Cambiare la legge elettorale sarda (di Gianni Pisanu)

La Legge Elettorale è sempre quella.

La questione irrisolta della Legge elettorale si ripropone sempre quando è ormai troppo tardi. Le elezioni regionali sono vicine. Ritengo che una discussione sul tema possa comunque costituire un’opportunità da prendere in considerazione per tutti gli schieramenti. Le criticità che destra, sinistra, partiti, movimenti, che di volta in volta vengono premiati o danneggiati, dopo ogni scrutinio puntualmente evidenziano, ripropongono la necessità di porre mano ad una nuova legge elettorale. Ancora una volta la cosa, irrisolta, riemerge in procinto delle elezioni.

una vecchia LEGGE 8 MARZO 1951, n.122, (Legge Elettorale Provinciale)

https://www1.interno.gov.it/mininterno/export/sites/default/it/assets/files/19/0923_PROVINCIALI_Layout_1.pdf

nella prima parte, al titolo COME SI ELEGGE IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO PROVINCIALE, e al titolo COME SI ATTRIBUISCONO I SEGGI DEL CONSIGLIO PROVINCIALE, dettava le norme che per oltre 60 anni hanno funzionato. Lo schieramento collegato al presidente eletto aveva diritto al 60% dei seggi consiliari. Attorno alle modalità di elezione (proporzionale con collegi uninominali e premio di maggioranza) si sviluppa molta parte di questo appunto, con modifiche, aggiunte e soppressioni.

Alcuni dei punti sui quali si potrebbe intervenire.

Maggioranza assoluta alla coalizione vincente? Personalmente propendo per il NO, ma si potrebbe optare per un premio sulla base del risultato conseguito, es. attribuire una maggiorazione – comunque niente a che vedere con i famigerati listini – sui seggi conseguiti alla coalizione più votata;

Turno Unico ed elezione diretta del Presidente;

Collegi plurinominali;

Nessuna soglia;

Alcune considerazioni.

Fra le criticità e i danni della legge elettorale regionale in vigore ricordiamo il caso di Michela Murgia con decine di migliaia di voti rimasta fuori dal consiglio regionale; la suddivisione in collegi che ricalcano le vecchie province con qualche provincia/collegio che conta un numero di abitanti anche dieci volte maggiore rispetto a quelle più piccole; la difficoltà di applicazione con frequenti contenziosi che spesso si protraggono per tutta la legislatura e con attribuzioni e revoche di seggi sia nell’ambito dello stesso partito, che fra partiti diversi, e talvolta interessano candidati di province diverse; la presenza di soglie di sbarramento diversificate fra liste singole o coalizzate, adottate furbescamente per avvantaggiare taluni e danneggiare o escludere altri; il frequente verificarsi di gravi sperequazioni nell’attribuzione allo schieramento del presidente eletto del 60% dei seggi prescindendo dai voti alle liste collegate.

Nonostante la vicinanza delle elezioni possa contribuire a relegare la legge elettorale fra le varie ed eventuali, sono convinto del contrario, e che lo stato delle cose dipenda dallo scarso appeal dell’argomento e dalla noiosità del lavoro necessario. Se si vuole modificare una situazione in cui la virtù principale in politica si chiama posizionamento, occorre che la politica, e subito la parte progressista dia corso ad incontri che abbiano come oggetto con la legge elettorale il lancio di una fase politica che veda riconosciuta nei fatti la pari dignità di tutte le componenti politiche e movimenti che potranno, se l’iniziativa avrà successo, contare su uno strumento NEUTRO, che affrancherà i protagonisti da condizionamenti o tatticismi. Il successo dell’iniziativa, nella migliore delle ipotesi dovrà passare dalla discussione approfondita in ambito progressista allargato, e una volta definito nelle linee caratterizzanti, essere portato alla discussione sperabilmente proficua e alla stesura di un testo condiviso con tutte le forze politiche regionali. Il coronamento sarebbe l’approvazione nella prima parte della prossima legislatura poiché non oso sperare in tempi più ravvicinati.

Fra le cose che mi pare siano auspicabili ci sono il superamento della suddivisione del corpo elettorale in collegi provinciali e la formazione di collegi plurinominali omogenei per numero di elettori, es: 12 collegi di 5 seggi ciascuno per un totale di 60 componenti l’Assemblea regionale; l’abolizione delle soglie di sbarramento oppure una soglia del 2% che poi è la stessa cosa; l’utilizzazione dell’intera cifra elettorale regionale per la individuazione dei quozienti/seggi a ciascun partito o coalizione, evitando del tutto la dispersione dei voti e dei resti; voto di preferenza; abolizione del voto disgiunto;

Un discorso approfondito dovrebbe riguardare la scelta fra una ripartizione proporzionale integrale o la possibilità di dotare la coalizione del presidente eletto di un premio di governabilità non superiore al 8% ovvero 5 seggi oltre quello presidenziale. Resta inteso che comunque non si tratterebbe di un “listino di paracadutati” ma di candidati della coalizione del presidente maggiormente premiati dal voto.

Un accenno all’attribuzione dei seggi. Ciascuna lista sia singola che facente parte di una coalizione dovrebbe presentare in ciascun collegio 5 candidati (di cui minimo 2 per genere), ciascuna coalizione sulla base dell’intera cifra elettorale regionale avrebbe diritto al relativo numero di quozienti/seggi che verrebbero ripartiti fra le varie liste della coalizione sulla base della cifra elettorale regionale di ciascuna lista. L’assegnazione di seggi ai singoli candidati avverrebbe sulla base del miglior quoziente in ordine decrescente nell’ambito regionale, e nell’ambito del singolo collegio al candidato con maggior numero di preferenze. Potrebbe verificarsi il caso di collegi con più o meno eletti rispetto alla media di 5 consiglieri per collegio, ma questa sarebbe la conseguenza minima della perfetta rispondenza della composizione dell’assemblea al risultato elettorale sotto il profilo politico complessivo.

In quanto al collegio plurinominale, potrebbe rivelarsi un formidabile strumento per ricreare un forte rapporto fra elettorato attivo e candidati espressione del territorio, in quanto nel bacino elettorale costituito dal singolo collegio, di dimensioni contenute, l’elettore avrebbe di fronte un’offerta ben riconoscibile sia sotto l’aspetto dell’affinità politica sia del valore dei singoli candidati, 5 per ciascuna lista in ogni collegio.

La formazione dei collegi si realizzerebbe superando l’attuale criterio delle circoscrizioni corrispondente alle province e dividendo per 12 il numero degli abitanti della Regione Sardegna, con la possibilità di discostarsi del 10% in più o in meno della media, con il limite per le aree a maggiore densità dove i relativi collegi non dovrebbero superare la media regionale, cosa possibile per le aree a minore densità.

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