Intervento di Lorella Villa

Abbiamo pensato molto a come intitolare l’incontro di oggi. Poi abbiamo scelto Per una scuola che non disperde e non dispera”, soprattutto non dispera, non si fa prendere da quel sentimento di resa, deleterio almeno quanto le critiche che alla scuola pubblica incessantemente vengono rivolte perché il nostro incontro di oggi vuole essere il tentativo di contrastare il racconto sempre più dilagante e pervasivo che si fa (dall’esterno) della scuola pubblica e in particolare di quella che i suoi detrattori definiscono “scuola progressista” o scuola democratica, tout court.

E i detrattori sono sempre più numerosi. Il fenomeno, perché di fenomeno culturale si tratta, ha avuto un’impennata a partire dalla morte dell’intellettuale italiano che forse più di chiunque altro ha contribuito all’emancipazione democratica attraverso l’educazione, alle politiche volte a istaurare in Italia un sistema educativo equo e al contempo di qualità, quindi realmente democratico. Sto parlando di Tullio De Mauro.

Ebbene, Tullio De Mauro muore il 5 Gennaio del 2017. Due settimane dopo la sua morte viene pubblicata una lettera sui mali della scuola pubblica firmata da seicento professori universitari, un gruppo informale che si riconosce nella volontà di tornare ad una scuola “del merito e della responsabilità”. A Tullio De Mauro, insieme a don Milani, al ’68 alla pedagogia degli attivisti e alla loro idea di scuola a partire da allora, sono stati attribuiti tutti i mali della scuola italiana odierna, soprattutto gli effetti devastanti sugli apprendimenti, dovuti secondo questi intellettuali, all’egualitarismo, una sorta di patologia frutto di un mix di “buonismo”, mancanza di rigore, eccessiva indulgenza nei confronti dei più “asini”, che non vengono più bocciati e quindi impediscono di far crescere i migliori (quelli che il destino ha fornito di più talenti o più spesso hanno avuto la fortuna di nascere con il cognome giusto). Fino a quando De Mauro era in vita aveva contrastato queste derive reazionarie; dopo la sua morte queste idee hanno sovrastato ogni altro dibattito sulla scuola, avvelenando i pozzi.

Tutte le pubblicazioni dei vari Galli Della Loggia, Mastrocola, Ricolfi, Cacciari, Ilvo Diamanti, da ultimo anche Crêpet, senza contare le varie fondazioni vicine a Confindustria, indicano anche una ricetta da somministrate subito alla scuola “bloccata” che produce il danno sociale che con tanta superficialità descrivono. La medicina che questa fata Turchina vuole impartire a Pinocchio è fatta di severità, rigore, disciplina e soprattutto bocciature. Basta bocciare (quindi escludere) e i mali dell’Italia si potranno risolvere. O almeno quelli della scuola.

Poiché queste spinte reazionarie sono diventate egemoniche nel discorso pubblico sulla scuola in questo Paese, impedendo di discutere dei mali veri del nostro sistema d’istruzione, abbiamo pensato di iniziare ad organizzare una serie di incontri nei quali fare “l’elogio della scuola pubblica” e parlare anche dei suoi problemi veri.

Perché quelli che conoscono la scuola pubblica, la conoscono nelle sue luci e nelle sue ombre, ma soprattutto la considerano un baluardo per la difesa della vita democratica, a questo punto devono controbattere.

In politica non si ottiene nulla se i cambiamenti non provengono dal basso: abbiamo oggi il dovere di difendere la scuola pubblica quindi democratica, quella della Costituzione, per intenderci, perché l’opinione pubblica non deve essere indotta a credere che la scuola sia sbagliata, bloccata, che non prepari adeguatamente o il rischio è quello di andare verso modelli di scuola selettivi con l’introduzione di bonus-cultura per le famiglie (come è già successo in Germania) e lo smantellamento della scuola pubblica a favore di un sistema frammentato e, neanche a dirlo, ancora più elitario.

In una recente pubblicazione, Luciano Benadusi e Orazio Giancola, tra i massimi esperti di indagini empiriche sui sistemi educativi dei Paesi OCSE dal titolo “Equità e merito nella scuola”, dimostrano con dati, prove empiriche, confronti di rilevazioni pluriennali e internazionali che i sistemi scolastici selettivi non sono migliori in termini di qualità degli apprendimenti e il verdetto storico di fallimento dell’eguaglianza e del modello di scuola comprensiva è inaccettabile perché risulta empiricamente infondato. “Sul terreno dell’equità, se si guarda ai dati, la “comprensivizzazione” (il contrario della scuola selettiva tanto decantata dai 600) è stata un successo, per lo più ottenuto non a prezzo di una minore efficacia e qualità, semmai il contrario.  Certo, una maggiore eguaglianza conseguita a scapito della qualità degli apprendimenti non farebbe che aumentare il peso economico, sociale e culturale delle famiglie, quindi la disparità tra avvantaggiati e svantaggiati senza innalzare il livello degli apprendimenti per gli studenti “lasciati indietro”, ma a questo deve provvedere non la scuola da sola ma le politiche sociali nel loro insieme”.

In sostanza il treno dell’equità nell’educazione marcia con due locomotive: le politiche dell’istruzione e quelle sociali. E inclusione e qualità devono formare quando si parla di scuola un binomio inscindibile.

Ma perché chi si arroga il diritto di parlare di scuola lo fa sempre a vanvera? Senza prendersi la briga di studiare i dati della ricerca? Se non si procede così, siamo nel campo delle opinioni. Della fuffa, perché tutti hanno diritto alle proprie opinioni ma non ai propri fatti.

Noi procederemo in un altro modo: guardiamo i dati. Se prendiamo quelli dell’ISTAT scopriamo che nel 1951, primi anni dell’epoca repubblicana il 12% degli italiani erano analfabeti e il 59% aveva la licenza elementare. Nel 2001 dopo 50 anni di scuola pubblica il 30% ha la licenza media, il 30% il diploma e il 7% la laurea.

È ancora troppo poco, certamente, ma sono dati sufficienti ad affermare che la scuola della Repubblica ha modificato la società più che in ogni altro Paese industrializzato.

Ecco, questo è un fatto!

Veniamo ad altri numeri e dati importanti che riguardano la qualità degli apprendimenti.

Mi affido ad un altro recente studio scientifico di Domenici, Lucisano, Biasi dal titolo: “Ricerca sperimentale e processi valutativi in educazione” e vado alle conclusioni: sarebbe troppo lungo ripercorrere questa documentata e elaborata ricerca ma chi vorrà potrà procurarsi il saggio e studiarlo.

Dicono i ricercatori a proposito della validità di queste prove e del bisogno che le muove: “Le indagini internazionali negli anni Settanta erano orientate da uno sforzo cooperativo incentrato sulla necessità di sostenere i processi di democratizzazione attraverso l’accesso alla scuola secondaria di strati della popolazione sin lì esclusi. Verso la fine degli anni Novanta il focus delle indagini si è spostato verso la necessità di quantificare il capitale umano, una variabile ECONOMICA che viene declinata in termini di rendimento alle prove somministrate”

Questa scelta rende la portata informativa delle indagini internazionali impoverita dall’uso che ne fanno i decisori politici cioè quello di concentrarsi sul posizionamento dei diversi Paesi nelle graduatorie internazionali.”

Traduco: le prove di rilevazione non sono e non devono essere le Olimpiadi del sapere!

Anche perché così facendo si rischia di considerare l’educazione alla stregua di una variabile indipendente rispetto a fattori economici e sociali. “Questo comporta – sono sempre i tre ricercatori a scrivere “un’attribuzione eccessiva di responsabilità al sistema scolastico che viene costantemente messo sotto pressione (in realtà ci sparano addosso con il fucile a pallettoni!) e lo si carica di responsabilità che invece sono proprie del sistema sociale ed economico, mai messo in discussione.”

In pratica queste rilevazioni che dovevano all’inizio servire a migliorare i sistemi scolastici in Italia sono diventati un grimaldello per scardinare a livello di opinione pubblica la validità del sistema scolastico. E spesso i decisori politici hanno fatto tesoro di queste rilevazioni. Come scriveva Campbell, però: “quando i punteggi dei test diventano l’obiettivo del processo di insegnamento, perdono il loro valore come indicatori dello stato di istruzione e DISTORCONO il processo educativo” impoverendo le prassi didattiche.

Sul rendimento scolastico, inoltre, incidono molti fattori: il territorio di provenienza, il titolo di studio dei genitori. Sicuramente non solo la scuola. Potremmo dire con Amleto che ci sono più cose in cielo e in terra che meriterebbero di essere valutate e non sempre è possibile o corretto farlo con metodologie quantitative. Sarebbe un grave errore quello di marginalizzare nella scuola i saperi non orientati a performance misurabili, ma è quello che potrebbe avvenire se si continua a guardare alle rilevazioni nazionali come ad un oracolo.

Altro rischio piuttosto palpabile è che il catastrofico dilagante ingeneri altre due temibili derive: molti docenti forse per un ingiustificato senso di colpa o per “risentimento” hanno iniziato a pensare che questi risultati così deludenti possano essere da imputare alla natura refrattaria al sapere di studenti e studentesse. La colpa insomma – che non è di nessuno perché non esiste una colpa – si è riversata su quelli che proprio non possono e non devono averne perché sono ragazzi e ragazze in obbligo scolastico ai quali e alle quali dobbiamo dare un servizio di qualità.

L’altra deriva pericolosa è che le prove Invalsi siano usate per stilare graduatorie degli istituti migliori per indirizzare le scelte delle famiglie (l’osservatorio Eduscopio finanziato dalla fondazione Agnelli ha iniziato a farlo già da qualche tempo). Questo ha messo in competizione le scuole che operano sullo stesso territorio quando ora più che mai ci sarebbe bisogno di combattere la povertà educativa costruendo (ci sono ma non hanno mai funzionato realmente) delle reti di scuole che operano congiuntamente e in sinergia negli stessi ambiti territoriali.

Insomma abbiamo appuntato l’attenzione su un aspetto che è balzato in primo piano e ha invaso il quadro, come diceva Calvino in Palomar. “S’aggiunga che il riflusso d’ogni onda ha anch’esso una sua forza che ostacola le onde che sopravvengono. E se si concentra l’attenzione su queste spinte all’indietro sembra che il vero movimento sia quello che parte dalla riva e va verso il largo”.

Proviamo allora a guardare altrove, dal largo verso la riva. Se si indagano le indagini dell’OCSE-PIAAC si scoprirà che nel nostro Paese persistono discriminazioni si tipo sociale e di genere (sulle quali lo ammetteranno i nemici della scuola democratica, la stessa scuola poco può fare da sola). Ma in un campione di età dai 16 ai 64 anni emerge che i risultati nel primo ciclo nelle competenze nella lingua madre e in matematica sono pari a quelli della media internazionale.

Ripeto e traduco: le elementari reggono il confronto con gli altri Paesi. Soprattutto le giovani generazioni hanno più competenze della popolazione più anziana. Quindi: le fasce più giovani della popolazione ottengono migliori risultati (oltre venti punti di differenza in entrambi gli ambiti) rispetto alle altre fasce d’età. E questa differenza è maggiore che in tutti gli altri Paesi partecipanti. Il campione è composto estraendo individui dalle liste anagrafiche e l’indagine è svolta dall’INAPP (Istituto nazionale per l’analisi delle politiche Pubbliche) (p. 332). Le prove sia detto per inciso sono a domanda aperta, non prevedono come L’Invalsi la mera risposta ad un item, sono quindi molto più significative per rilevare le competenze.

Traduco ancora una volta il dato: sono i più anziani e non i più giovani in questo Paese ad avere competenze più basse.

Spazzato il terreno dall’orrore della fotografia dello stato di salute del sistema scolastico restituito dalle prove Invalsi (mi ricordano quelle fotografie scattate a tradimento dove avevamo gli occhi rossi ed esterrefatti, come tanti demoni spauriti!) andiamo a quelli – questi si spietati – sull’abbandono precoce della scuola ma non prima di aver fatto chiarezza su un dato. Anche qui le cifre sono sempre piuttosto confuse. I dati sull’abbandono sono suscettibili di grandi scostamenti quando vengono pubblicati, si va dal 15% al 26%. Come mai? C’è un enorme fraintendimento linguistico: si confonde il concetto di abbandono scolastico con quello di dispersione.

La letteratura scientifica distingue i due concetti. Per abbandono si intende le percentuali di chi lascia gli studi prima della fine dell’obbligo che oggi in Italia è a 16 anni. Per dispersione un insieme di dati che indicano l’abbandono, la ripetenza, il non raggiungimento degli standard fissati dalle prove di rilevazione internazionali in literacy e numeracy (le cosiddette competenze che l’Invalsi non rileva perché sono prove volte a rilevare le abilità e le conoscenze).

Prendiamo i dati del MIUR sull’abbandono precoce nello scorso anno scolastico: il 15% delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi non porta a compimento la scuola dell’obbligo.6 È un numero che dovrebbe tenerci tutti insonni. Invece è, almeno nei fatti, un problema che non angoscia come dovrebbe.

Ci fanno sobbalzare di più gli errori di grammatica degli universitari!

Se si incrocia poi il dato con quelli dell’ISTAT sulla correlazione tra i risultati scolastici e l’estrazione sociale della famiglia di origine (ovvero i livelli di istruzione dei genitori e la loro situazione lavorativa) è chiaro che la scuola italiana rimane una scuola di classe, di élite, non riesce ancora ad essere una scuola che rimuove gli ostacoli alla piena realizzazione della persona umana, a dare un servizio di qualità a chi ne ha più bisogno: 2/3 degli studenti che non raggiungono il diploma, sono figli e figlie di genitori a loro volta privi del titolo di studio superiore. La scuola democratica che i suoi detrattori attaccano, in realtà, non è mai stata realizzata. Altro che egualitarismo colpevole di aver abbassato il livello!

La scuola è stata lasciata sola e impoverita a far fronte a problemi sempre più complessi senza avere alle spalle una società che si pensa in termini di società educante, mentre insieme agli altri attori sociali dovrebbe realizzare quello sforzo costante di costruzione di una Repubblica democratica che la Costituzione ha affidato a tutti noi.

Il problema non è fare brutta figura all’esame di sociologia con il Prof. Ricolfi, il problema senza una scuola democratica nei fatti è avere una peggiore qualità della vita, maggiore possibilità di ammalarsi perché impiegati in lavori precari o meno qualificati, lavorare di più per guadagnare meno, avere meno senso civico e provare risentimento per i più “fortunati.”

Senza questo tipo di scuola è a rischio non il sapere della classe dirigente ma la democrazia, la coesione sociale. Solo l’istruzione e la lotta contro la povertà educativa – che vuol dire non solo una scuola migliore ma più biblioteche, più servizi per le donne madri e lavoratrici, più palestre pubbliche, – possono contenere l’onda d’urto dei populismi e dei sovranismi che si esprime in termini di odio per il diverso, disprezzo delle minoranze, semplicismo del linguaggio e del pensiero.

Per non chiudere con una nota di resa, ma con una nota propositiva torniamo a chiederci cosa possiamo fare noi come cittadine e cittadini per risolvere il vero problema del nostro Paese: i divari sociali che si ripercuotono sulla scuola. Non c’è nulla d’ineluttabile nella trasmissione dei vantaggi socio-economici da una generazione all’altra. Le forti differenze nella mobilità tra i Paesi indicano chiaramente il ruolo cruciale che le politiche possono svolgere nel promuovere la mobilità. In particolare, sono necessarie politiche di supporto al reddito così come quelle rivolte a promuovere la mobilità nell’istruzione e quella occupazionale, per alleviare lo svantaggio di coloro che vengono da famiglie a basso reddito.

Perché lo ribadisco solo l’accesso equo all’istruzione e ai servizi educativi può ridurre i divari.

E questo noi dobbiamo chiedere alla politica. Con sempre maggior forza!

E poi raccontare la scuola come un organismo vivo, palpitante e pulsante.

Noi cominciamo subito ascoltando coloro che ogni giorno realizzano la scuola che non disperde e non dispera: ascolteremo con vero piacere tra poco le colleghe e le studentesse del CPIA Cagliari 1

Intervento di Gabriella Lanero

Scuola alla ribalta, per le esternazioni del Ministro dell’istruzione e del merito, per i fondi destinati dal PNRR che devono essere spesi; scuola alla gogna, per le polemiche riguardanti i risultati, le manchevolezze rispetto ai compiti e le responsabilità che le sono attribuite.

La Scuola di Cultura Politica Francesco Cocco affronta il tema della scuola in collaborazione con il Centro di iniziativa democratica degli insegnanti. Ha scelto di parlarne cioè partendo dal punto di vista interno, ascoltando e sostenendo la voce di chi professionalmente vi opera e da 50 anni collabora in associazione con altri insegnanti, nel segno della democrazia e della tutela del diritto fondamentale dell’istruzione.

Ci accomuna l’idea di Scuola pubblica, aperta a tutti, senza precedenze senza distinzioni (italiani o immigrati, capaci e meritevoli, abbienti o disagiati, appartenenza religiosa, abilità motorie e cognitive); una scuola che s’impegna ad essere uno degli strumenti che rendono possibile l’uguaglianza di cui parla l’art. 3 della Costituzione.

Scuola della Repubblica, per la cittadinanza, che ha costituito la tensione dei primi anni repubblicani, della costruzione della ripresa economica. Risultato di anni di discussione, di ricerca pedagogica, d’impegno al confronto fra partiti, d’ iniziative delle associazioni democratiche, di attivismo politico e rivendicazioni, che si sono tradotte in interventi legislativi in attuazione dell’art. 34 della Costituzione: a partire dalla Scuola media unica nel 1962, per giungere alla liberalizzazione degli accessi universitari nel 1969, al diritto allo studio per i lavoratori nel 1970, al tempo pieno del 1971, all’inclusione dei disabili dal 1977 al 92.

Questa scuola è stata stravolta da un’inversione di tendenza neoliberista che ha lasciato libertà al mercato e ai suoi meccanismi, propugnando la riduzione dell’intervento dello Stato e del suo ruolo a garanzia dei diritti, del welfare della difesa sociale. Dalla fine dagli anni 90, i governi hanno portato avanti anche nella scuola dell’obbligo l’idea di un’offerta formativa a scelta delle famiglie, che lasciava spazio ai privati, che giustificava interventi di risparmio per evitare “gli sprechi” di una scuola aperta a tutti, ma che, si è cominciato a dire, non tutti erano interessati a frequentare perché refrattari allo studio o perché in situazione di eccellenza. La cosiddetta “riforma Gelmini”, dal 2008 al 2012, ha completato questi interventi d’impoverimento e di cancellazione con tagli pari a 8 miliardi e mezzo: riduzione e trasformazione del tempo pieno, aumento del numero degli alunni per classe, riduzione delle ore curricolari, dimensionamento delle istituzioni scolastiche, mancato riconoscimento economico al lavoro nella scuola e precarietà. Lo stesso diritto di alunne e alunni in situazione di grave disabilità ad avere un docente di sostegno loro dedicato è stato conculcato, in questi anni, per la sistematica riduzione degli organici. E’ stato riaffermato poi solo grazie ai ricorsi individuali: il Ministero è stato costretto a riconoscerlo per evitare di soccombere nei contenziosi.

Ci vorrebbe allora una class action per rivendicare il diritto collettivo di tutti i bambini e le bambine privati della scuola a tempo pieno?

In compenso la riforma Gelmini ha introdotto il voto anche nella scuola dell’obbligo, (nella scuola primaria è rimasto sino al 2020), con le deleterie conseguenze di sancire il “merito” senza tener conto dei processi, di sanzionare le difficoltà, di generare altro disagio ai più fragili. Ha imposto, inoltre, la rilevazione dei livelli di apprendimento che da strumento di valutazione di sistema è stata poi piegata alla premialità dei docenti, alla competizione fra scuole che dovevano risultare migliori e attrative.

Ma se dobbiamo basarci sui dati possiamo leggere anche quelli del rapporto 2022 Education at a glance dell’OCSE, diffuso in ottobre del 2022 che ogni anno fornisce una comparazione delle statistiche nazionali (nella nuova edizione in buona parte relative al 2021), grazie alle quali misurare lo stato dell’istruzione nel mondo. L’Italia è fra i paesi che investono meno nel sistema d’ istruzione.  Nel 2019, i Paesi dell’OCSE hanno speso in media il 4,9% del loro PIL per gli istituti d’ istruzione dal livello primario a quello terziario. In Italia, la quota corrispondente è stata pari al 3,8%. Tra il 2008 e il 2019, in totale controtendenza con altri paesi, la spesa per gli istituti d’istruzione, intesa come quota del PIL, è diminuita di 0,1 punti percentuali.

Risulta allarmante anche la distribuzione del tempo scuola, infatti, complessivamente il monte ore di insegnamento dell’Italia è inferiore alla media europea (rispettivamente 945 e 1071 ore), con una minore offerta oraria nelle regioni meridionali. Pur con qualche differenza nei diversi gradi di istruzione, il monte ore (744 alla primaria, 608 alle medie e 608 alle superiori) risulta comunque al di sotto della media UE (rispettivamente 740, 659 e 642) e sono presenti in Italia forti disuguaglianze territoriali nell’offerta di tempo pieno nei gradi inferiori, con le regioni del sud in netto svantaggio rispetto a quelle del nord.

I dati sull’abbandono e sulla dispersione, sulla minor percentuale di laureati, sulle opportunità di impiego dopo il lavoro per diplomati e laureati, dunque, non vanno ascritti al cattivo funzionamento di una scuola fonte di sprechi o al suo disallineamento rispetto al mercato del lavoro.

Si legge in proposito sul sito della FLCCGIL:

“Il governo e le amministrazioni centrali non tengono in considerazioni i dati del rapporto, mentreè necessario che invertano completamente le direzioni politiche con le quali si sta governando il settore dell’Istruzione.

In questa prospettiva va letto il dato che sui giornali italiani ha avuto più risalto, l’aumento del numero dei NEET, che rispetto a una media OCSE del 16% sulla fascia 18-24 è addirittura oltre il 25%. Non si tratta di una‘colpa’ delle nuove generazioni o di esiti non voluti del Reddito di Cittadinanza, ma di un modello di sviluppo nazionale basato su privilegi economici e sociali e sullo sfruttamento delle disuguaglianze.

A fronte delle analisi quantitative è sempre necessario che i dati siano incrociati, interpretati e giudicati, altrimenti non aiutano a migliorare. Secondo la FLC CGIL è indispensabile partire dalla fotografia di un paese segnato dalle disuguaglianze e avviare una fase di investimenti, lavorando insieme a tutto il personale dell’istruzione e ai sindacati, perché un nuovo modello di istruzione generi un nuovo modello di sviluppo, democratico e basato sull’uguaglianza economica e sociale.”

C’è consapevolezza delle conseguenze di questo sistema così iniquo dal punto di vista sociale e culturale, tanto che negli obiettivi del PNRR sono previsti, nei bandi rivolti alle scuole, interventi contro la dispersione, e in quelli rivolti ai Comuni per l’edilizia scolastica. Certo il limite di questi finanziamenti è che saranno distribuiti in modo non continuo e disuguale. Sarà più difficile usufruirne nelle situazioni zone interne e questo anche per effetto del piano di dimensionamento scolastico che riduce, soprattutto in queste situazioni, i dirigenti e i servizi amministrativi e tutto il personale che si occupa di progettare e, una volta assegnati i fondi a progetto di gestire gli interventi e rendicontare.

C’è consapevolezza, tanto che nella legge di bilancio 2022, ai fini del contenimento della dispersione, è stata prevista la necessità di non superare i tetti massimi degli alunni per classe, anche se solo per le scuole che dimostravano situazioni di rischio e senza maggiori spese, ma con reinvestimento di soldi risparmiati nel dimensionamento e per il decremento della natalità.

La scuola, allora, allora deve ridursi a sperare che questo trend possa continuare e la diminuzione di alunni possa determinare, nel tempo una nuova organizzazione e magari una maggiore generalizzazione del tempo pieno a sud e del tempo prolungato nella Scuola media?

Purtroppo nella legge di bilancio 2023 non c’è spazio per nuovi investimenti sulla scuola, c’è invece un nuovo intervento di dimensionamento e di risparmio, e la precedenza è alle spese militari del “decreto Nato 2023” e del ministero difesa, nonché ai ripari sul caro energetico e sull’inflazione dell’”economia di guerra”. Il ministro Valditara, il governo e gli alleati di destra hanno spostato l’attenzione pubblica su aspetti di rifondazione ideologici: merito, sicurezza e autorità nelle relazioni scolastiche, provvedimenti educativi e rieducativi. Leggiamo addirittura il mancato ministro Ricolfi che dichiara che bisogna lasciare la libertà il diritto di non studiare a chi non vuole studiare, in modo che si eviti di fare ulteriore danno a chi vuole studiare.

In conclusione, alla scuola non può essere attribuita ogni responsabilità che invece deriva dal sistema socio economico, o dai limiti di un mercato del lavoro che offre sfruttamento più che lavoro e comunque non è più in grado di assorbire alti numeri di lavoratori.

La scuola non può compensare tutta la deprivazione di un ambiente economico e sociale povero, ma può essere in grado di assicurare una delle condizioni fondamentali di crescita e di sviluppo della personalità: l’inserimento in un contesto relazionale favorevole, costituito da relazioni positive con adulti e con coetanei. Una scuola democratica deve perciò impegnarsi ad offrire contesti relazionali democratici, di collaborazione, di coinvolgimento delle volontà e delle intelligenze per un apprendimento in ambienti appropriati. E questo non significa farla scadere in compiti definiti di mera socializzazione.

La scuola che non dispera che ci viene proposta dall’esperienza delle colleghe del CPIA è questa: una scuola democratica, pluralistica, basata sulla collegialità che non persegue un modello di educazione, ma progetta percorsi e interventi che rispondano ai bisogni culturali di chi la frequenta.

Collaborazione e solidarietà. Sono i valori che contrapponiamo al merito.

Intervento di Giulia Medas

Il nucleo fondante dei Cpia e i corsi specifici per l’istruzione degli adulti nascono ufficialmente nel 1973 con l’istituzione delle 150 ore e quindi con la creazione dei Centri Territoriali Permanenti (CTP) nel 1997. Nel 2012 questi ultimi vengono incanalati quindi nei CPIA (Centri Provinciali per l’Istruzione degli Adulti)[1].

I CPIA, i Centri sono 130 in Italia, e a ognuno di loro sono agganciate sul territorio un certo numero di scuole superiori che erogano percorsi serali. In pratica ogni CPIA è collegato a una decina di scuole serali, che sono istituti professionali e licei artistici. Ai CPIA si rivolgono anche gli stranieri per apprendere la lingua italiana, perché il titolo fornito alla fine del percorso ha un valore per fare richiesta dei documenti di soggiorno. Il 67,7% dei CPIA ha sede nelle Regioni del Centro-Nord, e ai 130 centri attivi si rivolgono 230.000 adulti e giovani adulti, l’80% dei quali stranieri. Non dobbiamo dimenticare che della scuola degli adulti fa parte anche il mondo del carcere, e ai CPIA si iscrivono anche quei minorenni che alla scuola del mattino non ce l’hanno fatta. In pratica le scuole per adulti sono per loro la seconda chance, e hanno anche il compito di ridurre e contrastare la dispersione scolastica creata dalla scuola del mattino[2].

Il Cpia1 di Cagliari conta ad oggi 45 sedi che abbracciano tutta la provincia di Cagliari e arrivano fino a Sadali da una parte e a Muravera e Burcei dall’altra. Sono compresi tre Istituti penitenziari: la colonia Penale di Isili, la Casa Circondariale di Uta e l’istituto penale per minorenni di Quartucciu.

Da non dimenticare anche la sede del Cpia di Cagliari per il Centro di Salute Mentale a Selargius.

I nostri studenti sono ragazzi dai 16 anni in su che si trovino in dispersione scolastica e che devono completare il percorso della scuola media inferiore[3]o che vogliano riprendere il percorso del biennio delle superiori[4] per poi proseguire fino al diploma in un istituto tecnico o professionale serale[5].

Oltre ai cosiddetti “corsi ordinamentali” si accompagnano, in alcune sedi e a seconda della disponibilità del personale docente, quelli che sono i corsi di Ampliamento dell’Offerta Formativa che consistono nel consolidamento di competenze chiave declinate a seconda delle esigenze: lingua inglese e francese, informatica o scrittura creativa per fare degli esempi[6].

I Cpia sul territorio nazionale, come abbiamo già potuto osservare, contano una maggioranza di studenti stranieri mentre il Cpia di Cagliari sotto questo aspetto si presenta come una eccezione, poiché al contrario, la sua popolazione scolastica consta in buona parte di studenti italiani.

Il motivo alla base di questa peculiarità andrebbe ricercato nella natura stessa del nostro territorio, nella nostra storia ma anche nel costante decremento demografico che ha anticipato quello nazionale. A questi elementi, a mio avviso, vanno certamente accostate le scelte politiche della Regione Sardegna, delle Province ma anche dei singoli comuni che hanno riservato poca o nulla attenzione alla popolazione adulta e negli anni assistiamo non solo al costante restringimento nel numero delle istituzioni scolastiche presenti nei territori ma anche di quelli che sono presidii e centri di diffusione della cultura a tutti i livelli.

Per quanto concerne l’aspetto relativo al corpo docente che lavora nei CPiA è utile citare il presidente della Ridap, Emilio Porcaro: «il corpo docenti è frammentato, perché gli insegnanti dei CPIA lavorano solo con gli adulti, mentre i docenti dei corsi serali (quindi negli istituti tecnici e professionali) lavorano un po’ con i ragazzi e un po’ con gli adulti. Questo però implica una “non piena consapevolezza” delle metodologie e degli strumenti da mettere in campo per gli adulti. Il docente deve barcamenarsi tra approcci diversi, mentre servirebbe un organico dedicato. Questo sarà un problema che ci porteremo dietro per tanto tempo, a meno che non aumentino i posti sulla scuola per adulti. In quel caso il corpo docenti si trasformerebbe, anche perché non si tratterebbe più di lavorare solo poche ore la sera[7]»

Per quello che concerne la mia esperienza personale, la scelta di lavorare in un CPIA è stata pienamente consapevole. Dopo aver lavorato per qualche anno in qualità di supplente in istituti professionali, ho scelto di essere immessa in ruolo al CPIA nella sede di Isili- Sadali, dove ho trascorso 4 anni estremamente formativi e in cui ho potuto comprendere appieno la diversità di un lavoro che necessariamente deve essere cucito su misura sul singolo studente.

Ho quindi iniziato a specializzarmi maggiormente nell’educazione agli adulti, nell’insegnamento dell’italiano come lingua seconda e quindi nell’insegnamento in strutture penitenziarie, avendo lavorato prima in Colonia Penale a Isili e da due anni nella Casa Circondariale di Uta.

Nel 2020/21 ho iniziato a lavorare nella sede di S. Elia che era stata chiusa l’anno precedente a causa del lockdown. Io posso dire di aver trovato, nell’ovvia difficoltà di lavorare in un quartiere che è fondamentalmente tagliato fuori dai servizi della rete cittadina, una grande disponibilità, affetto e stima da parte di studenti e operatori, a tutti i livelli.

Siamo partiti da una singola classe che doveva completare il percorso di licenza media per trovarci per l’anno scolastico successivo a lavorare con due classi quasi interamente composte da donne che con grande tenacia e perseveranza sono riuscite a frequentare il percorso che le ha portate ora a iscriversi al terzo anno di un istituto serale.

Il progetto del podcast “Audio-lettere per Nino” è interamente frutto della creatività e professionalità della collega Margherita Pisano che ha fortemente desiderato di lavorare nella sede di S. Elia con noi, ideando quindi un progetto ad hoc e unendosi a un cdc di cui non faceva inizialmente parte.

È inutile specificare che il secondo premio al concorso “Immaginando Gramsci” è stato totalmente inaspettato e per questo ancora più sentito. Le ragazze si sono messe in gioco prima nella scrittura dei testi e poi nella realizzazione della parte più tecnica di un progetto che ha portato un intellettuale come Gramsci ad assumere contorni più umani e contemporanei senza perdere nulla del messaggio politico sempre attuale.

Concludo, con una citazione di dati molto recenti, riportati da Emilio Porcaro e relativi alle necessità che l’insegnamento alla popolazione adulta dovrebbe avere e utili a prospettare quelli che dovrebbero essere gli investimenti futuri nella migliore delle ipotesi: «Serve un progetto e una visione. Il calo demografico è innegabile, quindi in futuro dovremmo aspettarci sempre meno classi nella scuola del mattino. Allo stesso tempo ci sarà sempre più bisogno di potenziare le competenze della popolazione adulta quindi potremmo utilizzare la scuola degli adulti per compensare il calo demografico e i posti di lavoro che verrebbero a mancare. Il Piano strategico nazionale per le competenze della popolazione adulta 2021 (redatto dal ministero del Lavoro) ci dice che in Italia 13 milioni di adulti hanno un basso livello di istruzione; in particolare il 39% delle persone tra i 25 e i 64 anni ha un livello di istruzione pari alla terza media. Il numero di adulti potenzialmente bisognosi di riqualificazione potrebbe anche essere superiore a 13 milioni, se si considerano le persone con livelli di istruzione medio-alti ma con scarse capacità digitali, di alfabetizzazione e di calcolo. E poi bisogna aggiungere le persone occupate in posti di lavoro poco qualificati e in lavori che subiranno un importante cambiamento tecnologico. In base a queste riflessioni, la popolazione adulta italiana potenzialmente bisognosa di riqualificazione è stimata tra il 53% e il 59% delle persone tra i 25 e i 64 anni[8]».

[1] Per un ulteriore approfondimento sul tema della trasformazione dei CTP in CPIA si rimanda a E. Porcaro – A. Marchese, Fierida e l’identità dell’Istruzione degli adulti. Dalle 150 ore ad un necessario sistema nazionale di promozione degli apprendimenti in età adulta, pubblicato sul portale di Epale e scaricabile al link: https://epale.ec.europa.eu/system/files/2022-04/Fierida%20e%20l%27identit%C3%A0%20dell%27Istruzione%20degli%20adulti.%20Emilio%20Porcaro%20Antonello%20Marchese_1.pdf (26 aprile 2022). Inoltre, si segnala: D. Bono, Adult Learning and Education (ALE) policies implemented in Italy: from CTPs to CPIAs pubblicato sul portale di Epale e scaricabile attraverso il link https://epale.ec.europa.eu/it/resource-centre/content/le-politiche-lapprendimento-e-leducazione-degli-adulti-eda-implementate   (25 giugno 2019).

[2] I dati riportati sono estratti dall’intervista di Lara Mariani del 22.11.22 a Emilio Porcaro, già Dirigente del Cpia Metropolitano di Bologna e Coordinatore del Centro di Ricerca, Sperimentazione e Sviluppo sull’Istruzione degli Adulti per l’Emilia Romagna dal 2017, Altro che ripetenti: la scuola per adulti in Italia servirebbe a 13 milioni di persone, consultabile al link: https://www.informazionesenzafiltro.it/scuola-per-adulti/.

[3] Denominato “primo periodo”.

[4] Denominato “Secondo periodo – Primo livello”.

[5] Denominato “Secondo periodo – secondo livello”.

[6] Per un quadro completo dell’offerta formativa e del Ptof, si rimanda alla pagina del Cpia1 Karalis: https://cpia1karalis.edu.it/index.php/it/

[7] Dall’intervista di L. Mariani del 22.11.22 a E. Porcaro, Altro che ripetenti: la scuola per adulti in Italia servirebbe a 13 milioni di persone, cit.

[8] Dall’intervista di L. Mariani del 22.11.22 a E. Porcaro, Altro che ripetenti: la scuola per adulti in Italia servirebbe a 13 milioni di persone, cit.

Commento di Maria Teresa Lecca

   Non tutti sanno che cosa sono i CPIA (Centro Provinciale per l’Istruzione degli Adulti). Ce ne sono circa 130 nel nostro Paese, di cui il 70% nel settentrione. Possiamo vederli come una restituzione di quella scuola che, a suo tempo, è mancata. Come un diritto al risarcimento.

   Ebbene, il CIDI di Cagliari e la Scuola di Cultura Politica “Francesco Cocco” ci hanno dato  un quadro, per quanto limitato, di scuola pubblica e democratica, un esempio di buona didattica del Cpia 1 Karalis di Sant’Elia. Due docenti del centro, Giulia Medas e Margherita Pisano, con un progetto dell’intero Consiglio di classe, hanno realizzato un podcast con le loro alunne: “Audio-lettere per Nino”. Nino è Antonio Gramsci, e le audio-lettere sono risposte alle  famose Lettere  del carcere. Alcune delle studentesse, Monica,  Desdemona, Erika e Romina, ce ne hanno parlato lasciando intuire un bellissimo percorso didattico fra lettura e scrittura, che si avvale delle nuove tecnologie per andare oltre lo spazio-classe.

   Leggere Gramsci e rispondergli dando voce al proprio testo, alla propria lettera, significa dare dignità a prodotti che vengono talvolta sminuiti perché non possono aspirare alla letterarietà, prerogativa, questa, solo del canone scolastico. A Nino sarebbe piaciuto. E gli sarebbe piaciuta anche l’interazione con le giovani donne che, a distanza di tanto tempo, ne hanno ben compreso la solitudine, la sofferenza, ma anche l’incredibile attualità. Donne giovani, ma di spessore. Ciascuna con un vissuto che è stato richiamato senza reticenze, con garbo e sicurezza, benché  il pubblico fosse in gran parte di docenti in servizio o in pensione.

   Un’ultima, ma non meno importante notazione, è la pratica di stampo femminista del partire da sé, per dirsi e dire. Frutto di una relazione educativa che costruisce la fiducia fra le corsiste, tra le corsiste e le/i docenti, e il confronto tra le idee. Una scuola democratica, appunto.

   Ecco, questo è quello che avrei voluto dire alle docenti e alle corsiste se il tempo del dibattito fosse stato sufficiente.