferro, ancorché ferro arrugginito e in decomposizione.

Forse bisogna prendere atto definitivamente che chi viene dalla DC, leggi Margherita, è interessato ad inseguire la forza attrattiva del “centro”, ma quello è un luogo adimensionale geometricamente parlando con un riverbero certo anche in politica, e il rischio è che i molti che intendono contenderselo finiscano con elidersi a vicenda.
Insomma, per chiarezza politica, separarsi è un bene, e se due forze hanno riferimenti ideali e strategie diverse è bene che scelgano strade diverse se ciascuna vuole riprendere un percorso di ricostruzione chiaro, riconoscibile e identificabile senza confusione alcuna.
Le dimissioni di Zingaretti fanno parte del processo di normalizzazione dell’Italia iniziato tempo addietro e accelerato fortemente con la nascita del governo Draghi.
Chi dentro quel partito, e sono tanti sia nei quadri dirigenti e territoriali e soprattutto nell’elettorato, si riconosce veramente nei valori di base della sinistra provi convintamente a intraprendere tutte le azioni possibili per rimetterne insieme i vari pezzi per riscriverne la storia, e lavori per costruire una strategia adeguata alla luce dei bisogni attuali del paese.

 




Draghi: riflessioni fuori dal coro (o dal carro)

Draghi: riflessioni fuori dal coro (o dal carro)

5 Febbraio 2021

Fernando Codonesu

Ne sono più che convinto: c’è una democrazia quando c’è un’opposizione. Senza opposizione siamo in un regime, vedasi Egitto, Arabia Saudita di Bin Salman, ma anche alcuni paesi europei come L’Ungheria e la Polonia, per non parlare della Turchia, della Russia,  etc.

E però fare opposizione, qualunque sia il governo, è un mestiere molto difficile e poco gratificante e i nostri eroi, intendo dire la dirigenza dei partiti di centrodestra e di centrosinistra di questi ultimi decenni non mi sembra costituita né da eroi, né da persone che intendono stare lontani dal potere.

E qui ritorna la famosa frase di Andreotti: “Il potere logora chi non ce l’ha”.
Quindi tutti di corsa appassionatamente sul carro di Draghi, dimenticandosi che Draghi rappresenta comunque non solo i cosiddetti poteri forti, ma è l’incarnazione stessa del potere tecnocratico ed economico finanziario, la quintessenza della Troika che colpì a morte la Grecia scrivendo inopinatamente, in quanto presidente della BCE (non della Commissione Europea o del FMI) la famosa lettera che fece capitolare la resistenza di Syriza avallata da un referendum popolare.

Peraltro in queste ore dominate dal classico servilismo nostrano si elencano solo i meriti, numerosi sicuramente, di Draghi, a cominciare dagli studi con Federico Caffè che un po’ gli invidio, e si dimenticano però alcuni atti e corresponsabilità non di poco conto. Una di queste, piuttosto grave dal mio punto di vista, di cui nessuno parla più è la sua responsabilità nei contratti derivati firmati con Morgan Stanley dal Ministero del Tesoro per la copertura del debito italiano che costarono miliardi ai contribuenti italiani. Sul punto, senza farla troppo lunga, credo che sia utile riportare il parere rilasciato da Salvatore Nottola, procuratore generale della Corte dei Conti, nella sua relazione del mese di Febbraio 2012 sui conti dello stato, “il danno fatto alle entrate dello stato, costituito dai risultati negativi dei contratti derivati, è particolarmente critico e delicato.”
Tutta la vicenda è passata in cavalleria perché non si può toccare il cavaliere bianco!
Quindi ci sono molte luci, ma anche qualche ombra come questa passata nel dimenticatoio italiano e presidenziale.

D’altronde, come letto più volte nei Vangeli, quando arriva il Salvatore, ancorché non a dorso di un asinello, ci sono sempre le folle benedicenti con le palme e i ramoscelli d’ulivo ad accoglierlo.

Ma dopo la domenica delle palme, se non ricordo male, venne la passione e sarà così anche in questo caso, passione però che non riguarderà il Draghi/Salvatore, ma tutti noi.
E’ così difficile prevederlo?

Quel che interessa sono sì i fondi del Recovery, ma è soprattutto la ridefinizione ulteriore, definitiva, del potere in Italia per i prossimi anni, a partire dagli appetiti espressi dall’onnivora Confindustria.

E i partiti e la politica?

Non pervenuti. La politica è assente da tempo immemorabile nelle latitudini italiane.
I partiti sono spesso organizzazioni personali o accrocchi indefinibili, abbarbicati come l’agave anche alle pietre pur di mantenere il potere, senza alcuna visione, leadership e idee per traguardare il futuro: ci si ferma al presente, al giorno per giorno nella speranza di avere la garanzia della rielezione. L’Italia, gli italiani, i giovani, le donne, il lavoro, le imprese: cosa sono costoro?

Cosa poteva fare Mattarella?

Secondo me niente di più di quello che ha fatto e, tutto sommato, dopo l’esplorazione di Fico ci ha risparmiato l’ultimo strazio di una sfiducia a Conte da parte del trombettiere di Rignano.
Poteva dare prima l’incarico a Conte?

Non lo so, probabilmente in tal caso sarebbe rimasta solo la carta delle elezioni che, per quanto mi riguarda, avrei di gran lunga preferito in una situazione normale, ma qui non c’è niente di normale ad incominciare dalla crisi di governo provocata irresponsabilmente da Renzi: che ego smisurato che lo porta a mettere tutto e tutti gli altri in secondo piano!

Aggiungo che sullo specifico punto delle elezioni ho trovato convincenti le motivazioni di Mattarella nel suo discorso al termine del mandato esplorativo di Fico.

Una osa è chiara. I partiti non esistono più e con quel che poco che ne resta faranno a gara a chi si siederà più vicino al capo tavola, salvo tradirlo, anche con un tradimento di massa come già successo a suo tempo con Monti che alla lunga risultò figlio di nessuno, pardon solo di Napolitano, e senza avere in cambio neanche i famosi 30 denari: ci si accontenterà delle briciole cadute dal tavolo come nella “vergine cuccia” di Giuseppe Parini.
Questo faranno perché solo questo sanno fare: scodinzolare davanti al padrone confidando sulla sua benevolenza per raccogliere le briciole.




terzo appuntamento della rassegna “Pensiero e azione politica tra attualità e storia” – Dialogo con Andrea Pubusa

Mercoledì 18 novembre, alle ore 18.30

Giovanni Maria Angioy e la nazione mancata. I cento giorni che sconvolsero la Sardegna

guarda sul canale Youtube della Scuola di cultura politica

Mercoledì 18 novembre, alle ore 18.30, è stato trasmesso in diretta sulla pagina Facebook di Matex (https://m.facebook.com/Matextv/) e in live streaming sul sito matex.tv, il terzo appuntamento della rassegna “Pensiero e azione politica tra attualità e storia” a cura della Scuola di Cultura Politica Francesco Cocco.

Giovanni Maria Angioy e la nazione mancata. I cento giorni che sconvolsero la Sardegna” – Dialogo con Andrea Pubusa” è il titolo del webinar moderato dal giornalista Anthony Muroni.

Intervengono Fernando Codonesu e Luciano Carta. Un evento che potrete vedere prossimamente anche sul canale 272 del Digitale Terrestre.

 

Fernando Codonesu presenta il libro

Giovanni Maria Angioy e la nazione mancata. I cento giorni che sconvolsero la Sardegna – Andrea Pubusa, 2020, Arkadia Editore

Con questo secondo libro dedicato a quel periodo della storia della Sardegna visto dai più come i due decenni rivoluzionari tra l’ultima decade del ‘700 e la prima dell’800, in parte già oggetto di indagine con  “Palabanda. La rivolta del 1812”, dove venivano descritti e analizzati i fatti e i protagonisti di quel movimento che scosse la Sardegna, Andrea Pubusa costruisce un quadro preciso e puntuale della vicenda di Giovanni Maria Angioy, che sicuramente è il riferimento più illustre di quella pagina di storia.

Rivoluzionario a cui guardano  come antesignano delle idee e delle aspirazioni indipendentiste alcuni movimenti di quell’area presenti nel dibattito politico sardo dei nostri giorni, ancorché pesantemente fuori dai radar a partire dalle elezioni regionali del 2019. Niente altro che un servitore della Corona per altri, facente parte del sistema che i Savoia costruirono e gestirono in quel tempo con ferocia e applicazione di una politica di terrore nei confronti degli oppositori.  Un liberale democratico rispettoso delle prerogative dell’ordine costituito a cui si può ascrivere un tentativo di costruzione di una “classe dirigente”.

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secondo webinar “I giovani e la crisi del Covid-19. Prove di ascolto diretto”- da un’inchiesta di Mauro Tuzzolino

6 novembre, ore 11,00

“I giovani e la crisi del Covid-19. Prove di ascolto diretto”.

È il titolo del webinar che sarà trasmesso in diretta sulla pagina Facebook di Matex TV (https://lnkd.in/ebz9vHm), venerdì 6 novembre alle ore 11,00.

Un confronto sul tema della Pandemia e sulle tracce che essa può sedimentare sulla popolazione giovanile. Si parte dall’ inchiesta di Mauro Tuzzolino appena pubblicata da Arkadia editore, che durante il lockdown della scorsa primavera ha ascoltato centinaia di giovani: aspetti ed impatti emotivi, la didattica a distanza, la fiducia nelle nostre istituzioni, desiderio di cambiamento costituiscono alcuni degli ambiti di approfondimento di questo “lavori in corso” che ha l’obiettivo di tendere l’orecchio verso l’universo giovanile in un momento così inedito e straordinario come l’attuale.

Modera il confronto la sociologa Ester Cois. Oltre all’autore dell’inchiesta, intervengono Maria Pia Pizzolante e Francesca Tuveri. Al sociologo Aldo Bonomi il compito di concludere.

L’evento fa parte della rassegna “Pensiero e azione politica tra attualità e storia” a cura della Scuola di Cultura Politica Francesco Cocco.  Prossimamente sul canale 272 del Digitale Terrestre e su www.matex.tv.




il 30 ottobre con il prof. De Masi inizia un ciclo di webinar su “Pensiero e azione politica tra attualità e storia”

30 ottobre, ore 18.30

WEBINAR “Smart working – Dialogo con il sociologo Domenico De Masi”

“Smart Working. La rivoluzione del lavoro intelligente – Dialogo con il sociologo Domenico De Masi”. E’ il titolo del webinar che sarà trasmesso in diretta sulla pagina Facebook di Matex TV (https://lnkd.in/ebz9vHm), venerdì 30 ottobre alle ore 18.30. Modera il giornalista Alessandro Aramu. Intervengono Rita Sanna, Fernando Codonesu, Franco Ventroni, Gabriella Lanero e Mariella Montixi. L’evento fa parte della rassegna “Pensiero e azione politica tra attualità e storia” a cura della Scuola di Cultura Politica Francesco Cocco. Prossimamente sul canale 272 del Digitale Terrestre e su www.matex.tv

di seguito l’elenco completo dei webinar




Coronavirus & Max Weber, brevi riflessioni sulla polemica con e tra gli scienziati

Di Roberto Paracchini

“Alcuni anni fa, accusato di mancanze morali, un prete veniva trasportato su un carro per le vie di Napoli seguito da una folla imprecante. Ma ecco che a un angolo comparve un corteo nuziale. Il prete si levò, impartì la benedizione e tutti quelli che erano dietro il carro caddero in ginocchio”, raccontò il filosofo Walter Benjamin (1892-1940) in Immagini di città. Come dire che il cattolicesimo ha in quella città (o almeno aveva nel 1925, anno di pubblicazione dello scritto firmato assieme ad Asja Lacis -1891-1979) un’autorevolezza indiscussa e vissuta soprattutto nella vita quotidiana.
Oggi in quel carro molti metterebbero la scienza, non perché abbia mai avuto (nel XX secolo, almeno) tanto spazio nella quotidianità per esserne infine sempre osannata, ma perché negli ultimi mesi alcune sue affermazioni sono state fruite e ascoltate dalla maggior parte della popolazione, prima con partecipazione, poi anche con dileggio. Sì, in quel carro, molti metterebbero la scienza o, meglio, gli scienziati, o meglio ancora i virologi, accusati di aver fatto in questi mesi di coronavirus Covid-19, affermazioni spesso contraddittorie: mascherine no, mascherine sì; banale influenza, virus micidiale; pericolo grave per i polmoni, allarme serio per tutti gli organi del corpo; sensibile al caldo, non sensibile al caldo; trasmissibilità diminuita, contagiosità continua; pericolo scampato, minacce incombenti ecc. ecc.
E per il momento, pur con un po’ di timoroso rispetto, in pochi sono disposti ad inginocchiarsi di nuovo di fronte alla “parola-benedizione degli scienziati”. All’inizio gli esperti virologi (ma anche gli infettivologi e gli epidemiologi) sono stati messi sul piedistallo. E i mezzi di comunicazione di massa, alla ricerca della notizia del qui ed ora, hanno accelerato la costruzione del loro piedistallo che, però, si è dimostrato più fragile e problematico di quanto sperato.
Sperato perché di fronte alla tragedia prodotta da questo coronavirus ha suonato immediatamente falsa l’atmosfera paciosa del pane e nutella ostentatamente mangiato come traduzione della filosofia dell’uno vale uno. “No – si è giustamente affermato – ora occorrono gli esperti, coloro che si basano sulla scienza”. Poi le tante contraddizioni affermate.
Cento anni fa, il 14 giugno del 1920 moriva Max Weber (nato nel 1864), uno dei più grandi sociologi dell’era contemporanea, noto soprattutto per la sua opera sul protestantesimo e lo spirito del capitalismo, che in quest’ultimo vede la decisiva impronta del primo. Un anno prima della morte pubblicò due importanti conferenze tenute all’università di Monaco, una sulla “scienza come professione” (Wissenschaft als Beruf), e l’altra sulla “politica come professione” (Politik als Beruf). Mi soffermerò un attimo sulla prima per inquadrare il discorso sulla scienza.
Ma che cos’è la scienza e chi è lo scienziato, suo ufficiante, per Weber? Per darle una fisionomia più chiara è necessaria una precisazione: in tedesco la parola “beruf”, oltre a “professione” e “lavoro”, significa anche “vocazione”. Il lavoro, in questo caso il lavoro dello scienziato, deve essere totalmente disinteressato e i suoi risultati scientifici “valgono per loro stessi” indipendentemente dai loro “successi tecnici”, come sottolineò Weber.
Nel quadro accennato una sovresposizione mediatica viene facilmente letta come un cedere alle lusinghe della facile celebrità e avrebbe ricevuto un forte biasimo da Weber: “Nel campo della scienza – precisò nello scritto citato, versione italiana curata dallo storico Delio Cantimori (1904-1966) – non è certo una ‘personalità’ colui il quale al modo di un impresario, porta sè stesso alla ribalta insieme con l’oggetto a cui dovrebbe dedicarsi”. Quindi più parsimonia sulla propria immagine, si potrebbe dire, atteggiamento però raramente seguito da diversi ricercatori in questi ultimi mesi e che ha spinto (pur col consistente aiuto dei social media e degli altri mezzi di comunicazione di massa) a vedere il singolo scienziato come “un capo e non un maestro”. Visione sommamente deleteria per Weber che ne rimarcò la scorrettezza quando rimproverava quegli studenti che andavano a lezione “per ricavarne un’esperienza che non consista soltanto in analisi e in constatazioni di fatto”, quindi no ai giudizi di valore che non si addicono alla scienza. Mentre “anzitutto, naturalmente, la scienza offre nozioni sulla tecnica per padroneggiare la vita rispetto agli oggetti esterni e rispetto all’azione umana, mediante il calcolo”, più “i metodi del pensare, gli strumenti e la preparazione a quello scopo”. Il tutto in un quadro di “chiarezza”, a patto che lo scienziato “naturalmente” la possieda, la chiarezza su questo metodo scientifico.
A questo punto è utile precisare che, storicamente, Weber si situa a un bivio: a valle di un momento di grande (e in parte, diremmo oggi, ingenua) fiducia nel pensiero scientifico e a monte di iniziali fragilità di quest’ultimo (quadro ben chiarito dal filosofo Massimo Cacciari nel suo recentissimo Il lavoro dello spirito. Saggio su Max Weber). Ma la potenza delle osservazioni del grande sociologo illumina anche l’oggi.
Chiarezza, quindi, come elemento indispensabile. Ma come può esserci chiarezza se diversi scienziati, forse tirati per la giacchetta, hanno fatto affermazioni sul Covid-19 senza precisarne i passaggi, senza chiarire cioè l’iter e il contesto teorico che ha portato a quei risultati? Dando così l’impressione di affermazioni apodittiche e causando in tal modo varie contraddizioni, oltre che con sé stessi in tempi diversi, con altri ricercatori. Weber, anche in questo caso, è stato molto chiaro: “Nessuna scienza è assolutamente priva di presupposti…” perché la scienza è “un sapere”, che presuppone “i metodi del pensare”, e non “un possedere” tipico degli atteggiamenti di fede. Con in più la considerazione che l’accrescimento delle conoscenze scientifiche attorno a un virus prima sconosciuto, come il Covid-19, è un progredire che non avviene di colpo ma passo dopo passo con l’intervento e il concorrere di diversi fattori: teorici, sperimentali, clinici e ambientali, che contribuiscono con modalità e tempi differenti. Falsificandosi, a volte e progredendo, altre. E modificandosi più o meno velocemente con ipotesi, casualità ed esperimenti, sino ad un risultato considerato positivo, ma pur sempre negoziabile.
E Weber in poche frasi chiarisce molto bene il nucleo del progredire scientifico. Facendo un parallelo con l’opera d’arte, che quando è “veramente ‘compiuta’ non viene mai superata”, per l’autore de La scienza come professione “viceversa, ognuno di noi sa che, nella scienza, il proprio lavoro dopo dieci, venti, cinquanta anni è invecchiato. E’ questo il destino, o meglio, è questo il significato del lavoro scientifico (…)”. Ed ancora: “ogni lavoro scientifico ‘compiuto’ comporta nuovi ‘problemi’ e vuol invecchiare ed essere ‘superato’. A ciò deve rassegnarsi chiunque voglia servire la scienza. Senza dubbio, vi sono opere scientifiche che possono conservare durevolmente la loro importanza come ‘mezzi di godimento’ a causa delle loro qualità artistiche, oppure come mezzi per educare al lavoro. Ma essere superati sul piano scientifico è – giova ripeterlo – non solo il nostro destino, di noi tutti, ma anche il nostro scopo. Non possiamo lavorare senza sperare che altri si spingano più avanti di noi”. Affermazioni teoricamente importanti e deontologicamente potenti.
Tornando al carro iniziale, probabilmente, molti scienziati di oggi avranno capito che per mantenere l’autorevolezza della scienza da loro impersonata (a meno che non la si voglia solo maldestramente recitare) occorre non dimenticare mai che, weberianamente, si deve essere “maestri” e non “capi”. E il mondo politico, da parte sua, dovrebbe capire che adottare scorciatoie comunicative soddisfa probabilmente l’appetito del qui ed ora notiziabile, ma non certo quello dell’informazione corretta. In una società complessa, come è la nostra, va tenuto conto, da parte di chi governa, che anche gli scienziati sono fatti di carne e sangue, e relativi pregi e difetti; mentre è ad altri, esperti della comunicazione e divulgatori scientifici, che andrebbe affidato il compito di un’informazione così delicata, se si vuole che sia più correttamente esplicativa e, quindi, meno contraddittoria e più fruttuosa.




L’Europa è una sola, non è quella dei nostri sogni

di Fernando Codonesu

Se è vero che in questi ultimi tre mesi vi sono stati importanti piccoli passi avanti dell’Europa che, messi insieme come dice Franco Ventroni (http://www.democraziaoggi.it/?p=6530; www.manifestosardo.org/leuropa-che-vogliamo-un-piccolo-passo-in-avanti), fanno segnare una vera svolta della politica dell’istituzione comunitaria di fronte ai problemi sanitari, economici e finanziari generati dalla pandemia da COVID-19 in tutta l’area europea, è per me anche condivisibile la posizione più cauta, direi laica e disincantata, con un pizzico di sana diffidenza che non  guasta, sostenuta da Roberto Mirasola (www.manifestosardo.org/prospettive-pericolose). Altra è la posizione di chi intende lavorare per un’altra Europa tutta da inventare e da costruire, una posizione così idealistica, marginale e iperminoritaria, fatta propria da certa sinistra fuori dal principio di realtà, su cui non intendo soffermarmi in questa sede.

In sostanza, dal mio punto di vista, le due posizioni di Ventroni e Mirasola riflettono due angolazioni complementari e chi fa politica le deve seguire entrambe, perché la partita che si gioca sul campo europeo è quella che va giocata fino all’ultimo minuto e si vince solo se si sanno creare alleanze politiche e culturali tali da dispiegare rapporti di forza complessivamente più favorevoli alla causa italiana e a quella dei paesi maggiormente indebitati.

Quello che abbiamo di fronte è un cammino così irto di difficoltà e di pericoli che richiede nervi saldi, determinazione e un quadro politico nazionale molto più coeso di quello che vediamo tutti i giorni per delineare un programma di “ricostruzione” che abbia qualche possibilità di successo.

Il quadro economico e politico nazionale e internazionale ha visto negli ultimi due mesi oltre 4 miliardi di persone in lockdown, un fatto mai successo nella storia, con tutto quel che ne consegue: con la sola esclusione della Cina il cui PIL per il 2020 è atteso a +1%, in tutto il resto del mondo si registra una grave recessione, con punte di vera e propria depressione economica per alcuni paesi che durerà nel tempo.

Possiamo affermare che la crisi dovuta alla pandemia da COVID-19 è molto più devastante di quella di origine finanziaria del 2007/8. Al riguardo, oggi negli USA sono stati diffusi i dati sull’occupazione del settore privato che nel solo mese di aprile ha avuto una perdita di 20,2 milioni di posti di lavoro mentre nel mese di febbraio del 2009, per fare un raffronto significativo, erano venuti a mancare 835.000 posti di lavoro!

Nel 2019, dopo 12 anni dalla crisi finanziaria e poi economica del 2007/8, il PIL del nostro paese presentava ancora un differenziale di sei punti percentuali in meno rispetto ai dati pre crisi, con un miliardo di ore lavorate in meno pur in presenza di un numero di occupati leggermente superiore al dato del 2008. Mantenendo gli stessi parametri operativi nell’andamento dell’economia nel decennio 2010/2019, peraltro non dissimile da ciò che abbiamo visto almeno a partire dai primi anni ’90 del secolo scorso, e considerando le capacità di reazione e di organizzazione del lavoro italiano già ampiamente verificate in questo periodo storico, è facile prevedere che per riprenderci dal colpo inferto dalla pandemia del coronavirus alla nostra economia ci sarà bisogno di uno sforzo senza pari per almeno 20/25 anni: forse di più, sicuramente non meno!

Insomma, una generazione, forse una generazione e mezza per riprenderci e ritornare al livello attuale, ma continuerebbe purtroppo a permanere quel differenziale del 6% in meno mai colmato rispetto al PIL italiano prima del 2008.

Una brutta prospettiva, mi pare.

A questo punto la discussione tutta italiana sui risultati dell’eurogruppo e la validità degli strumenti in campo come il MES, gli eurobond, il recovery fund, il ruolo della BCE vanno inquadrati in questo quadro generale e non avendo a riferimento i nostri soliti confini nazionali e, tanto meno, le beghe quotidiane di alcune forze politiche nostrane per qualche potenziale voto in più da raccattare nei sondaggi.

Parafrasando qualcuno si può dire molta, troppa confusione sotto il cielo, solo che la situazione non è “eccellente”, ma pessima da qualunque parte la si guardi.

Il quadro appena delineato è ancora più fosco se si ragiona sui dati appena esposti dalla Commissione europea sulla recessione di tutta l’Europa, con l’atteso calo del PIL più pesante per il trio di coda Spagna (-9.4%), Italia (-9.5%) e Grecia (-9.7%).

Per noi si profila un debito al 155% del PIL, ma più probabilmente è destinato ad aumentare di almeno altri 10-15 punti: un disastro, specialmente se venisse a mancare l’ombrello della BCE.

In questo quadro già difficile e molto problematico di per sé si è abbattuta la sentenza della corte costituzionale della Germania che, comunque la si veda e nonostante il parere rassicurante del Presidente del Consiglio Conte  che nell’intervista concessa al Fatto quotidiano ha rimarcato che la legislazione europea, e quindi le decisioni assunte dalla BCE riguardanti il QE (Quantitative Easing, acquisto dei titoli di stato dei vari paesi, a partire da quelli con maggiori sofferenze a causa dell’altro debito pubblico), è prevalente rispetto alle sentenze di qualunque Corte costituzionale degli Stati aderenti, costituisce un ulteriore grave colpo alla costruzione dell’Europa di cui mette a nudo per lo meno la farraginosità dei suoi meccanismi decisionali.

L’ulteriore stallo è evidente se si pensa che la Bundesbank è tenuta “contemporaneamente” a rispettare le decisioni della BCE e quelle della propria Corte costituzionale. A me sembra evidente che in caso di decisione conflittuale come il concorso ai prossimi acquisti dei Bond degli Stati indebitati la posizione interna tedesca per il NO, diverrà prevalente e l’eventuale decisione di altri acquisti da parte della BCE, in qualunque forma, sotto l’ombrello del QE diverrà alla lunga insostenibile.

Non bastasse tutto questo, pare che ci siano all’orizzonte anche alcune condizionalità sul MES dedicato agli aspetti sanitari del COVID-19, volute dalla solita Olanda che, anche in questo caso, pare agisca sotto dettatura in lingua tedesca.

Pur apprezzando i piccoli passi positivi evidenziati da Ventroni nei suoi interventi, in questo quadro allora meglio, molto meglio un atteggiamento guardingo e disincantato, perché in economia come nella politica, a qualunque livello, le decisioni vengono assunte sulla base dei rapporti di forza e queste sono ancorate a precisi filoni culturali e, aggiungerei, religiosi con radici secolari ampiamente note.

In questa Europa caratterizzata in politica estera dalla Francia e nella politica economica e fiscale dall’interesse prevalente della Germania, ora che sembra finalmente definito il ruolo ambiguo svolto dalla  Gran Bretagna con la decisione sulla Brexit, per certi aspetti continuano ad essere presenti nella politica europea atteggiamenti ereditati da quelle che furono note come guerre di religione di altre epoche storiche, purtroppo mai del tutto accantonate e superate.

Gratta, gratta, infatti, al fondo dei due diversi approcci ai problemi dell’Europa vi sono due visioni culturali (quasi tre fino a tutto il 2019 se si tiene conto della Gran Bretagna) che hanno un fondo religioso.

A proposito del rigore dei paesi del Nord Europa si dice infatti che si tratti di un approccio da formiche laboriose, di contro ai paesi latini, gli spendaccioni, che vengono continuamente accomunati alle cicale canterine.

Ma è proprio così?

Se diamo dei nomi e cognomi alle “formiche”, ovvero Germania, Olanda, Svezia, Finlandia e Austria, è facile osservare che si tratta di culture che hanno come riferimento Lutero e Calvino e, al riguardo,  per comprendere appieno la valenza del protestantesimo quale fondamento del capitalismo moderno si rimanda alla lucida e profonda analisi svolta da Max Weber nel libro “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo”.

In buona sostanza già con Lutero, e quindi con Calvino, la povertà francescana come via per la testimonianza di Dio è stata espunta dal credo di fondo degli aderenti alla chiesa riformata a vantaggio dell’etica del lavoro e dell’accumulazione della ricchezza sulla terra.

Già per Lutero la concezione del sacro si era spostata dall’abito monacale all’abito civile, per esigenza di sintesi si può dire che il principio cardine benedettino “ora et labora” che rappresentava l’essenza del monachesimo, veniva spostato nel tempo di tutti i giorni e nella costruzione del lavoro: è il lavoro che costituisce l’aspetto sacrale, tanto più alto quanto più consente il successo e la ricchezza.

Per i calvinisti, il lavoro rappresenta un’evidenza etica e il profitto, lungi dal rappresentare come proposto da Marx il frutto dello sfruttamento della classe lavoratrice, diventa lo scopo della vita perché il guadagno è il risultato dell’abilità individuale. Quando poi la concentrazione e l’accumulazione del capitale in poche mani diventa così enorme da far gridare alcuni allo scandalo della disuguaglianza quale manifestazione diabolica dell’ingiustizia sociale, per queste culture non c’è nessun problema, neanche di coscienza, in quanto si tratta di un risultato delle capacità individuali che viene premiato da Dio.

A differenza dell’insegnamento cattolico per cui è più facile che un cammello passi nella cruna di un ago piuttosto che un ricco entri nel regno dei cieli, qui non è così. I ricchi sono i predestinati, hanno già tracciato la propria autostrada per il paradiso grazie alla ricchezza accumulata con il proprio lavoro: il profitto è professione, la professione è il profitto, il profitto è sacro e benedetto da Dio: è la via maestra per il paradiso.

Nessuno sfruttamento e nessun ripensamento: tutt’al più c’è lo spazio per un po’ di “carità pelosa” nei confronti dei più diseredati possibilmente per farne cassa di risonanza mediatica ed aumentare ancora di più la possibilità di accrescimento della propria ricchezza agli occhi del proprio Dio.

Credo che dobbiamo ricordare sempre che queste sono le cosiddette formiche dei paesi del nord Europa e da qui deriva il comportamento di fondo sul rigore dei conti che viene preteso anche per gli altri paesi europei, anche di altre religioni e ancor di più nei confronti dei laici e dei non credenti: è una cultura e non  un atteggiamento estemporaneo o il frutto avvelenato della costruzione europea.

E l’Europa è quella che è, quella che vediamo tutti i giorni, non quella dei nostri sogni o quella pensata dai padri fondatori.

Se l’euroscetticismo avanza e il sogno dell’Europa viene meno in larga parte dell’elettorato europeo, come non ricordare che questo è tutto da addebitare alle scelte politiche compiute dai singoli stati a cominciare da chi ha boicottato i referendum nazionali indetti per l’approvazione del progetto di costituzione europea nel 2005. Sul punto giova riportare alcune date di cronaca diventata storia.

 In data 29 ottobre 2004 a Roma veniva firmata solennemente la Costituzione europea. Dopo nemmeno un anno, tra maggio e giugno del 2005, i francesi e gli olandesi bocciarono quell’idea poco amata e al seppellimento definitivo provvidero britannici, polacchi e danesi sospendendo i loro referendum e rendendone così impossibile la ratifica.

Il tradimento della Costituzione, però, nasce ancora prima e parte dal momento in cui si forza la mano nel voler definire come Costituzione un progetto di riforma e di semplificazione dei trattati in vigore senza un reale processo costituente.

Un processo costituente infatti implicherebbe una rifondazione di sovranità e di legittimità democratica, con un popolo che si sente prima europeo e si dà una specifica cittadinanza per questo: prima europei e poi italiani, francesi, olandesi, tedeschi, ecc.

Già nel 2001, quando si avviarono i lavori per il progetto di Costituzione europea non c’era niente di tutto questo: nei governi dei singoli Stati non vi era posto per alcuna delega di sovranità o cessione di legittimità.
In quel caso, 15 anni fa, abbiamo avuto la convergenza di interessi di fatto delle tre grandi religioni cristiane (protestanti luterani-calvinisti, protestanti anglicani e cattolici dopo l’inutile battaglia fatta da papa Wojtyla per l’inserimento delle radici cristiane nel preambolo della Carta in approvazione e non approvato da Giscard D’Estaing che presiedeva il gruppo di estensori della Carta). La mancata approvazione è costata molto a larghe parti dei popoli europei che in quel progetto avevano creduto e su cui avevano riposto grandi speranze, non certo alle élite degli Stati che hanno portato avanti il boicottaggio sistematico dell’idea di cittadinanza europea e della conseguente necessità di una specifica Costituzione, quale preludio per la costruzione degli Stati Uniti d’Europa.

Certo oggi abbiamo una generazione Erasmus e ci sono e ci saranno i figli di questa generazione: su di loro va riposta la speranza per i cittadini europei di domani e non più dei singoli Stati, ma questo è di là da venire.

Nel momento in cui il progetto di costituzione abortì dopo il primo voto contrario dell’Olanda (guarda caso!) e della Francia che intendeva probabilmente anche impedire che l’ex presidente Giscard passasse alla storia, si trovano le radici dell’euroscetticismo e del populismo che oggi caratterizza larga parte dell’elettorato europeo e questo impone a quei romantici sognatori che continuano a credere nella necessità dell’Europa di aprire gli occhi e   attrezzarsi con gli occhiali della realtà alla luce del sole per trasformare quel sogno in un progetto reale. Un progetto che per andare avanti ha bisogno di militanti che apprezzino i piccoli passi positivi dei tavoli decisori come sottolinea Franco Ventroni, anche sognatori perché senza sogno non c’è vita, ma al contempo guardinghi, disincantati e con un pizzico di diffidenza che non guasta, come suggerisce tra le righe Roberto Mirasola.




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Brevi riflessioni su distanziamento e anziani

Roberto Paracchini

Dopo gli interventi di Fernando Codonesu e Mauro Tuzzolino pubblichiamo un contributo di Roberto Paracchini, socio della nostra Scuola, sul coronavirus e i suoi effetti collaterali. Si tratta di un contributo centrato sul significato profondo di alcune parole chiave ricorrenti nella narrazione di questi mesi, sugli effetti indotti sulle relazioni interpersonali a partire dagli anziani, ma altrettanto importanti per i più giovani e per le generazioni future

Oggi vi sono alcune parole ricorrenti e interconnesse. Si ripetono soprattutto nella narrazione pubblica ma anche privata: distanziamento, anziani, solidarietà, guerra. Si dice che siamo in guerra contro un nemico invisibile che, nel qui ed ora, possiamo tenere sotto (parziale) controllo solo mantenendo una certa distanza (almeno un metro) dalle altre persone (tutti coloro che non vivono nella nostra stessa casa, se non già contagiati). Il che significa che occorre evitare qualsiasi tipo di contatto (strette di mano, abbracci ecc.) con gli altri da noi, da un lato e limitare anche i “rapporti” con noi stessi (niente dita in bocca, nel naso o negli occhi), dall’altro. Il tatto, quel senso che mette la superficie del nostro organismo in contatto col mondo permettendoci di riconoscerne i caratteri fisici nelle diverse declinazioni (dalla durezza alla forma), viene precluso.

 In questi appunti non si vuole discutere l’importanza della politica del distanziamento, oggi indispensabile al fine di arginare la diffusione dello specifico Coronavirus (il Covid-19) che ha messo in crisi il mondo intero e i suoi stili di vita prevalenti. Di seguito solo poche note per evidenziare alcune conseguenze di carattere relazionale, in particolare sulle persone anziane; per poi tentare di comporre da quanto accade l’invito a un’ipotesi di intervento.

 A tal fine è importante chiarire meglio che cosa implica il distanziamento in termini socio-antropologici. Innanzi tutto va detto che il distanziamento incide sui vari sistemi della comunicazione non verbale (paralinguistico, cinesico, prossemico e aptico). Entrando nello specifico si rileva che questo influenza meno quello paralinguistico, relativo all’intonazione e all’inflessione della voce che accompagna i nostri modi di parlare; conseguenze un po’ più gravi si hanno sull’aspetto cinesico, che coinvolge l’insieme dei gesti volontari e modulati dalle emozioni e comprendenti in via prioritaria le espressioni del volto e l’articolarsi dello sguardo (perplessità, timore, colpa, ecc.). Maggiore è poi l’effetto del distanziamento sugli ultimi due sistemi. Nella prossemica, che interessa la gestione degli spazi tra gli interlocutori, si ha un’alterazione evidente della gestione dei propri movimenti di immediata prossimità. Le neuroscienze insegnano che ognuno di noi ha dei propri spazi di sensibilità (di propria giurisdizione), sensibili alla presenza fisica ravvicinata altrui e che variano a seconda del livello di confidenza ed affetto con l’interlocutore. In questo quadro vi sono gesti di contatto consuetudinari che assumono forme culturalmente determinate. Il bacio su entrambe le guance, ad esempio, è molto diffuso in Italia (in altre culture lo si dà su una sola guancia, in altre ancora ci si tocca coi rispettivi nasi, ecc.); si tratta però, sempre, di un avvicinamento con contatto, quindi a metà strada tra la prossemica e l’aptica e rappresenta un modo per indicare condivisione e amicizia. L’eliminarlo compromette il calore del rapporto interpersonale che tanta parte ha nelle nostre vite (produzione del senso di sé, sicurezze e/o insicurezze, ecc.). Ancora più pesanti sono le ripercussioni provocate dal distanziamento sul sistema aptico, il cui ruolo è oggi rivalutato anche dalle neuroscienze e, tra l’altro, da un ampio settore dell’arte contemporanea, perché coinvolge importanti funzioni legate al nostro corpo. Il sistema aptico indica, infatti, il processo di riconoscimento degli oggetti attraverso il tatto ed è il frutto della combinazione tra la percezione tattile prodotta dagli oggetti sulla superficie della nostra pelle e dalla propriocezione che coinvolge quei recettori del nostro organismo (i propriocettori) che ci forniscono informazioni sulla posizione, il movimento e l’equilibrio del nostro corpo appunto. Nel caso specifico della comunicazione non verbale che si serve del sistema aptico, la propriocezione interessa la posizione della mano rispetto all’oggetto/o persona con cui ci si rapporta o comunica. L’universalità della stretta di mano ad esempio e delle infinite sfumature che può avere rende merito a questa “abitudine” culturale che coinvolge appieno il sistema aptico.

A riguardo è interessante notare gli aspetti simbolici e coreografici che questo gesto ha assunto nel tempo. In greco antico si indicava con la parola “dexiosis”, darsi la mano destra, probabilmente per un’iniziale diffidenza, dato che in questo modo non si poteva impugnare la spada o un’altra arma, poi diventato simbolicamente un “non ho cattive intenzioni”. Inoltre vi è qualche studioso che afferma che l’handshake, l’agitare e il muovere su e giù la mano mentre se ne stringe un’altra potrebbe essere stato un modo per assicurarsi che l’interlocutore non nascondesse niente di offensivo nella manica, mentre successivamente ha assunto una valenza di forte intesa, come un “sono veramente felice di vederti”. National Geographic informa che la prima testimonianza di stretta di mano, da noi conosciuta, risale a un bassorilievo del nono secolo a. C. in cui a darsi la mano sono un re assiro e un comandante babilonese, probabilmente in segno di alleanza. Col tempo la stretta di mano è diventata sempre più simbolo di mutualità, accordo, alleanza, amicizia. Variante contemporanea è il “dammi il cinque”, in uso soprattutto tra gli sportivi e i giovani. La si fa risalire a una casualità avvenuta negli Stati Uniti durante una partita di baseballGlenn Burke dei Los Angeles Dodgers, il 2 ottobre del 1977, durante un incontro con gli Houston Astros, ebbe l’idea di alzare il braccio destro col palmo della mano rivolto verso il compagno di squadra Dustin Baker che, dopo aver fatto un fuoricampo ed aver girato le basi, si avviava in panchina. E Baker rispose a quel gesto colpendo quella mano col palmo della sua, oggi si direbbe “dandogli il cinque”. Da quel giorno quel gesto fu il segno distintivo dei giocatori del Los Angeles Dodgers per complimentarsi tra loro. In seguito Baker spiegò che, vista quella mano alzata e non sapendo che fare, istintivamente la schiaffeggiò. In Italia il “dammi il cinque” si diffuse a macchia d’olio soprattutto grazie a “Gimme Five”, uno dei primi successi di Jovanotti del 1988 (contenuta nell’album “Jovanotti for President”). Una casualità, si è detto, che ha però incrociato un’esigenza di condivisione dell’entusiasmo, divenendone un’espressione caratteristica.

Al di là delle origini storico-antropologiche e di costume, importanti per capire meglio il radicamento nella nostra vita della stretta di mano e delle sue varianti, forse non tutti sanno che un simile gesto, che mette a contatto dita e palmo di una mano con un’altra, impegna addirittura un terzo della nostra regione cerebrale, incluse l’area motoria e sensoriale. Con le dita svolgiamo, infatti, una enorme molteplicità di compiti, che attivano ampie aree del cervello in un feedback continuo. Non è un caso, ad esempio, che diversi psichiatri raccomandino ai pazienti, per superare il senso di angoscia del risveglio, di lavare i piatti e di farlo con le mani, esercizio che implica una serie di complicate operazioni (insaponatura, tenuta del piatto scivoloso, suo corretto posizionamento e movimentazione, risciacquo, asciugatura ecc. ecc.) che, appunto, interessano il tatto delle dita in una molteplicità di funzioni coinvolgendo in tal modo diverse aree cerebrali, così come capita nella classica stretta di mano, anche se non ce ne accorgiamo.

Torniamo ora agli anziani. Presumo che molti abbiano provato che cosa può significare il parlare con una persona, il toccarla o sfiorarla per sottolineare alcune parti del discorso, poi spostarsi leggermente per guardarla negli occhi, sorridere o fare una smorfia, riprendere il discorso allontanandosi di un passo, per poi riavvicinarsi a sottolineare un concetto e quasi toccarla… Immagino anche che tutti noi si sia provato il calore, il senso di comprensione provocato da un abbraccio, una carezza, uno sguardo ammiccante e comprensivo; si sia sentito il sentimento di vicinanza affettiva prodotto da una prossimità fisica, dal percepire un ascolto interessato da parte dell’interlocutore; ci si sia sentiti protetti in  un’affabile comunanza e intesa prodotta da una stretta di mano, solo per fare alcuni degli infiniti esempi possibili. Tutto questo impasto di sensibilità e di calde contaminazioni con la tangibile prossimità dell’altro da noi, negli anziani è ancora più forte e intenso. Malinconico, a volte, proprio perché nella maggior parte dei casi il loro mondo relazionale si è impoverito (pensionamento, morte di un coniuge o delle amiche o amici più cari, lontananza dei parenti, difficoltà di deambulazione, maggiore isolamento insomma). Un contesto in cui l’arricchimento del proprio spazio di prossimità con un abbraccio, una stretta di mano o una maggiore vicinanza diventa più che mai prezioso, come acqua fresca per un assetato. Ma oggi, purtroppo, scelte storiche inique e predatorie verso l’ambiente da parte di quella potente componente dei sapiens votata al profitto e cultrice di un modello di sviluppo basato sul dominio della natura e quindi dell’essere umano in quanto esso stesso natura, hanno compromesso questo sistema di relazioni causando – come spiegheremo – la pandemia che stiamo vivendo.

E così quell’impasto virtuoso di sensibilità a cui si è accennato, viene precluso a tutti per la necessità impellente di evitare il contagio dato che il virus si trasmette nell’aria soprattutto attraverso le microparticelle che produciamo con un colpo di tosse, uno starnuto o, a distanza ancora più ravvicinata, col nostro respiro. Sappiamo poi che, nonostante l’impegno della ricerca scientifica, i tempi di uscita dall’attuale crisi non saranno brevi perché l’elaborazione e produzione di un vaccino specifico (che pur ci sarà) richiede diverse validazioni, pena la creazione di un qualcosa di inadatto e pericoloso; e poi altri tempi organizzativi saranno necessari per una vaccinazione di massa che, sia per il qui ed ora che in prospettiva, obbligherà a una riorganizzazione sanitaria territoriale, constatato anche che l‘Italia ha negli ultimi anni privilegiato le grosse strutture ospedaliere.

 Intanto, approfittando del panico prodotto dal virus, riesplodono fake-news di ogni tipo, come la teoria del complotto, sempre presente perché facile e semplificatrice di una realtà ben più complessa. In questa messa ai margini del pensiero critico si inserisce anche un pericolo, forse più insidioso perché meno evidente, che può essere definito di inquinamento linguistico.  In questo quadro va sottolineato l’uso continuo del termine guerra per parlare del nostro duro confronto col virus e delle modalità per arginarlo. “Insidioso”, si è detto, in quanto il ripetere continuamente una parola conduce, spesso inconsapevolmente, a considerare reale il significato semantico e pragmatico che si porta dietro. In questo caso guerra, essere in guerra, implica avere un nemico fisico contro cui scagliarsi con la forza delle parole o degli atti (la Cina prima, i pipistrelli e altri animali poi, e anche l’OMS). La comunità scientifica internazionale, i virologhi e chi studia i fenomeni ambientali (da Ilaria Capua a Mario Tozzi), concordano nell’affermare  che sono i pesanti insulti inferti all’ambiente i veri responsabili, come la pratica insistente delle deforestazioni ad esempio, di cui poco si parla, mentre autorevoli studi scientifici (su Scienze e Nature) sottolineano che, togliendo l’habitat naturale agli animali, li si mette sotto stress e si aumenta la loro carica virale agevolando così il salto di specie, proprio come è capitato per il COVID-19 e, in precedenza, per gli altri virus causa delle diverse e recenti epidemie. E sempre all’ottusità di uno sviluppo iniquo e distorto si deve l‘impetuoso aumento degli allevamenti intensivi nella pianura Padana (bovino e soprattutto suino), con conseguente immissione (tramite le loro deiezioni) di ammoniaca nell’atmosfera e forte incremento del particolato nell’aria. Situazione inquietante se si considera che in quella parte d’Italia c’è stato il maggior numero di contagi e che ricerche dell’università di Harward, ma anche di Shanghai e Pechino (come sottolineato da un ottimo servizio di Report) hanno messo in collegamento la maggiore diffusione del virus all’incremento del particolato che funzionerebbe come suo vettore.

Le cause della diffusione della pandemia richiedono quindi maggiore consapevolezza, in tutti i sensi, anche linguistica e la parola guerra è inadatta. L’attuale pandemia ha un campo di battaglia completamente diverso e relativo alle modalità di contagio del virus, costituito da due elementi fondamentali: i rapporti interpersonali (da cui il distanziamento) e il nostro organismo che questo virus non conosce e che, proprio per questo, lo subisce anche violentemente, tanto più quanto la clessidra del tempo ha reso il nostro corpo più fragile e più esposto. Da qui, la necessità di mantenere il distanziamento, appunto, per il bene di tutti, ma soprattutto come atto di solidarietà verso la nostra memoria vivente, quella incarnata dagli anziani.

 La genetista Ilaria Capua ha definito il COVID-19, un virus opportunista che approfitta del “lavoro” fatto da terzi (il tempo e altre patologie preesistenti) per metterci al tappeto. Ma la guerra, come quella testimoniata ad esempio dai bombardamenti che distrussero gran parte di Cagliari nel 1943 è un’altra cosa. Oggi siamo nel mondo della pandemia, non della guerra, parola da guardare con diffidenza e la cui reiterazione permette di giustificare pericolosi interventi autoritari, come avvenuto in Ungheria dove Orban si è fatto dare i pieni poteri dal Parlamento, o violenti proclami come nelle Filippine dove il presidente Duterte ha ordinato alla polizia di sparare a chi viola la quarantena.

Distanziamento dei corpi per solidarietà, si è detto, per evitare il contagio dei più fragili. Quasi un ossimoro perché nel e dal corpo, proprio per il significato intensamente corporeo della comunicazione non verbale, ha radici la solidarietà e tutto quel che ne segue in termini di comunione e condivisione. Ci son voluti millenni perché l’essere umano, come afferma l’economista Luigino Bruni, “apprendesse l’arte delle distanze brevi per pensare di poterle dimenticare in pochi mesi” ed anche le neuroscienze supportano questa esigenza di distanze ravvicinate in quanto “cablata” nel nostro organismo nelle varie necessità di rapporto comunitario. Il senso fisico della solidarietà, proprio perché precognitivo non si dimentica e, anzi, fertilizza, seppure con sofferenza, anche nel distanziamento sotto forma di desiderio.  In questa delicata fase aiuta anche la storia della parola solidarietà che deriva dal latino, solidum, moneta, e dall’espressione del diritto romano in solidum obligari, obbligazione in solido, per cui diversi debitori si impegnano a pagare gli uni per gli altri e ognuno per tutti un qualcosa preso a prestito o dovuto. E così, e non solo per metafora, si può dire che questo anomalo distanziamento solidale è un modo per rendere ai nostri vecchi una pur simbolica parte del nostro debito nei loro confronti. In solidum obligari, quindi, come premessa  per abbracciare il significato moderno di solidarietà come fratellanza universale, sorto in Francia tra gli anni Trenta e Quaranta dell’Ottocento e rafforzato poi come “legame di ciascuno con tutti” dai padri fondatori della sociologia Auguste Comte ed Emile Durkheim.

In questo quadro di rispetto e maggiore consapevolezza del debito verso i più anziani nasce la necessità di ipotizzare scenari di riflessione più o meno nuovi, ma recentemente trascurati, sul loro ruolo storico e sociale.  Occorre, in pratica, ripristinare o tentare di creare ex novo un senso di presenza, che punti al loro, degli anziani e soprattutto dei più anziani, opportuno recupero tramite la raccolta e valorizzazione della loro memoria, che implica, di conseguenza, la considerazione della loro presenza fisica come valore. Progetto da predisporre e, possibilmente, iniziare nella seconda fase della pandemia, quella del rientro, pur lento e graduale, in un paesaggio di ripresa dei rapporti sociali.

 La solitaria morte dei più vecchi e fragili resterà un peso nella coscienza collettiva. Quanto capitato ha spalancato con rabbia quello che, purtroppo, già si sapeva, ma che vedeva i più nascondere il viso dall’altra parte, l’abbandono in cui i più vecchi e deboli vengono spesso lasciati. Un oblio fisico e relazionale che una fredda e macabra idea della produttività tende a giustificare da parte di quei sapiens a cui si è accennato in precedenza. Riprovevole non solo da un punto di vista etico, ma anche sociale ed economico. Ha ragione Papa Francesco nel denunciare aspramente questo sistema produttivo che incrementa la pratica dello scarto dei prodotti e degli esseri umani. Da tempo, però, anche tra gli economisti si ha contezza che sono il know how e i saperi tutti la ricchezza di base da cui si può crescere, seppure non più come viaggiatori di un illusorio e lineare progresso, bensì come esploratori di un labirinto ricco di traguardi e di sconfitte, ma proprio per questo intrigante perché spinge e costringe a negoziazioni mai concluse.

La memoria dei singoli è un patrimonio non solo per la salute dei diretti interessati perché il ricordo riattiva mondi personali, ma anche per la collettività. Lo dimostrano i tanti frutti dell’evoluzione della metodologia degli studi storico-antropologici, dalla rivista degli Annales in poi, che hanno inglobato e valorizzato pure le piccole storie come importanti “spie” dei tempi in cui si vive.

Ogni anziano è un archivio di saperi, sedimentati nel suo vissuto, che vanno dal lavoro alle sue relazioni, ai rapporti familiari, sino all’incespicare degli aneddoti faticosamente ricordati. Ora si tratta di non disperdere questo patrimonio e, come accennato, di valorizzarlo. Quindi occorrerà impostare un lavoro certamente non facile ma possibile, che sposi ricerca storica, sociologica, antropologica e, indirettamente, sanitaria; che delimiti il proprio target in base all’età e che pensi soprattutto ai giovani come i maieutici di questa memoria.

In questo modo si potrebbe innanzi tutto far ridiventare gli anziani protagonisti, stimolandoli a ricordare e raccontare con qualcuno che raccoglie i loro ricordi. Presenza possibilmente fisica (ma potrebbe anche essere virtuale, soprattutto all’inizio) che interloquisca con loro e ponga attenzione alle loro parole, le stimoli e le raccolga. Il tutto fatto con metodologie apposite, ovviamente, che tengano conto della sensibilità degli interlocutori, con l’obiettivo di creare spicchi di testimonianza/conoscenza su costume, abitudini e vita di ampi settori della popolazione.

Si tratta di un progetto di difficile realizzazione nel qui ed ora, ma non impossibile, anche in tempi non lontani se visto in modo graduale. Per questo occorre iniziare a prefigurare un progetto (di cui queste brevi note sono solo una proposta) che, oltre al coinvolgimento dei diretti interessati, preveda un’altra serie di figure professionali (dall’università alla scuola) e uno studio di fattibilità.