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L’Europa è una sola, non è quella dei nostri sogni

di Fernando Codonesu

Se è vero che in questi ultimi tre mesi vi sono stati importanti piccoli passi avanti dell’Europa che, messi insieme come dice Franco Ventroni (http://www.democraziaoggi.it/?p=6530; www.manifestosardo.org/leuropa-che-vogliamo-un-piccolo-passo-in-avanti), fanno segnare una vera svolta della politica dell’istituzione comunitaria di fronte ai problemi sanitari, economici e finanziari generati dalla pandemia da COVID-19 in tutta l’area europea, è per me anche condivisibile la posizione più cauta, direi laica e disincantata, con un pizzico di sana diffidenza che non  guasta, sostenuta da Roberto Mirasola (www.manifestosardo.org/prospettive-pericolose). Altra è la posizione di chi intende lavorare per un’altra Europa tutta da inventare e da costruire, una posizione così idealistica, marginale e iperminoritaria, fatta propria da certa sinistra fuori dal principio di realtà, su cui non intendo soffermarmi in questa sede.

In sostanza, dal mio punto di vista, le due posizioni di Ventroni e Mirasola riflettono due angolazioni complementari e chi fa politica le deve seguire entrambe, perché la partita che si gioca sul campo europeo è quella che va giocata fino all’ultimo minuto e si vince solo se si sanno creare alleanze politiche e culturali tali da dispiegare rapporti di forza complessivamente più favorevoli alla causa italiana e a quella dei paesi maggiormente indebitati.

Quello che abbiamo di fronte è un cammino così irto di difficoltà e di pericoli che richiede nervi saldi, determinazione e un quadro politico nazionale molto più coeso di quello che vediamo tutti i giorni per delineare un programma di “ricostruzione” che abbia qualche possibilità di successo.

Il quadro economico e politico nazionale e internazionale ha visto negli ultimi due mesi oltre 4 miliardi di persone in lockdown, un fatto mai successo nella storia, con tutto quel che ne consegue: con la sola esclusione della Cina il cui PIL per il 2020 è atteso a +1%, in tutto il resto del mondo si registra una grave recessione, con punte di vera e propria depressione economica per alcuni paesi che durerà nel tempo.

Possiamo affermare che la crisi dovuta alla pandemia da COVID-19 è molto più devastante di quella di origine finanziaria del 2007/8. Al riguardo, oggi negli USA sono stati diffusi i dati sull’occupazione del settore privato che nel solo mese di aprile ha avuto una perdita di 20,2 milioni di posti di lavoro mentre nel mese di febbraio del 2009, per fare un raffronto significativo, erano venuti a mancare 835.000 posti di lavoro!

Nel 2019, dopo 12 anni dalla crisi finanziaria e poi economica del 2007/8, il PIL del nostro paese presentava ancora un differenziale di sei punti percentuali in meno rispetto ai dati pre crisi, con un miliardo di ore lavorate in meno pur in presenza di un numero di occupati leggermente superiore al dato del 2008. Mantenendo gli stessi parametri operativi nell’andamento dell’economia nel decennio 2010/2019, peraltro non dissimile da ciò che abbiamo visto almeno a partire dai primi anni ’90 del secolo scorso, e considerando le capacità di reazione e di organizzazione del lavoro italiano già ampiamente verificate in questo periodo storico, è facile prevedere che per riprenderci dal colpo inferto dalla pandemia del coronavirus alla nostra economia ci sarà bisogno di uno sforzo senza pari per almeno 20/25 anni: forse di più, sicuramente non meno!

Insomma, una generazione, forse una generazione e mezza per riprenderci e ritornare al livello attuale, ma continuerebbe purtroppo a permanere quel differenziale del 6% in meno mai colmato rispetto al PIL italiano prima del 2008.

Una brutta prospettiva, mi pare.

A questo punto la discussione tutta italiana sui risultati dell’eurogruppo e la validità degli strumenti in campo come il MES, gli eurobond, il recovery fund, il ruolo della BCE vanno inquadrati in questo quadro generale e non avendo a riferimento i nostri soliti confini nazionali e, tanto meno, le beghe quotidiane di alcune forze politiche nostrane per qualche potenziale voto in più da raccattare nei sondaggi.

Parafrasando qualcuno si può dire molta, troppa confusione sotto il cielo, solo che la situazione non è “eccellente”, ma pessima da qualunque parte la si guardi.

Il quadro appena delineato è ancora più fosco se si ragiona sui dati appena esposti dalla Commissione europea sulla recessione di tutta l’Europa, con l’atteso calo del PIL più pesante per il trio di coda Spagna (-9.4%), Italia (-9.5%) e Grecia (-9.7%).

Per noi si profila un debito al 155% del PIL, ma più probabilmente è destinato ad aumentare di almeno altri 10-15 punti: un disastro, specialmente se venisse a mancare l’ombrello della BCE.

In questo quadro già difficile e molto problematico di per sé si è abbattuta la sentenza della corte costituzionale della Germania che, comunque la si veda e nonostante il parere rassicurante del Presidente del Consiglio Conte  che nell’intervista concessa al Fatto quotidiano ha rimarcato che la legislazione europea, e quindi le decisioni assunte dalla BCE riguardanti il QE (Quantitative Easing, acquisto dei titoli di stato dei vari paesi, a partire da quelli con maggiori sofferenze a causa dell’altro debito pubblico), è prevalente rispetto alle sentenze di qualunque Corte costituzionale degli Stati aderenti, costituisce un ulteriore grave colpo alla costruzione dell’Europa di cui mette a nudo per lo meno la farraginosità dei suoi meccanismi decisionali.

L’ulteriore stallo è evidente se si pensa che la Bundesbank è tenuta “contemporaneamente” a rispettare le decisioni della BCE e quelle della propria Corte costituzionale. A me sembra evidente che in caso di decisione conflittuale come il concorso ai prossimi acquisti dei Bond degli Stati indebitati la posizione interna tedesca per il NO, diverrà prevalente e l’eventuale decisione di altri acquisti da parte della BCE, in qualunque forma, sotto l’ombrello del QE diverrà alla lunga insostenibile.

Non bastasse tutto questo, pare che ci siano all’orizzonte anche alcune condizionalità sul MES dedicato agli aspetti sanitari del COVID-19, volute dalla solita Olanda che, anche in questo caso, pare agisca sotto dettatura in lingua tedesca.

Pur apprezzando i piccoli passi positivi evidenziati da Ventroni nei suoi interventi, in questo quadro allora meglio, molto meglio un atteggiamento guardingo e disincantato, perché in economia come nella politica, a qualunque livello, le decisioni vengono assunte sulla base dei rapporti di forza e queste sono ancorate a precisi filoni culturali e, aggiungerei, religiosi con radici secolari ampiamente note.

In questa Europa caratterizzata in politica estera dalla Francia e nella politica economica e fiscale dall’interesse prevalente della Germania, ora che sembra finalmente definito il ruolo ambiguo svolto dalla  Gran Bretagna con la decisione sulla Brexit, per certi aspetti continuano ad essere presenti nella politica europea atteggiamenti ereditati da quelle che furono note come guerre di religione di altre epoche storiche, purtroppo mai del tutto accantonate e superate.

Gratta, gratta, infatti, al fondo dei due diversi approcci ai problemi dell’Europa vi sono due visioni culturali (quasi tre fino a tutto il 2019 se si tiene conto della Gran Bretagna) che hanno un fondo religioso.

A proposito del rigore dei paesi del Nord Europa si dice infatti che si tratti di un approccio da formiche laboriose, di contro ai paesi latini, gli spendaccioni, che vengono continuamente accomunati alle cicale canterine.

Ma è proprio così?

Se diamo dei nomi e cognomi alle “formiche”, ovvero Germania, Olanda, Svezia, Finlandia e Austria, è facile osservare che si tratta di culture che hanno come riferimento Lutero e Calvino e, al riguardo,  per comprendere appieno la valenza del protestantesimo quale fondamento del capitalismo moderno si rimanda alla lucida e profonda analisi svolta da Max Weber nel libro “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo”.

In buona sostanza già con Lutero, e quindi con Calvino, la povertà francescana come via per la testimonianza di Dio è stata espunta dal credo di fondo degli aderenti alla chiesa riformata a vantaggio dell’etica del lavoro e dell’accumulazione della ricchezza sulla terra.

Già per Lutero la concezione del sacro si era spostata dall’abito monacale all’abito civile, per esigenza di sintesi si può dire che il principio cardine benedettino “ora et labora” che rappresentava l’essenza del monachesimo, veniva spostato nel tempo di tutti i giorni e nella costruzione del lavoro: è il lavoro che costituisce l’aspetto sacrale, tanto più alto quanto più consente il successo e la ricchezza.

Per i calvinisti, il lavoro rappresenta un’evidenza etica e il profitto, lungi dal rappresentare come proposto da Marx il frutto dello sfruttamento della classe lavoratrice, diventa lo scopo della vita perché il guadagno è il risultato dell’abilità individuale. Quando poi la concentrazione e l’accumulazione del capitale in poche mani diventa così enorme da far gridare alcuni allo scandalo della disuguaglianza quale manifestazione diabolica dell’ingiustizia sociale, per queste culture non c’è nessun problema, neanche di coscienza, in quanto si tratta di un risultato delle capacità individuali che viene premiato da Dio.

A differenza dell’insegnamento cattolico per cui è più facile che un cammello passi nella cruna di un ago piuttosto che un ricco entri nel regno dei cieli, qui non è così. I ricchi sono i predestinati, hanno già tracciato la propria autostrada per il paradiso grazie alla ricchezza accumulata con il proprio lavoro: il profitto è professione, la professione è il profitto, il profitto è sacro e benedetto da Dio: è la via maestra per il paradiso.

Nessuno sfruttamento e nessun ripensamento: tutt’al più c’è lo spazio per un po’ di “carità pelosa” nei confronti dei più diseredati possibilmente per farne cassa di risonanza mediatica ed aumentare ancora di più la possibilità di accrescimento della propria ricchezza agli occhi del proprio Dio.

Credo che dobbiamo ricordare sempre che queste sono le cosiddette formiche dei paesi del nord Europa e da qui deriva il comportamento di fondo sul rigore dei conti che viene preteso anche per gli altri paesi europei, anche di altre religioni e ancor di più nei confronti dei laici e dei non credenti: è una cultura e non  un atteggiamento estemporaneo o il frutto avvelenato della costruzione europea.

E l’Europa è quella che è, quella che vediamo tutti i giorni, non quella dei nostri sogni o quella pensata dai padri fondatori.

Se l’euroscetticismo avanza e il sogno dell’Europa viene meno in larga parte dell’elettorato europeo, come non ricordare che questo è tutto da addebitare alle scelte politiche compiute dai singoli stati a cominciare da chi ha boicottato i referendum nazionali indetti per l’approvazione del progetto di costituzione europea nel 2005. Sul punto giova riportare alcune date di cronaca diventata storia.

 In data 29 ottobre 2004 a Roma veniva firmata solennemente la Costituzione europea. Dopo nemmeno un anno, tra maggio e giugno del 2005, i francesi e gli olandesi bocciarono quell’idea poco amata e al seppellimento definitivo provvidero britannici, polacchi e danesi sospendendo i loro referendum e rendendone così impossibile la ratifica.

Il tradimento della Costituzione, però, nasce ancora prima e parte dal momento in cui si forza la mano nel voler definire come Costituzione un progetto di riforma e di semplificazione dei trattati in vigore senza un reale processo costituente.

Un processo costituente infatti implicherebbe una rifondazione di sovranità e di legittimità democratica, con un popolo che si sente prima europeo e si dà una specifica cittadinanza per questo: prima europei e poi italiani, francesi, olandesi, tedeschi, ecc.

Già nel 2001, quando si avviarono i lavori per il progetto di Costituzione europea non c’era niente di tutto questo: nei governi dei singoli Stati non vi era posto per alcuna delega di sovranità o cessione di legittimità.
In quel caso, 15 anni fa, abbiamo avuto la convergenza di interessi di fatto delle tre grandi religioni cristiane (protestanti luterani-calvinisti, protestanti anglicani e cattolici dopo l’inutile battaglia fatta da papa Wojtyla per l’inserimento delle radici cristiane nel preambolo della Carta in approvazione e non approvato da Giscard D’Estaing che presiedeva il gruppo di estensori della Carta). La mancata approvazione è costata molto a larghe parti dei popoli europei che in quel progetto avevano creduto e su cui avevano riposto grandi speranze, non certo alle élite degli Stati che hanno portato avanti il boicottaggio sistematico dell’idea di cittadinanza europea e della conseguente necessità di una specifica Costituzione, quale preludio per la costruzione degli Stati Uniti d’Europa.

Certo oggi abbiamo una generazione Erasmus e ci sono e ci saranno i figli di questa generazione: su di loro va riposta la speranza per i cittadini europei di domani e non più dei singoli Stati, ma questo è di là da venire.

Nel momento in cui il progetto di costituzione abortì dopo il primo voto contrario dell’Olanda (guarda caso!) e della Francia che intendeva probabilmente anche impedire che l’ex presidente Giscard passasse alla storia, si trovano le radici dell’euroscetticismo e del populismo che oggi caratterizza larga parte dell’elettorato europeo e questo impone a quei romantici sognatori che continuano a credere nella necessità dell’Europa di aprire gli occhi e   attrezzarsi con gli occhiali della realtà alla luce del sole per trasformare quel sogno in un progetto reale. Un progetto che per andare avanti ha bisogno di militanti che apprezzino i piccoli passi positivi dei tavoli decisori come sottolinea Franco Ventroni, anche sognatori perché senza sogno non c’è vita, ma al contempo guardinghi, disincantati e con un pizzico di diffidenza che non guasta, come suggerisce tra le righe Roberto Mirasola.

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Brevi riflessioni su distanziamento e anziani

Roberto Paracchini

Dopo gli interventi di Fernando Codonesu e Mauro Tuzzolino pubblichiamo un contributo di Roberto Paracchini, socio della nostra Scuola, sul coronavirus e i suoi effetti collaterali. Si tratta di un contributo centrato sul significato profondo di alcune parole chiave ricorrenti nella narrazione di questi mesi, sugli effetti indotti sulle relazioni interpersonali a partire dagli anziani, ma altrettanto importanti per i più giovani e per le generazioni future

Oggi vi sono alcune parole ricorrenti e interconnesse. Si ripetono soprattutto nella narrazione pubblica ma anche privata: distanziamento, anziani, solidarietà, guerra. Si dice che siamo in guerra contro un nemico invisibile che, nel qui ed ora, possiamo tenere sotto (parziale) controllo solo mantenendo una certa distanza (almeno un metro) dalle altre persone (tutti coloro che non vivono nella nostra stessa casa, se non già contagiati). Il che significa che occorre evitare qualsiasi tipo di contatto (strette di mano, abbracci ecc.) con gli altri da noi, da un lato e limitare anche i “rapporti” con noi stessi (niente dita in bocca, nel naso o negli occhi), dall’altro. Il tatto, quel senso che mette la superficie del nostro organismo in contatto col mondo permettendoci di riconoscerne i caratteri fisici nelle diverse declinazioni (dalla durezza alla forma), viene precluso.

 In questi appunti non si vuole discutere l’importanza della politica del distanziamento, oggi indispensabile al fine di arginare la diffusione dello specifico Coronavirus (il Covid-19) che ha messo in crisi il mondo intero e i suoi stili di vita prevalenti. Di seguito solo poche note per evidenziare alcune conseguenze di carattere relazionale, in particolare sulle persone anziane; per poi tentare di comporre da quanto accade l’invito a un’ipotesi di intervento.

 A tal fine è importante chiarire meglio che cosa implica il distanziamento in termini socio-antropologici. Innanzi tutto va detto che il distanziamento incide sui vari sistemi della comunicazione non verbale (paralinguistico, cinesico, prossemico e aptico). Entrando nello specifico si rileva che questo influenza meno quello paralinguistico, relativo all’intonazione e all’inflessione della voce che accompagna i nostri modi di parlare; conseguenze un po’ più gravi si hanno sull’aspetto cinesico, che coinvolge l’insieme dei gesti volontari e modulati dalle emozioni e comprendenti in via prioritaria le espressioni del volto e l’articolarsi dello sguardo (perplessità, timore, colpa, ecc.). Maggiore è poi l’effetto del distanziamento sugli ultimi due sistemi. Nella prossemica, che interessa la gestione degli spazi tra gli interlocutori, si ha un’alterazione evidente della gestione dei propri movimenti di immediata prossimità. Le neuroscienze insegnano che ognuno di noi ha dei propri spazi di sensibilità (di propria giurisdizione), sensibili alla presenza fisica ravvicinata altrui e che variano a seconda del livello di confidenza ed affetto con l’interlocutore. In questo quadro vi sono gesti di contatto consuetudinari che assumono forme culturalmente determinate. Il bacio su entrambe le guance, ad esempio, è molto diffuso in Italia (in altre culture lo si dà su una sola guancia, in altre ancora ci si tocca coi rispettivi nasi, ecc.); si tratta però, sempre, di un avvicinamento con contatto, quindi a metà strada tra la prossemica e l’aptica e rappresenta un modo per indicare condivisione e amicizia. L’eliminarlo compromette il calore del rapporto interpersonale che tanta parte ha nelle nostre vite (produzione del senso di sé, sicurezze e/o insicurezze, ecc.). Ancora più pesanti sono le ripercussioni provocate dal distanziamento sul sistema aptico, il cui ruolo è oggi rivalutato anche dalle neuroscienze e, tra l’altro, da un ampio settore dell’arte contemporanea, perché coinvolge importanti funzioni legate al nostro corpo. Il sistema aptico indica, infatti, il processo di riconoscimento degli oggetti attraverso il tatto ed è il frutto della combinazione tra la percezione tattile prodotta dagli oggetti sulla superficie della nostra pelle e dalla propriocezione che coinvolge quei recettori del nostro organismo (i propriocettori) che ci forniscono informazioni sulla posizione, il movimento e l’equilibrio del nostro corpo appunto. Nel caso specifico della comunicazione non verbale che si serve del sistema aptico, la propriocezione interessa la posizione della mano rispetto all’oggetto/o persona con cui ci si rapporta o comunica. L’universalità della stretta di mano ad esempio e delle infinite sfumature che può avere rende merito a questa “abitudine” culturale che coinvolge appieno il sistema aptico.

A riguardo è interessante notare gli aspetti simbolici e coreografici che questo gesto ha assunto nel tempo. In greco antico si indicava con la parola “dexiosis”, darsi la mano destra, probabilmente per un’iniziale diffidenza, dato che in questo modo non si poteva impugnare la spada o un’altra arma, poi diventato simbolicamente un “non ho cattive intenzioni”. Inoltre vi è qualche studioso che afferma che l’handshake, l’agitare e il muovere su e giù la mano mentre se ne stringe un’altra potrebbe essere stato un modo per assicurarsi che l’interlocutore non nascondesse niente di offensivo nella manica, mentre successivamente ha assunto una valenza di forte intesa, come un “sono veramente felice di vederti”. National Geographic informa che la prima testimonianza di stretta di mano, da noi conosciuta, risale a un bassorilievo del nono secolo a. C. in cui a darsi la mano sono un re assiro e un comandante babilonese, probabilmente in segno di alleanza. Col tempo la stretta di mano è diventata sempre più simbolo di mutualità, accordo, alleanza, amicizia. Variante contemporanea è il “dammi il cinque”, in uso soprattutto tra gli sportivi e i giovani. La si fa risalire a una casualità avvenuta negli Stati Uniti durante una partita di baseballGlenn Burke dei Los Angeles Dodgers, il 2 ottobre del 1977, durante un incontro con gli Houston Astros, ebbe l’idea di alzare il braccio destro col palmo della mano rivolto verso il compagno di squadra Dustin Baker che, dopo aver fatto un fuoricampo ed aver girato le basi, si avviava in panchina. E Baker rispose a quel gesto colpendo quella mano col palmo della sua, oggi si direbbe “dandogli il cinque”. Da quel giorno quel gesto fu il segno distintivo dei giocatori del Los Angeles Dodgers per complimentarsi tra loro. In seguito Baker spiegò che, vista quella mano alzata e non sapendo che fare, istintivamente la schiaffeggiò. In Italia il “dammi il cinque” si diffuse a macchia d’olio soprattutto grazie a “Gimme Five”, uno dei primi successi di Jovanotti del 1988 (contenuta nell’album “Jovanotti for President”). Una casualità, si è detto, che ha però incrociato un’esigenza di condivisione dell’entusiasmo, divenendone un’espressione caratteristica.

Al di là delle origini storico-antropologiche e di costume, importanti per capire meglio il radicamento nella nostra vita della stretta di mano e delle sue varianti, forse non tutti sanno che un simile gesto, che mette a contatto dita e palmo di una mano con un’altra, impegna addirittura un terzo della nostra regione cerebrale, incluse l’area motoria e sensoriale. Con le dita svolgiamo, infatti, una enorme molteplicità di compiti, che attivano ampie aree del cervello in un feedback continuo. Non è un caso, ad esempio, che diversi psichiatri raccomandino ai pazienti, per superare il senso di angoscia del risveglio, di lavare i piatti e di farlo con le mani, esercizio che implica una serie di complicate operazioni (insaponatura, tenuta del piatto scivoloso, suo corretto posizionamento e movimentazione, risciacquo, asciugatura ecc. ecc.) che, appunto, interessano il tatto delle dita in una molteplicità di funzioni coinvolgendo in tal modo diverse aree cerebrali, così come capita nella classica stretta di mano, anche se non ce ne accorgiamo.

Torniamo ora agli anziani. Presumo che molti abbiano provato che cosa può significare il parlare con una persona, il toccarla o sfiorarla per sottolineare alcune parti del discorso, poi spostarsi leggermente per guardarla negli occhi, sorridere o fare una smorfia, riprendere il discorso allontanandosi di un passo, per poi riavvicinarsi a sottolineare un concetto e quasi toccarla… Immagino anche che tutti noi si sia provato il calore, il senso di comprensione provocato da un abbraccio, una carezza, uno sguardo ammiccante e comprensivo; si sia sentito il sentimento di vicinanza affettiva prodotto da una prossimità fisica, dal percepire un ascolto interessato da parte dell’interlocutore; ci si sia sentiti protetti in  un’affabile comunanza e intesa prodotta da una stretta di mano, solo per fare alcuni degli infiniti esempi possibili. Tutto questo impasto di sensibilità e di calde contaminazioni con la tangibile prossimità dell’altro da noi, negli anziani è ancora più forte e intenso. Malinconico, a volte, proprio perché nella maggior parte dei casi il loro mondo relazionale si è impoverito (pensionamento, morte di un coniuge o delle amiche o amici più cari, lontananza dei parenti, difficoltà di deambulazione, maggiore isolamento insomma). Un contesto in cui l’arricchimento del proprio spazio di prossimità con un abbraccio, una stretta di mano o una maggiore vicinanza diventa più che mai prezioso, come acqua fresca per un assetato. Ma oggi, purtroppo, scelte storiche inique e predatorie verso l’ambiente da parte di quella potente componente dei sapiens votata al profitto e cultrice di un modello di sviluppo basato sul dominio della natura e quindi dell’essere umano in quanto esso stesso natura, hanno compromesso questo sistema di relazioni causando – come spiegheremo – la pandemia che stiamo vivendo.

E così quell’impasto virtuoso di sensibilità a cui si è accennato, viene precluso a tutti per la necessità impellente di evitare il contagio dato che il virus si trasmette nell’aria soprattutto attraverso le microparticelle che produciamo con un colpo di tosse, uno starnuto o, a distanza ancora più ravvicinata, col nostro respiro. Sappiamo poi che, nonostante l’impegno della ricerca scientifica, i tempi di uscita dall’attuale crisi non saranno brevi perché l’elaborazione e produzione di un vaccino specifico (che pur ci sarà) richiede diverse validazioni, pena la creazione di un qualcosa di inadatto e pericoloso; e poi altri tempi organizzativi saranno necessari per una vaccinazione di massa che, sia per il qui ed ora che in prospettiva, obbligherà a una riorganizzazione sanitaria territoriale, constatato anche che l‘Italia ha negli ultimi anni privilegiato le grosse strutture ospedaliere.

 Intanto, approfittando del panico prodotto dal virus, riesplodono fake-news di ogni tipo, come la teoria del complotto, sempre presente perché facile e semplificatrice di una realtà ben più complessa. In questa messa ai margini del pensiero critico si inserisce anche un pericolo, forse più insidioso perché meno evidente, che può essere definito di inquinamento linguistico.  In questo quadro va sottolineato l’uso continuo del termine guerra per parlare del nostro duro confronto col virus e delle modalità per arginarlo. “Insidioso”, si è detto, in quanto il ripetere continuamente una parola conduce, spesso inconsapevolmente, a considerare reale il significato semantico e pragmatico che si porta dietro. In questo caso guerra, essere in guerra, implica avere un nemico fisico contro cui scagliarsi con la forza delle parole o degli atti (la Cina prima, i pipistrelli e altri animali poi, e anche l’OMS). La comunità scientifica internazionale, i virologhi e chi studia i fenomeni ambientali (da Ilaria Capua a Mario Tozzi), concordano nell’affermare  che sono i pesanti insulti inferti all’ambiente i veri responsabili, come la pratica insistente delle deforestazioni ad esempio, di cui poco si parla, mentre autorevoli studi scientifici (su Scienze e Nature) sottolineano che, togliendo l’habitat naturale agli animali, li si mette sotto stress e si aumenta la loro carica virale agevolando così il salto di specie, proprio come è capitato per il COVID-19 e, in precedenza, per gli altri virus causa delle diverse e recenti epidemie. E sempre all’ottusità di uno sviluppo iniquo e distorto si deve l‘impetuoso aumento degli allevamenti intensivi nella pianura Padana (bovino e soprattutto suino), con conseguente immissione (tramite le loro deiezioni) di ammoniaca nell’atmosfera e forte incremento del particolato nell’aria. Situazione inquietante se si considera che in quella parte d’Italia c’è stato il maggior numero di contagi e che ricerche dell’università di Harward, ma anche di Shanghai e Pechino (come sottolineato da un ottimo servizio di Report) hanno messo in collegamento la maggiore diffusione del virus all’incremento del particolato che funzionerebbe come suo vettore.

Le cause della diffusione della pandemia richiedono quindi maggiore consapevolezza, in tutti i sensi, anche linguistica e la parola guerra è inadatta. L’attuale pandemia ha un campo di battaglia completamente diverso e relativo alle modalità di contagio del virus, costituito da due elementi fondamentali: i rapporti interpersonali (da cui il distanziamento) e il nostro organismo che questo virus non conosce e che, proprio per questo, lo subisce anche violentemente, tanto più quanto la clessidra del tempo ha reso il nostro corpo più fragile e più esposto. Da qui, la necessità di mantenere il distanziamento, appunto, per il bene di tutti, ma soprattutto come atto di solidarietà verso la nostra memoria vivente, quella incarnata dagli anziani.

 La genetista Ilaria Capua ha definito il COVID-19, un virus opportunista che approfitta del “lavoro” fatto da terzi (il tempo e altre patologie preesistenti) per metterci al tappeto. Ma la guerra, come quella testimoniata ad esempio dai bombardamenti che distrussero gran parte di Cagliari nel 1943 è un’altra cosa. Oggi siamo nel mondo della pandemia, non della guerra, parola da guardare con diffidenza e la cui reiterazione permette di giustificare pericolosi interventi autoritari, come avvenuto in Ungheria dove Orban si è fatto dare i pieni poteri dal Parlamento, o violenti proclami come nelle Filippine dove il presidente Duterte ha ordinato alla polizia di sparare a chi viola la quarantena.

Distanziamento dei corpi per solidarietà, si è detto, per evitare il contagio dei più fragili. Quasi un ossimoro perché nel e dal corpo, proprio per il significato intensamente corporeo della comunicazione non verbale, ha radici la solidarietà e tutto quel che ne segue in termini di comunione e condivisione. Ci son voluti millenni perché l’essere umano, come afferma l’economista Luigino Bruni, “apprendesse l’arte delle distanze brevi per pensare di poterle dimenticare in pochi mesi” ed anche le neuroscienze supportano questa esigenza di distanze ravvicinate in quanto “cablata” nel nostro organismo nelle varie necessità di rapporto comunitario. Il senso fisico della solidarietà, proprio perché precognitivo non si dimentica e, anzi, fertilizza, seppure con sofferenza, anche nel distanziamento sotto forma di desiderio.  In questa delicata fase aiuta anche la storia della parola solidarietà che deriva dal latino, solidum, moneta, e dall’espressione del diritto romano in solidum obligari, obbligazione in solido, per cui diversi debitori si impegnano a pagare gli uni per gli altri e ognuno per tutti un qualcosa preso a prestito o dovuto. E così, e non solo per metafora, si può dire che questo anomalo distanziamento solidale è un modo per rendere ai nostri vecchi una pur simbolica parte del nostro debito nei loro confronti. In solidum obligari, quindi, come premessa  per abbracciare il significato moderno di solidarietà come fratellanza universale, sorto in Francia tra gli anni Trenta e Quaranta dell’Ottocento e rafforzato poi come “legame di ciascuno con tutti” dai padri fondatori della sociologia Auguste Comte ed Emile Durkheim.

In questo quadro di rispetto e maggiore consapevolezza del debito verso i più anziani nasce la necessità di ipotizzare scenari di riflessione più o meno nuovi, ma recentemente trascurati, sul loro ruolo storico e sociale.  Occorre, in pratica, ripristinare o tentare di creare ex novo un senso di presenza, che punti al loro, degli anziani e soprattutto dei più anziani, opportuno recupero tramite la raccolta e valorizzazione della loro memoria, che implica, di conseguenza, la considerazione della loro presenza fisica come valore. Progetto da predisporre e, possibilmente, iniziare nella seconda fase della pandemia, quella del rientro, pur lento e graduale, in un paesaggio di ripresa dei rapporti sociali.

 La solitaria morte dei più vecchi e fragili resterà un peso nella coscienza collettiva. Quanto capitato ha spalancato con rabbia quello che, purtroppo, già si sapeva, ma che vedeva i più nascondere il viso dall’altra parte, l’abbandono in cui i più vecchi e deboli vengono spesso lasciati. Un oblio fisico e relazionale che una fredda e macabra idea della produttività tende a giustificare da parte di quei sapiens a cui si è accennato in precedenza. Riprovevole non solo da un punto di vista etico, ma anche sociale ed economico. Ha ragione Papa Francesco nel denunciare aspramente questo sistema produttivo che incrementa la pratica dello scarto dei prodotti e degli esseri umani. Da tempo, però, anche tra gli economisti si ha contezza che sono il know how e i saperi tutti la ricchezza di base da cui si può crescere, seppure non più come viaggiatori di un illusorio e lineare progresso, bensì come esploratori di un labirinto ricco di traguardi e di sconfitte, ma proprio per questo intrigante perché spinge e costringe a negoziazioni mai concluse.

La memoria dei singoli è un patrimonio non solo per la salute dei diretti interessati perché il ricordo riattiva mondi personali, ma anche per la collettività. Lo dimostrano i tanti frutti dell’evoluzione della metodologia degli studi storico-antropologici, dalla rivista degli Annales in poi, che hanno inglobato e valorizzato pure le piccole storie come importanti “spie” dei tempi in cui si vive.

Ogni anziano è un archivio di saperi, sedimentati nel suo vissuto, che vanno dal lavoro alle sue relazioni, ai rapporti familiari, sino all’incespicare degli aneddoti faticosamente ricordati. Ora si tratta di non disperdere questo patrimonio e, come accennato, di valorizzarlo. Quindi occorrerà impostare un lavoro certamente non facile ma possibile, che sposi ricerca storica, sociologica, antropologica e, indirettamente, sanitaria; che delimiti il proprio target in base all’età e che pensi soprattutto ai giovani come i maieutici di questa memoria.

In questo modo si potrebbe innanzi tutto far ridiventare gli anziani protagonisti, stimolandoli a ricordare e raccontare con qualcuno che raccoglie i loro ricordi. Presenza possibilmente fisica (ma potrebbe anche essere virtuale, soprattutto all’inizio) che interloquisca con loro e ponga attenzione alle loro parole, le stimoli e le raccolga. Il tutto fatto con metodologie apposite, ovviamente, che tengano conto della sensibilità degli interlocutori, con l’obiettivo di creare spicchi di testimonianza/conoscenza su costume, abitudini e vita di ampi settori della popolazione.

Si tratta di un progetto di difficile realizzazione nel qui ed ora, ma non impossibile, anche in tempi non lontani se visto in modo graduale. Per questo occorre iniziare a prefigurare un progetto (di cui queste brevi note sono solo una proposta) che, oltre al coinvolgimento dei diretti interessati, preveda un’altra serie di figure professionali (dall’università alla scuola) e uno studio di fattibilità.

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SANITA’ PRIVATA, L’ALTRA FACCIA DELLA MEDAGLIA

Roberto Mirasola – Scuola di Cultura Politica “Francesco Cocco”

Le notizie che in questi giorni si leggono sulla stampa locale riguardo le critiche alla sanità privata fanno pensare più a un uso politico dell’informazione piuttosto che al giusto compito della stampa volto a ricostruire la veridicità dei fatti scevra da ogni qualsivoglia pregiudizio. Da più parti si legge che ormai le cliniche private starebbero facendo affari d’oro, come se il Covid-19 possa oggi costituire una fonte di facili guadagni. In realtà la maggior parte delle strutture private verte in una situazione di grande difficoltà, e non soltanto a causa della pandemia. Va detto per inciso, che diverse strutture hanno seguito responsabilmente le direttive volte a gestire l’emergenza sanitaria, e lo hanno fatto per tempo, per non farsi trovare impreparate.  Questo ha significato ingenti acquisti di materiale volto a tutelare la salute dei pazienti e del personale sanitario che vi lavora. Costi che sono a carico delle aziende senza che giustamente vi sia nessun rimborso da parte del pubblico. Le strutture hanno dovuto ridurre il numero di interventi e i ricoveri. Naturalmente tutto questo ha un prezzo che ricade però non soltanto sull’imprenditore privato, ma anche nei confronti dei lavoratori. Oggi in Sardegna le strutture private sono costrette a mettere in cassa integrazione chi vi lavora: medici, infermieri, ausiliari, tecnici e personale amministrativo. Tutto questo sta accadendo nel silenzio totale. Dov’è la stampa paladina della tutela dei posti di lavoro? Forse sono lavoratori di serie B? Forse sono meno eroici dei loro colleghi del pubblico? La sanità privata che in Sardegna incide solo per il 3% sulla spesa sanitaria globale, è una costola del sistema sanitario pubblico e va anche precisato che gli stessi servizi sanitari nel pubblico costerebbero di più. Non esiste dunque una contrapposizione che invece si vuole artificialmente far credere, anzi in questo momento servirebbe l’esatto contrario.  Quale notizia invece si vuole riportare in prima pagina? Gli ormai famosi € 900,00 per le strutture private chiamate dalla Regione a sostegno della sanità pubblica. Posto che le strutture sono tre: Mater Olbia, Policlinico Sassarese e Città di Quartu, bisognerebbe fare anche, per onestà intellettuale, un’attenta analisi dei costi. Quanto costa alla struttura pubblica una giornata di degenza in terapia intensiva per un paziente Covid?  Senz’altro più che in una struttura privata. Dati alla mano il costo di un anestesista, un infermiere, un OSS h. 24 più farmaci e presidi superano di gran lunga quanto remunerato alle strutture private. Dove sono dunque i lauti guadagni? La verità è che bisogna rivedere come impostare il sistema sanitario che deve svolgere il solo interesse della cura e della salute del paziente. Quindi sarebbe opportuno che la politica stesse fuori dalle decisioni che riguardano nomine dei primari, nomina di manager, consulenze, tutte operazioni che prescindono dalla competenza e dal merito delle persone che vengono nominate. Del resto quanto è accaduto a Sassari è sotto gli occhi di tutti e le responsabilità sono pubbliche, tant’è che vi è un’indagine della magistratura in corso. Indagine che del resto è sempre in corso, ad esempio a Oristano, per le ingerenze della politica in campi che a lei dovrebbero essere invece estranei.

La polemica che si è dunque innescata in questi giorni rischia di perdere di vista la giusta dimensione del problema in quanto, come si è già scritto, la sanità privata è una costola del SSN, ciò significa che eroga un servizio pubblico. Diverse sono le scelte politiche volte all’istituzione di grandi strutture private in contrasto con le esigenze del servizio sanitario regionale, come il caso del Mater Olbia. Sembra invece che per polemizzare con scelte sbagliate del passato si rischia di trascinare giù colpevolmente le piccole buone pratiche della sanità privata esistenti nel territorio che danno invece da anni il loro prezioso contributo al sistema sanitario regionale.

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Coronavirus. “Da europeista sono arrabbiato con l’Europa”

Franco Ventroni – Scuola di Cultura Politica “Francesco Cocco” (contributo pubblicato su DemocraziaOggi)

E’ ancora presto per poter fare una valutazione seria e credibile dei danni, di tipo sociale ed economico, causati dalla pandemia.

Ritengo però utile fare qualche riflessione, soprattutto dopo alcuni interventi su questo blog, riferiti all’argomento corona virus e dintorni.

Vi confesso che sono arrabbiato: dopo circa trent’anni di militanza attiva sul fronte europeista, alcune mie convinzioni sulla Europa unita iniziano a vacillare. Seppure richiamati molto spesso nei trattati e negli accordi internazionali, sembrano venir meno nei fatti proprio quei principi di solidarietà e cooperazione tanto osannati. Questi principi sono stati disattesi nella pratica quotidiana, creando cosi una vuoto istituzionale che difficilmente riusciremo a colmare, pur animati da uno spirito di cooperazione solidaristica. Richiamo, a tal fine, il balletto e i dinieghi dei vari stati membri nel momento in cui l’Italia ha invocato la fornitura di materiale sanitario. Tralascio, per carità di patria, anche qualche acido commento per coloro che hanno “bloccato” o si sono “appropriati” delle forniture destinate al nostro paese,  provenienti, tra l’altro, da fornitori extraeuropei. Tutto ciò non può essere attenuato dall’ospitalità espressa dalla carità pelosa della Germania che ha accolto, da qualche giorno, alcuni pazienti in terapia intensiva. Devo ammetterlo: un fallimento rispetto agli obiettivi prefissati sotto il profilo della solidarietà. Pensate soprattutto alle parole “welfare” e “cooperazione” da me e da altri colleghi richiamate e praticate, insieme ad altri funzionari dei paesi dell’Unione, nell’attuazione di centinaia di progetti transnazionali. Il fatto stesso che ancora oggi siamo sprovvisti di reagenti e mascherine, quello che abbiamo proviene o dall’autoproduzione o da forniture cospicue provenienti da paesi extraeuropei, suggerisce una riflessione più attenta sugli accordi da prendere all’interno dell’Eurogruppo.

Anche sul versante della politica economica questa Europa non sta certo meglio.

Christine Lagarde, presidente della BCE, analizzando la situazione italiana ha detto una settimana fa: “non siamo qui per chiudere gli spread, ci sono altri strumenti e altri attori per questi problemi”, dando subito una pessima dimostrazione delle sue capacità tecnico-politiche facendo crollare le borse e impennare il differenziale tra BTP e  Bund. Tutto ciò  è costato agli italiani circa 2 miliardi di Euro, proprio quando aspettavamo la solidarietà europea. Parafrasando l’intervento di un giornalista si potrebbe dire “come trasformare un dramma sanitario in una crisi finanziaria”. Non sarà certo il ripensamento successivo sull’intervento da 750 miliardi di lire promesso dalla Banca Centrale Europea, sollecitato peraltro dalle difficoltà degli a altri paesi, a farmi cambiare idea.

Ci eravamo illusi quando Ursula Von der Leyen, Presidente della Commissione Europea, aveva sostenuto, in un perfetto italiano/tedesco, che l’Europa era al fianco degli italiani martoriati dalla epidemia del corona virus e che la UE avrebbe sostenuto l’Italia. Trascorsa una settimana  rileviamo che sono arrivate, sempre dalla stessa fonte, delle dichiarazioni inappropriate a sfavore del nostro paese che aveva invocato un corposo sostegno finanziario da parte della Unione con l’emissione di corona bond  attraverso il MES (Meccanismo Europeo di Stabilità). La Von der Leyen, schierandosi subito con i paesi “rigoristi” (Germania, Olanda Austria e Finlandia) ha affermato: Bruxelles non ha nei suoi radar l’emissione di “obbligazioni comunitarie” per sostenere i Paesi d’Europa alle prese con l’emergenza ”coronavirus”. Salvo poi, in serata, emettere una nota in cui la sua analisi e il suo  diniego sono stati “giustificati” dalla questione delle garanzie sul debito, e da “chiari confini giuridici” dei trattati europei che impediscono tali politiche. La risposta dei Paesi “espansivi” (Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Slovenia, Grecia, Irlanda, Belgio e Lussemburgo), che avevano peraltro chiesto l’emissione  dei mitici “euro bond“ non si è fatta attendere, scatenando cosi uno scontro, senza precedenti, all’interno dell’Eurogruppo costituito dai 27 paesi dell’Unione.

Sull’argomento è intervenuto anche il capo dello Stato Sergio Mattarella, che venerdì nel suo discorso alla nazione ha sottolineato l’inadeguatezza di “vecchi schemi ormai fuori dalla realtà” e la necessità di urgenti “azioni concrete del Consiglio Ue”. A breve, pertanto, verranno fuori prepotentemente le posizioni dei due schieramenti.

Occorre però premettere che tutti i Paesi dell’Unione:

– ricorreranno, chi più chi meno, agli strumenti e alle agevolazioni proposte dalla BCE (Banca Centrale Europea) e dal MES (Meccanismo Europeo di Stabilità) più conosciuto come Fondo salva Stati;

– hanno bisogno di impiegare risorse e, quindi, di indebitarsi sia per l’emergenza, sia per la ricostruzione nel prossimo futuro;

– possono usufruire di condizioni di finanziamento agevolato garantite dall’insieme dei Paesi;

– risultano garanti pro-quota dei debiti di ciascuno qualora uno o

 più Paesi non restituiscano le rate dei mutui contratti;

– sono ormai convinti che occorre pensare, vista la straordinarietà degli eventi derivanti dalla pandemia, al varo di nuovi strumenti finanziari;

L’emergenza, quindi, metterà tutti di fronte a una situazione senza precedenti per cui l’Eurogruppo dovrà trovare una soluzione tale da consentire l’esistenza stessa dell’Unione Europea.

Voglio a tal fine richiamare alcune novità che influiranno in modo consistente sia sul dibattito attuale, sia sulle scelte che saranno fatte sulla ricostruzione economica post pandemia. Una di queste, alquanto strana, riguarda proprio la Germania che in questi giorni sembra propendere per una rivoluzione copernicana in ambito finanziario: in un sol colpo è stato superato prima il pareggio di bilancio vero mantra della politica fiscale tedesca, poi forse ancora quello più importante del vincolo costituzionale che impediva ai tedeschi di produrre  annualmente “nuovo debito” oltre lo 0,35 del PIL. Ma ciò che più impressiona è il plafond di 800 miliardi di euro stanziato per contrastare gli effetti economici prodotti dal Corona virus. A ciò deve aggiungersi il si, seppure a denti stretti, della Merkel alla sospensione del Patto di stabilità europeo.

Si aprono, quindi, nuovi scenari ma anche nuovi contrasti: buona parte dei paesi “rigoristi” del nord Europa sostiene, infatti, che esiste il pericolo che buona parte delle risorse che verranno messe a disposizione potrebbero essere utilizzate per sanare i debiti pregressi di quei paesi fortemente indebitati.

Sono convinto di una cosa: sarà difficile trovare un accordo dignitoso che rispetti le giuste aspettative soprattutto di quei paesi travolti e martoriati dalla pandemia. Con questi chiari di luna, se non si trovano soluzioni innovative per gestire gli strumenti finanziari a disposizione (BCE, MES, BEI), l’Europa rischia di soccombere lasciando spazio ai finanziatori internazionali che ci daranno si vagonate di euro ma  a tassi da usura.

Credo, invece, che la soluzione esista e sia ad un passo da noi. Le diplomazie economiche sono al lavoro da giorni per evitare una rottura dei rapporti che rischia, come ho già detto, di compromettere la stessa esistenza dell’Unione.

La mia modesta proposta, esposta qui di seguito, prevede di utilizzare gli strumenti tradizionali a disposizione nel modo seguente:

  • Riutilizzo mediante semplice accordo Italia – Commissione Europea delle risorse non spese nella Programmazione 2014-2020. Le sole risorse “comunitarie” da riprogrammare attualmente disponibili (stima prudenziale) ammontano a circa 100 miliardi di euro.

  • Acquisto di titoli italiani da parte della Banca Centrale Europea. Tale anticipazione potrebbe generare circa 210 miliardi di euro.

  • Ricorso, in forma ridotta, al Meccanismo Europeo di Stabilità con una richiesta di emissione di titoli denominati CORONA BOND per un ammontare di 100 miliardi di euro finalizzati e condizionati al solo Progetto corona virus.

  • Emissione di BTP, con scadenza trentennale e con un rendimento, da destinare prevalentemente ai risparmiatori italiani e in subordine agli investitori esteri. Raccolta stimata:100 miliardi di euro.

  • Richiesta alla Commissione Europea di un consistente sostegno alla disoccupazione creata dalla pandemia (Fondo Gentiloni). Tale richiesta ammonta a circa 20 miliardi di euro.

  • Oltre alle attività consolidate la BEI (Banca Europea degli Investimenti) potrà aumentare di 240 miliardi la sua capacità di finanziare progetti per la ripresa. Da tale fonte potrebbero arrivare altri 20 miliardi.

  • L’Italia potrebbe, inoltre, avanzare una specifica richiesta ritoccando il regime degli aiuti di Stato, per destinare alle imprese circa il 30 per cento delle risorse previste dai Programmi, finanziati dal Fondo Europeo di Sviluppo Regionale, Fondo Sociale Europeo, Fondo Europeo Agricolo per lo Sviluppo Rurale.

Come potete notare questo quadro consente al nostro Paese di frazionare i rischi soprattutto sul fronte indebitamento.

Per concludere posso solo aggiungere che i tedeschi, gli olandesi e gli austriaci le risorse andranno a pescarle sul mercato libero. Non nutro, quindi, grandi speranze sul risultato. Sono comunque sicuro che approderemo ad un risultato se non altro intermedio che ci consente, però, un minimo di ripresa.

Come italiani, seppure con qualche difficoltà, abbiamo dimostrato di esserci, ci sono anche i cittadini di altri paesi europei che come noi combattono con questo nemico invisibile.

Manca, invece, una classe politica illuminata come lo erano i nostri padri costituenti a Ventotene, che pensavano già allora ad una Europa più unita e solidale.

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Appunti dal sottosuolo

Mauro Tuzzolino  – Scuola di Cultura Politica “Francesco Cocco” – Cagliari

Come molti dei personaggi di Murakami Haruki, siamo condotti dalle circostanze a ripiegare nelle nostre solitudini, a discendere nel pozzo della nostra autocoscienza. E come nelle narrazioni di Saramago questa discesa assume una dimensione sociale e collettiva.

E, si sa, il pozzo è metafora di caduta e di rinascita già nelle Sacre Scritture. Il virus ha costretto tutti noi a questa discesa nel pozzo, sul piano individuale e su quello sociale. Ponendoci interrogativi sul nostro recente passato, sulle nostre modalità di condurre l’esistenza, sugli eventuali nessi causali tra modus vivendi e situazione attuale; ma gli interrogativi riguardano a maggior ragione la risalita prossima, anche come esercizio e antidoto al presente, assecondando quel fisiologico bisogno di varcare il confine del nostro attuale limite.

“La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. Ci dimostra come abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità”, ricorda papa Francesco nella sua recente commovente omelia.

Al culmine della potenza della retorica della tecnica, ne riscopriamo la sua intrinseca fragilità. Quando l’apparato di scienza, tecnologia, economia mostra i propri limiti dinanzi al palesarsi del flusso virale, ci sentiamo nudi, messi di fronte allo specchio della nostra vita, impauriti per la sopravvivenza nostra, dei nostri cari e, in ultima analisi, delle abitudini di esistenza a noi così care. Privi dell’armatura e dei superpoteri che nella quotidianità ci offre l’apparato tecno – sociale, ripiombiamo d’improvviso nel perimetro delle nostre corporeità e torniamo a fare i conti con le domande di sempre.

Domande individuali e collettive sul senso, sulle traiettorie di vita, sul ruolo di ciascuno e sulla direzione del nostro vivere associato.

In questo quadro avvio la mia breve riflessione, sempre in divenire, su alcune piccole lezioni che sto imparando.

Stiamo riscoprendo l’importanza della comunità di cura. La consapevolezza delle nostre fragilità incrementa il nostro bisogno di avere intorno reti di protezione, che non devono e possono limitarsi alla pur necessaria concentrazione di funzioni di eccellenza. Le riforme sociosanitarie assecondando il principio fordista per cui concentrazione uguale efficacia/efficienza, hanno puntato sulla costruzione di grandi hub iperspecializzati (come non pensare alla vicenda del Mater Olbia in Sardegna?) e, così facendo, abbiamo abbandonato, almeno nel dibattito mainstream, le ipotesi di una sanità capillare e territoriale, capace di offrire prossimità, aiuto, sostegno, ascolto. E le nostre paure diventano solitudini fragili, prive di quel meccanismo comunitario di sostegno e accompagnamento, in particolare nel contesto delle aree interne.

La scuola giocoforza, con la generosità dei suoi protagonisti, prova a riorganizzare il proprio funzionamento attraverso l’utilizzo della didattica a distanza; quel che emerge tuttavia, aldilà delle performance molto variabili e della inadeguatezza tecnologica, è la centralità della “presenza” nei processi di apprendimento e di costruzione della socialità di base. Ho ascoltato docenti e ragazzi. Questi ultimi si sentono smarriti e rivalutano con convinzione l’importanza dello spazio fisico, del confronto sensoriale come ambiente didattico per eccellenza. E anche qui varrebbe la pena di approfondire sul principio di prossimità, sull’importanza di un presidio sociale insostituibile. La scuola, sembra banale rammentarlo, non è semplicemente un contesto di trasferimento e di condivisione dei saperi; in questo caso la ricchezza di risorse conoscitive disponibili nel web renderebbe del tutto superflua la presenza di un’istituzione come la scuola. Scambio, confronto orizzontale, mediazione dei saperi, educazione alla convivenza e alla tolleranza, incontro di differenze, conflitto entro uno spazio normato, costituiscono valori e principi base di un’istituzione educativa. La drammatica sospensione delle attività scolastiche deve interrogarci su tali questioni; non per riproporre modelli ormai superati dalla realtà, ma per ripensare funzioni, spazi, metodologie, organizzazione. La scuola italiana è una grande risorsa del presente e del prossimo futuro, e tutta la comunità educante deve avere il coraggio di ripensare profondamente sé stessa, approfittando anche dei segnali di riscoperta positiva che il contesto sta producendo.

Sui beni di prima necessità abbiamo cominciato ad interrogarci sulle filiere organizzative e produttive che rendono possibile il nostro approvvigionamento alimentare. Dalle grandi corporation dell’agroalimentare, ai piccoli produttori sino ai cosiddetti lavoratori dell’ultimo miglio (come li definisce il sociologo Aldo Bonomi), che ci consentono di avere la merce presso le nostre abitazioni. I miei amici pescatori artigianali stanno attraversando, come tanti, un momento drammatico di crisi produttiva soprattutto per l’assenza di infrastrutture logistiche di vicinato. Facciamo una grande retorica sul kilometro zero, valorizzandone correttamente sia l’aspetto della sostenibilità ambientale sia quello della salvaguardia delle nostre produzioni e dei nostri lavoratori. Tuttavia, se non si affrontano le questioni infrastrutturali, materiali ed immateriali, relative ai temi della logistica, della distribuzione e della connessione di territorio e città, continueremo pure la nostra retorica ma le nostre dispense saranno dotate più facilmente di salmone piuttosto che del sarago locale, sempre per rimanere in contesto ittico.

Questi giorni sono stati il terreno di sperimentazione su larga scala del cosiddetto smart working, che nel caso di specie non è altro che lavoro da casa. O meglio, l’allargamento alla platea dei dipendenti delle modalità del lavoro autonomo di seconda generazione, con la felice definizione di Sergio Bologna. Attenzione ai facili entusiasmi. Lo spazio di lavoro che entra prepotentemente nelle nostre vite private può configurarsi come una violazione, un vero straripamento, con il messaggio non troppo sottinteso che siamo soggetti perennemente al lavoro, sempre disponibili, reperibili, attivabili. Con l’aggravante che il lavoro si individualizza ulteriormente, alterandone la sua dimensione sociale e collettiva, sia sul versante dell’affermazione dei diritti sia su quello del lavoro come funzione di abilitazione sociale. Trovare forme ibride e creative può essere una felice soluzione, immaginando anche luoghi altri  di condivisione, informali e capaci rompere le  ritualità costrittive dei grigi uffici e l’arcaica stretta correlazione tempo-lavoro.

La vicenda del sommerso italiano, giustamente sollevata dal ministro Provenzano, ci pone dinanzi ad una delle grandi ipocrisie del nostro paese. “Così come abbiamo sempre sostenuto, l’Italia ha tre Pil: uno ufficiale, di circa 1.600 Mld di euro; uno sommerso, di circa 540 Mld (l’equivalente del 35% di quello ufficiale); uno criminale, che supera abbondantemente i 250 Mld”, ha rammentato in un recente articolo del Sole 24 Ore il presidente di Eurispes.

Conosco molto bene e dal di dentro la realtà sociale ed economica del mezzogiorno d’Italia. La mia prima preoccupazione, pensando alla mia città, Palermo, con il progressivo acuirsi della crisi da Covid, è stata rivolta alle migliaia di persone che praticano nella quotidianità l’arte di arrangiarsi. Il piccolo venditore che staziona all’angolo della strada, il parcheggiatore abusivo, il venditore di rose ai semafori, il cameriere e il muratore a giornata. E il pensiero non può che correre a tutti gli invisibili: che fine ha fatto il piccolo indiano che ogni mattina vende pacchi di fazzolettini sotto casa? Credo che anche questi interrogativi abbiano diritto di cittadinanza su quel che sarà il dibattito per la rinascita.

Non possiamo inoltre rimanere indifferenti di fronte alla meravigliosa potenza della Natura che, come da topos letterario distopico, riprende il proprio spazio: rimbalzano sui social video e foto con la fauna che prende possesso di luoghi urbanizzati, così come gli istituti di analisi ambientale ci forniscono dati circa la forte diminuzione di inquinamento delle acque, dell’atmosfera e, in generale, di tutti gli ecosistemi. Il rallentamento dell’attività antropica fuga ogni dubbio circa l’impatto delle attività umane sul nostro pianeta, aldilà di ogni sterile dibattito sulla figura della giovane Greta. Questi esiti possono lasciarci indifferenti circa le modalità di produzione del valore? O siamo ancora in tempo per fondare un’economia green alla ricerca tendenziale di un benessere sociale diffuso e reale?

Dovremmo avere la capacità di allargare il nostro sguardo al paradigma dello sviluppo economico, o meglio sarebbe dire del progresso economico. Questo è il tempo, come già fu in occasione della crisi del 2008, in cui si evocano salti di paradigma, certamente necessari su cui da domani concentreremo sforzi e approfondimento. Ma si tratta al contempo di essere realisti; e provare intanto a ribaltare le logiche prevalenti di tipo concentrazionario, spesso funzionali anche ad un esercizio del potere. Centralizzazione vs. territorializzazione. Vale per i ragionamenti di cura, deve valere per orientare le nostre scelte in campo economico, energetico e burocratico. Città intelligenti, certo, insieme a territori intelligenti. Tecnologia come strumento per aumentare e non per sostituire.

Emergono, come in ogni crisi aspetti molteplici, variegati e, spesso, contraddittori. E se da un lato stiamo riscoprendo il valore della prossimità, della solidarietà e della sensorialità nelle nostre relazioni, si insinua altresì, quasi come processo inevitabile, lo spettro di una società funzionalmente immunizzata, che può sacrificare la contaminazione, lo scambio e la reciprocità in nome della ricerca di una performatività rassicurante e apparentemente priva di rischi.

Stiamo insomma, in questo snodo epocale, contemplando l’antico dorso di Apollo, senza volto e senza gambe, che ci avverte con il preciso monito “Devi mutare la tua vita!”: la direzione da imprimere a tale necessario cambiamento dovrà essere, già nelle nostre azioni, solidale ed ecologica.

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RIFLESSIONI SULLA PANDEMIA dalla Comunità La Collina

Riflessioni dalla Comunità La Collina
Che lezione trarre da questi giorni segnati dal dramma del contagio? Un contributo alla riflessione in queste settimane di silenzio.
Ettore Cannavera e Stefano Sacchittella

RIFLESSIONI SULLA PANDEMIA
Che lezione trarre da questi giorni segnati dal dramma del contagio? In quanto uomini dobbiamo sforzarci di leggere gli accadimenti con intelligenza per coglierne un senso possibile, per trarne una lezione di vita che possiamo fare nostra.
Rivolgiamo lo sguardo alla storia. Quanti milioni di innocenti, soprattutto donne e bambini, sono stati uccisi e avevano pieno diritto di vivere! Quante guerre negli ultimi cento anni, quanta violenza, quanta sopraffazione si è esercitata su milioni di persone, anche in nome di ideologie che professavano la liberazione dell’uomo! Quanti morti di malattia, in questi stessi giorni! Eppure Dio, l’ente compassionevole e eterno di cui ci ha parlato Gesù di Nazareth, pur invocato ogni singolo istante dalle preghiere dei credenti di tutte le religioni non interviene. Dio tace.
È sordo? è cieco? insensibile? O è il chiaro segno che lascia a noi la responsabilità delle cose del mondo? Nostra, infatti, solo nostra è la responsabilità di quanto accade su questa terra. E se Dio tace, se non interviene nelle nostre vicende è solo per il rispetto del bene che ha dato all’uomo con l’intelligenza e la capacità di amare: la libertà. Anche di fare il male.
Perciò non se la prendano col Padre Eterno quelli che credono in lui, invocandone l’intervento e imprecandolo perché non scende a salvarci. Egli non vuole, non può intervenire perché ha il più alto rispetto della nostra responsabilità, della nostra capacità di discernere, di fare giustizia. Non carità, giustizia!
Vedo e apprezzo quanto fanno la Caritas, i suoi responsabili e i suoi seguaci per aiutare chi soffre. Però vedo anche che non urlano mai, non denunciano mai ad alta voce il potere, anche quello da noi eletto, per l’iniqua spartizione dei beni della terra. Anzi spesso vi si alleano per interessi di parte.
Apriamo gli occhi su questo modo di dare aiuto: è pericoloso. Ci dice che da una parte ci sono i “buoni”, che suppliscono ai bisogni e ai diritti dei più deboli e dei più poveri. Ma mentre diamo da mangiare all’affamato ci asteniamo dal combattere politicamente, non ci schieriamo, mentre dobbiamo sparire come benefattori e inchiodare politicamente i responsabili locali e nazionali – e larga parte di quelli europei e mondiali – di questo sfascio, colpevoli di essersi totalmente disinteressati di chi nella vita è meno fortunato e privo della cultura, delle capacità di rivendicare i propri diritti.
Invece un nuovo virus si affianca al primo nell’ammorbare questi giorni: il trasformismo politico dei politici che imperversano nei talk show televisivi, riversando fiumi di bolsa retorica sull’eroismo dei medici e degli infermieri sbattuti in prima linea a combattere un nemico spietato. In molti casi sono gli stessi che negli anni scorsi avviavano la distruzione della sanità pubblica sproloquiando di “spending review”, di “razionalizzazione”, di “maggiore efficienza”: in sostanza di tagli di spesa a man bassa.
Nel 1980 il nostro Paese contava mezzo milione di posti letto, nel 2017 ce n’erano 230mila. Negli ultimi dieci anni se ne sono persi 70mila. Alla sanità pubblica sono stati tolti 37 miliardi di euro e il sistema sanitario è stato smembrato in venti regioni secondo un criterio aziendalistico. Siamo tutti per l’efficienza, naturalmente. Ma oggi molti piccoli centri, soprattutto nel Meridione e nelle isole, sono privi di strutture ospedaliere. Tutto questo a vantaggio della sanità privata e dei potentati politici locali.
Come stupirci allora se nei reparti di terapia intensiva oggi mancano respiratori, se medici e infermieri sono costretti a operare nei reparti senza protezioni sufficienti, se sono privi di camici o mascherine adeguate? A chi andrà addebitato il sacrificio della vita di decine di loro, costretti a combattere un nemico spietato e invisibile con armi spuntate? Chi sarà chiamato a rispondere dei troppi pazienti che muoiono perché gli ospedali non hanno abbastanza dispositivi medici per curarli? Chi risarcirà la sofferenza indicibile dei loro cari, cui è negato anche il conforto di partecipare ai funerali?
Ecco allora che spunta la carità pelosa dei “grandi” imprenditori del capitalismo “illuminato”, dei “grandi” marchi multinazionali che si sono fatti d’oro sul precariato e la miseria dei lavoratori e oggi tentano di ripulirsi l’immagine versando chi centomila, chi un milione, chi cinque milioni di euro a questo o quell’ospedale. Briciole. Pagliuzze. Inezie. Quanti miliardi di euro di tasse hanno evaso o eluso quei “grandi” in tutti questi anni? Quanto avrebbero dovuto dare alla collettività e non le hanno dato? Quanta solidarietà hanno negato?
E allora bisogna squarciare il velo e indicare qual è, insieme al virus, l’autentico responsabile del dramma che stiamo vivendo: è l’antico conflitto tra Stato e mercanti, è la lotta che oppone l’equa redistribuzione al profitto smodato di pochi.
Servizi come la sanità, l’istruzione, la ricerca, il welfare hanno un costo che si paga con le tasse, ma nel finanziarli uno Stato che agisca davvero da Stato anziché da banca privata non ragiona in termini di profitto o di lucro. A differenza delle aziende private lo Stato non mira a incassare un surplus, a distribuire utili: attua una semplice redistribuzione di quanto preleva con le tasse. E non ha paura di indebitarsi ogni volta
che è necessario per la salute dei suoi cittadini, non guarda al pareggio di bilancio come a un moloch cui occorre sacrificare le loro vite.
Ma le accuse di inefficienza e le insinuazioni sulla corruzione dei poteri pubblici, ripetute fino allo sfinimento in questi anni, pur se in molti casi giustificate servivano soprattutto a convincere i cittadini che è meglio farsi erogare questi servizi dai privati: che per quei servizi si fanno pagare, naturalmente, incassando un profitto.
Ecco allora perché i mercanti mirano allo Stato minimo, meglio ancora a uno Stato ridotto a zero: perché per ogni euro che questo eroga per la sanità, l’istruzione, la ricerca, il welfare, le carceri, c’è un euro di fatturato in meno per loro. C’è un euro di fatturato in meno su cui possono lucrare. Tutto può essere sacrificato al profitto.
Ma se per molti è chiaro che occorre scacciare i mercanti dal Tempio, nessuno sembra provvisto di idee, di visione, di progetti – e aggiungerei di coraggio – con cui rimediare a questa situazione. Una sinistra che, dimentica delle sue radici, non si fosse passivamente schiacciata sui dogmi neoliberisti e sulla lode alla globalizzazione capitalista e all’economia di mercato avrebbe indicato per tempo come veri nemici il libero movimento dei capitali e l’imprenditoria di rapina, che sposta i suoi soldi nei paesi più miseri per produrre sempre di più a costo minore; avrebbe imposto un limite alle dinamiche della finanza speculativa, mossa solo dalla volontà di predare guadagno, incurante di ridurre sul lastrico intere nazioni; avrebbe messo il morso all’avidità delle banche, anziché salvarle con fiumi di soldi a scapito delle famiglie.
Una politica che fosse davvero sociale perseguirebbe con mano ferma e regole d’acciaio gli evasori che spostano i loro capitali nei paradisi fiscali – molti annidati nel cuore stesso dell’Unione Europea – e quanti ogni anno frodano alla comunità centinaia di miliardi. E con l’enorme bottino recuperato rilancerebbe la spesa pubblica, mostrando che ogni grande evasore assicurato alla giustizia significa un ospedale in più, una scuola in più, un asilo in più, e ogni corruttore o corrotto un nuovo respiratore, un nuovo posto letto, una maestra in più per i bimbi. E abbasserebbe subito le tasse ai più deboli per aumentarle ai più ricchi, secondo il principio della tassazione progressiva sancito dalla nostra Costituzione che umanisticamente mira a costruire un mondo solidale dove le diseguaglianze siano ridotte, non esacerbate.
Invece costruiamo un mondo di criminale ingiustizia. Secondo il rapporto dell’ong Oxfam, a metà del 2019 l’1% più ricco del mondo deteneva più del doppio della ricchezza netta posseduta da 6,9 miliardi di persone, mentre il 50% più povero aveva meno dell’1%. Il patrimonio delle ventidue persone più facoltose del pianeta superava la ricchezza di tutte le donne del continente africano.
E nel nostro Paese? A metà 2019 il 20% più ricco deteneva quasi il 70% della ricchezza nazionale, mentre al 60% più povero non restava che il 13,3%. L’anno prima, il 5% più ricco deteneva da solo la stessa quota di ricchezza detenuta dal 90% più povero degli italiani. Innegabile dunque una tendenza alla concentrazione della ricchezza inarrestabile, pericolosa.
Sembra che siamo irresistibilmente attratti e guidati non dal Dio trino, dio di amore, fratellanza e giustizia, ma dal dio quattrino, il dio che protegge l’arricchimento egoistico, lo sfruttamento rapace della natura, la concezione dell’uomo non come fine ma come mezzo di cui disporre a piacimento, calpestandone bisogni e diritti. Eppure proclamiamo che tutti gli esseri umani, al di là delle diverse appartenenze politiche o
religiose, del differente colore della pelle, hanno gli stessi bisogni e lo stesso diritto a una vita dignitosa e in salute, a un lavoro equamente retribuito, a una quantità di acqua e di cibo bastevole e costante.
Ecco allora che se il lavoro della Caritas e di ogni altra organizzazione caritatevole è privo di questo impegno politico è pericoloso. Consolida questo status quo ingiusto, ritarda l’avvento di quella fraternità/sororità tra esseri umani proclamata e vissuta da Gesù di Nazareth. Rispetto a lui siamo in ritardo non di duecento, ma di duemila anni.
Auspichiamo dunque che gli eventi di questi giorni vengano per farci riflettere davvero sul modo in cui viviamo, su quale giustizia vogliamo per l’uomo.
Pregare? Per cosa, per la fine di un virus? No, forse semplicemente perché apriamo gli occhi. Come le dieci vergini del Vangelo, siamo immersi in un sonno profondo.
Il regno dei cieli è simile a dieci vergini che, prese le loro lampade, uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le lampade, ma non presero con sé olio; le sagge invece, insieme alle lampade, presero anche dell’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e dormirono. A mezzanotte si levò un grido: Ecco lo sposo, andategli incontro! Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade.
E le stolte dissero alle sagge: Dateci del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono. Ma le sagge risposero: No, che non abbia a mancare per noi e per voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene.
Ora, mentre quelle andavano per comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: Signore, signore, aprici! Ma egli rispose: In verità vi dico: non vi conosco.
Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora. (Mt 25,1-13)
Amici che abitano in luoghi assediati dal traffico raccontano che in questi giorni tornano a udire il canto felice degli uccelli. Strade deserte, negozi chiusi; il silenzio incoraggia gli animali selvatici ad avvicinarsi. Si avvistano lepri nei parchi di Milano, cigni che nuotano nei rii di Venezia ridiventati cristallini, cinghiali che vagano indisturbati per le strade di Roma, di Sassari.
Gli animali, altri nostri fratelli vilipesi, sono sempre vicini a noi. E anche se non li guardiamo, loro ci osservano a distanza. Guardinghi, timorosi della nostra invadenza, della nostra violenza. E non appena ci ritiriamo, riprendono i loro spazi.
Il mondo è anche loro, soprattutto loro. Ricordiamoci anche di questo, quando tutto sarà passato.

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Aggiornamenti sulla Scuola di Cultura Politica al tempo del coronavirus

Dai primi di marzo i lavori di ristrutturazione della nuova sede in via marche sono stati sospesi, per la tutela della salute dei lavoratori, in ottemperanza alle disposizione del Presidente del Consiglio dei Ministri. In questa pagina alcune foto sullo stato di avanzamento dei lavori

In video conferenza si è svolta l’assemblea dei soci che ha provveduto all’approvazione del bilancio e alla nomina di Franco Ventroni come Direttore della Scuola, al posto del dimissionario Franco Meloni. Tutti i documenti sono presenti nell’area riservata ai soci.

La Scuola di Cultura Politica, anche in questo periodo, è presente nella discussione dei temi che devono essere affrontati con estrema urgenza, cioè lavoro, sanità e scuola. In questo link il contributo di Gabriella Lanero, della Scuola di Cultura Politica, su “Riparliamo di Scuola

in questo periodo di quarantena Fernando Codonesu dedica a tutti noi una sua composizione

 
 
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RIPARLIAMO DELLA SCUOLA

Gabriella Lanero – Scuola di Cultura Politica “Francesco Cocco” – Cagliari

In questi giorni si riparla della scuola: social, media e stampa riferiscono e commentano sull’informativa della ministra Azzolina al Senato, il 26 marzo scorso, in questi tempi di Covid 19.

All’informativa è seguito il dibattito in cui sono intervenuti nove senatori rappresentanti dell’opposizione e della maggioranza. Su questa presa di parola in una sede autorevole, mi pare importante soffermarsi.  Mi ha colpito subito il tono e il contenuto degli interventi, tanto che sono andata a cercarmi il resoconto stenografico della seduta al Senato.

Sono discorsi che danno un’idea della questione-scuola nella visione dei partiti di opposizione e di maggioranza che negli ultimi decenni si sono alternati al governo. L’attuale destra di opposizione ha retto le politiche finanziarie e scolastiche in buona parte del ventennio, ha riformato la scuola della Repubblica e dei cittadini proponendo un servizio scolastico on demand e ha ridotto notevolmente i suoi elementi più qualificanti: il tempo, le risorse e i docenti. I partiti dell’attuale maggioranza, nell’orbita del liberismo europeo, hanno dapprima accettato i vincoli e gli obiettivi dello sviluppo “della economia della conoscenza più dinamica e competitiva del mondo” e, negli ultimi anni, pur attenuando in certi casi i tagli, non hanno avuto la volontà o, per dirla con l’ex ministro Fioramonti, “il coraggio” di cambiare indirizzo.

Un primo elemento che accomuna gli interventi (forse perché non si spara sull’ambulanza della Croce Rossa?), è la condivisione della necessità di praticare una didattica a distanza via internet, quale principale alternativa (ma è caldeggiata anche quella dell’offerta sui canali RAI) a supplire la forzata interruzione dell’attività didattica.

Rispetto a questa soluzione, in tutti gli interventi è espressa una riserva: il gap rispetto alla fruizione delle opportunità che vengono offerte dalla scuola e la differenza territoriale o scolastica dell’offerta stessa.

Tale disparità suscita in tutti indignazione; per alcuni l’emergenza mette a rischio un principio irrinunciabile cui la scuola ispira la sua azione, come se il problema della differenziazione sociale rispetto all’efficacia dell’offerta scolastica che determina la dispersione e l’abbandono non fosse già rilevante; alcuni ancora, più critici, osservano che la soluzione della didattica a distanza rende più acute le difficoltà esistenti per gli studenti e le famiglie disagiate.

“Il gap che apriamo oggi, tra chi è nato in famiglie agiate che si possono permettere i migliori device e chi invece è nato in famiglie che hanno meno possibilità economiche, sarà difficilmente recuperato nei prossimi mesi. […]. Sintetizzando, chiedo di garantire a tutti gli studenti il diritto all’istruzione perché in nessun caso sarebbe accettabile formare studenti di serie A e studenti di serie B”.(Ronzulli Gruppo FI BP—UDC)

”Sappiamo però anche che uno dei compiti della scuola è proprio quello di accorciare le distanze e di dare opportunità a ciascuno. La quarantena ha messo in stand-by proprio il principio fondamentale dell’uguaglianza scolastica. Infatti, volenti o nolenti e nonostante gli sforzi encomiabili di tantissimi insegnanti che dal Nord al Sud hanno allestito la didattica online, è purtroppo vero che i nostri figli non stanno studiando come se la scuola fosse aperta e non stanno studiando tutti allo stesso modo. È in discussione il diritto costituzionale all’istruzione per tutti” (Faraone Gruppo IV -PSI )

Si rischia di tagliare fuori concretamente dal diritto allo studio tantissimi ragazzi. […]la didattica a distanza che tuttavia sappiamo bene non essere normata e che crea delle gravissime disparità in termini di accesso e non rispetta il criterio democratico ed egualitario” (Iannone FdI)

“Sappiamo che questa crisi anche nella scuola acuisce problemi già enormi, come la dispersione scolastica, che è insopportabile soprattutto in tante città del Sud; problemi che oggi sono ingigantiti perché – come mi ha scritto una insegnante – la didattica a distanza non è democratica, ma è terribilmente classista”. (Verducci PD)

 “Succede in questi giorni perché, come diceva don Milani,” non c’è niente di più ingiusto di fare parti uguali tra disuguali. (Verducci PD)

E le parole di Don Milani riecheggiano in modo diverso da più parti.

 “In questo momento non dobbiamo lasciare indietro nessuno, dice il senatore Iannone (FdI) riferendosi però alle scuole paritarie. “La scuola paritaria non è la scuola dei ricchi. Tutti devono sapere che in quest’Aula c’è lo Stato che pensa a tutti, che non crea discriminazione, che chiede sacrifici a tutti, ma che dobbiamo fare tutti in egual modo. […] Molte famiglie hanno pagato rette e rate molto esose e hanno bisogno di avere una parola di certezza e magari un ristoro.”

Con lui concorda anche l’ex sottosegretario del MIUR, Faraone, e su questo è ancora più esplicito il Senatore Cangini (Gruppo FI BP-PSI) C’è una cosa che balza agli occhi nel cosiddetto decreto-legge cura Italia: esso non cura affatto gli interessi di quel milione circa di studenti che sono iscritti alle scuole paritarie; delle loro famiglie […]. Viene meno così un principio costituzionale, quello della libertà di scelta per quanto riguarda l’istruzione, e viene meno il rispetto di una legge dello Stato, quella che ormai vent’anni fa – era il 2000 – ha stabilito che il sistema educativo italiano è unico e le scuole paritarie vi rientrano a pieno titolo”.

Certo, senza adeguate risorse non è possibile offrire un sistema integrato, assicurare le scelte, garantire il diritto allo studio in condizioni di uguaglianza e neppure, come diceva l’ex ministro Fioramonti, tamponare le emergenze che affliggono la scuola e l’università.

A meno che non si provveda, anche in questo caso, con la buona volontà e le risorse di chi a scuola lavora e, principalmente, dei docenti. Così tutti i senatori sono concordi nel ringraziarli e nel fare le lodi dei docenti e del personale tutto della scuola, come si fa per gli eroi della sanità pubblica.

“La verità è che, nonostante le sue lacune, c’è stata per fortuna una straordinaria risposta da parte di presidi e insegnanti – che ringrazio – che spesso, loro sì, hanno improvvisato, dimostrando però amore e attaccamento per il loro mestiere, ma soprattutto per i loro alunni”. ( Ronzulli  FI BP-UDC)

“Un sentito e doveroso grazie va, quindi, ai nostri docenti che, nonostante tutte le difficoltà di questo evento globale che nessuno poteva davvero prevedere e che ci colpisce così e ora, stanno portando avanti il programma scolastico sfruttando tutti i canali e le modalità disponibili pur di tenersi in contatto e in relazione con i propri alunni, consapevoli come sono che, ora più che mai, hanno bisogno di sentire la presenza della comunità scolastica nella loro vita.” (Maiorino M5S)

Eppure l’enfasi sul ruolo fondamentale della scuola c’è….

“È nelle aule di scuola, infatti, che si compie il destino di una società e di una democrazia. È lì che c’è il patto su cui fondiamo il nostro stare insieme, perché è a scuola che impariamo a conoscere noi stessi e gli altri; a mescolarci, a metterci in discussione, ad affrontare prove che sembrano legate alla didattica, ma che in realtà sono esistenziali. La scuola è infatti motore vitale per una comunità, non si deve inceppare[…]” (Verducci PD)

L’umanesimo fa spazio a metafore meccanicistiche che ci riportano alla didattica a distanza, agli investimenti passati, presenti e futuri per le dotazioni di hardware e device:

“Quel motore, signor Ministro, come lei ha detto, resta acceso grazie a uno strumento su cui abbiamo cominciato a investire nella scorsa legislatura: […]”(Verducci PD)

“Credo che questa emergenza potrà durare a lungo – e anche smettere di essere emergenza – e noi non possiamo essere organizzati con un filo volante provvisorio” (Faraone IV PSI)

“Il ministro Azzolina, dal canto suo, ha dimostrato di essere ben consapevole del digital divide che ancora impedisce, ad alcune aree geografiche del nostro Paese, ad alcuni istituti scolastici o singole famiglie, di avvalersi appieno degli strumenti di didattica a distanza. Ma questa esperienza sarà, ed è, la molla per superare un tale gap. Ecco, la sfida che ci ha messo di fronte, forse in maniera un po’ brutale, l’emergenza è probabilmente proprio questa: abbiamo scoperto che il divario digitale spesso corrisponde e alimenta, in un circolo perverso, un divario di natura più profonda, perché si tratta di un divario sociale, culturale ed economico. L’obiettivo non è dunque solo fare in modo che gli strumenti di cui ci stiamo dotando in questa crisi siano una risorsa utile per il domani. La didattica a distanza deve entrare stabilmente nella cassetta degli attrezzi delle nostre scuole, perché rappresenta uno strumento formidabile di apprendimento e partecipazione al fianco della didattica tradizionale. Ma l’obiettivo finale nell’implementazione della didattica a distanza è che essa rappresenti un valido strumento ulteriore per sanare altre disparità, che sono ben più pericolose e dannose alla società, e che non esistono da adesso” (Maiorino M5S).

Spero che sia solo un po’ di confusione fra didattica a distanza e didattica digitale, e mi pare assurdo che si consideri la didattica a distanza come soluzione per la dispersione scolastica, ma tant’è.

Tutti d’accordo dunque sui motivi di fondo e sugli investimenti con una sola critica ventilata dal senatore Buccarelli (Gruppo misto)

D’improvviso, in questo contesto inedito, c’è stato presentato il volto di una scuola che a distanza risolve ogni problema e realizza la migliore delle didattiche possibili, superando i limiti dello spazio e del tempo. Chi conosce la situazione concreta dei nostri edifici scolastici e delle loro dotazioni tecnologiche avrà provato qualche brivido, ma non è questo il vero problema, come non lo è la polemica contro la supposta forza della didattica a distanza, vista come una strategia, se pensata, o come una deriva, se solo acriticamente praticata per sminuire il ruolo della scuola pubblica e la sua insostituibilità. Tecnologie didattiche digitali possono benissimo concorrere a migliorare la capacità della scuola e dei docenti, ma non potranno mai sostituire la ricchezza della relazione educativa che si realizza nelle aule di scuola alla presenza di docenti e studenti. Una scuola chiusa non è solo un edificio chiuso: è una comunità che viene improvvisamente a mancare in quel territorio”.

Ma non è il tempo della polemica questo, sostiene il senatore del gruppo misto e anche io con l’ottimismo della volontà mi consolo a leggere degli impegni che prende il senatore Verducci del PD:

“Non deve essere, tuttavia, un grazie retorico; è il ringraziamento di chi prende un impegno: continuare a investire nella scuola pubblica, nel diritto allo studio, che è il più potente ascensore sociale; è il legame tra le generazioni, tra le istituzioni e i cittadini, perché l’istruzione pubblica è come la sanità pubblica, lo sappiamo più che mai in questi giorni”.

Nei discorsi di oggi, degli esperti e dei responsabili politici si ripete come un mantra: “questa crisi deve essere una sfida, un’opportunità”, siamo ad una svolta, una rivoluzione, cambieranno le logiche. 

Tutto sta nella direzione che si intende dare al cambiamento. Perciò, sarebbe meglio fare propositi seri per i prossimi anni scolastici: occorrono investimenti che migliorino le strutture, potenzino le risorse e rinnovino gli ambienti di apprendimento, occorrono tempi distesi per la didattica e la collegialità, che valorizzino le relazioni educative, allarghino le opportunità per ciascuno, consentano l’attenzione ai bisogni specifici, la vicinanza, l’accompagnamento, con forme di tutoraggio e sostegno per i più disagiati, e remunerino il lavoro necessario ad assicurare a tutti il diritto allo studio .

Per questo mi sembra il caso di ribadire con forza: anche nella scuola “non vogliamo tornare alla normalità, perché la normalità era il problema”.

(pubblicato anche su Democraziaoggi)

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Convivere con il coronavirus e i suoi effetti collaterali

Fernando Codonesu – Presidente della Scuola di cultura politica Francesco Cocco – Cagliari

Il coronavirus è un problema serissimo e non ci possono essere atteggiamenti e comportamenti superficiali al riguardo, tanto più ora che l’Italia intera è zona protetta, cioè zona rossa di fatto.

Certo, nella diffusione del virus e nella gestione mediatica della vicenda ci sono state comunicazioni spesso contradditorie, ma credo che sia necessario comprendere la gravità della situazione e accettare il fatto che questo virus ci accompagnerà per molti mesi ancora, senza specifici antivirali e, soprattutto, senza un vaccino da contrapporre al suo contagio, per cui tutti dobbiamo farci carico di stigmatizzare i comportamenti irresponsabili di quei tanti concittadini che non rispettano le prescrizioni governative contenute nell’ultimo DPCM e nei prossimi che verranno.

Incominciamo intanto a chiarire un aspetto tipico di certa vulgata “giornalistica” più dedita al sensazionalismo che alla sostanza delle cose. Mi riferisco qui all’uso delle parole, laddove si parla con tanta faciloneria di “progressione esponenziale” del contagio.

Esponenziale? Non scherziamo, per favore, perché ce n’è abbastanza così com’è anche senza scomodare tale funzione.

Si osserva che se si trattasse di una diffusione basata su una funzione esponenziale non saremmo in grado di riprenderla mai, altro che contenerla, perché non c’è al mondo alcun sistema politico e sanitario in grado di sviluppare un’efficienza ed efficacia tali da poter contenere e stroncare una pandemia basata su una funzione diffusiva di tipo esponenziale; neanche il sistema cinese che, ad oggi va riconosciuto senza alcun dubbio, è stato in grado di esercitare con gli strumenti propri del “regime” il confinamento” di oltre 60 milioni di persone. Bene, per la Cina è stato possibile fare questo, ma per un sistema democratico come il nostro e come quelli del mondo occidentale ciò non è possibile e neanche pensabile, anche se ci sono da tempo evidenti segni accentratori delle decisioni che, in anche in questo caso, pongono alcune doverose riflessioni sull’ordinamento democratico e sui suoi strumenti.

E veniamo al significato della progressione esponenziale. Per comprendere appieno la potenza di una funzione esponenziale basta ripensare al famoso aneddoto dell’incontro, in un tempo storicamente non ben definito, dell’ambasciatore persiano che mostrò al faraone d’Egitto il gioco degli scacchi. Il faraone imparò presto a giocare e se ne innamorò così tanto che per ringraziare il proprio ospite gli disse che gli avrebbe regalato qualunque cosa avesse desiderato. L’ambasciatore, dopo averci pensato con attenzione, chiese solamente del grano e gli propose di ricompensarlo con una quantità di grano basata sui 64 tasti della scacchiera che avevano di fronte con un conteggio che vedeva un solo chicco di grano sul primo tasto, due chicchi sul secondo, quattro sul terzo e così via continuando e raddoppiando, ovvero con una funzione esponenziale basata sul numero due con esponente crescente da 0 fino ad arrivare alla potenza 263. Il numero risultante sarebbe stato così grande da non poter essere soddisfatto dalla produzione di grano dell’Egitto dell’epoca, né del mondo conosciuto di allora e nemmeno di oggi in quanto si tratta di un numero equivalente a 1.800.000 milioni di tonnellate (si osserva che nel 2017, dati FAO, la produzione cerealicola mondiale era stimata pari a 2.640 milioni di tonnellate!).

Quindi no, per fortuna non si tratta di una diffusione di tipo esponenziale, ma è comunque una diffusione rapida e devastante se in poco più di un mese e mezzo questo virus è stato in grado di contaminare ben 106 paesi su 206 che costituiscono il mondo intero.

Cosa ci sta salvando?

In questa grave circostanza del coronavirus che è destinata a durare nel tempo, ci salvano i decreti del Governo e, soprattutto, il nostro sistema sanitario nazionale, uno dei più efficienti del mondo se non il più efficiente, con il suo principio di universalità perché la cura è garantita a tutti, ricchi e poveri e tutti vengono curati indipendentemente da quanti soldi sono presenti nel proprio conto corrente. Altra cosa di cui possiamo andare orgogliosi è che il nostro sistema sanitario è un “unicum” perché integra nello stesso sistema la sanità umana e la sanità animale, e ciò ne caratterizza la specificità, mentre in sistemi sanitari pubblici analoghi la sanità animale fa sempre capo al ministero dell’agricoltura.

Dobbiamo difendere e pretendere un’inversione di tendenza nei riguardi del sistema sanitario nazionale. In 10 anni di tagli per circa 37 miliardi di euro, tantissime risorse sono state dirottate verso la sanità privata e anche la Sardegna ha visto crescere questa tendenza, soprattutto con la nascita del Mater Olbia, così ribattezzato a seguito del fallimento e dello scandalo del San Raffaele in salsa olbiese, un ospedale di proprietà della Qatar Foundation finanziato dalla Regione Sardegna con 150 milioni di euro sottratti alla sanità pubblica nei soli primi tre anni, finora.

Certo, possiamo ritenerci fortunati perché il coronavirus si è sviluppato in Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, le tre regioni con i migliori sistemi sanitari dell’intero paese che, anche se con difficoltà, hanno retto bene all’urto. Se, disgraziatamente, i primi focolai si fossero diffusi nelle regioni del Sud o in Sardegna, ne saremmo stati interamente e definitivamente travolti.

Vogliamo parlare del sistema sanitario degli USA dove le cure sono affidate al plafond della carta di credito? Tanto per citare qualche esempio sembra che ci siano pochi contagiati, ma intanto sono presenti dei casi di coronavirus in oltre la metà dei paesi membri e non si dimentichi che chi si fa fare un “tampone” deve sborsare 3500$, si avete letto bene. Con quei costi, chi si può permettere di fare il test con il tampone?

Da qui i pochi casi, finora, rilevati.

E gli otto miliardi e mezzo di dollari (equivalenti ai 7,5 miliardi di euro del nostro Governo) stanziati da Trump non sono andati al sistema sanitario, ma alla ricerca, ovvero alle aziende farmaceutiche statunitensi “private” che si vedono finanziare la ricerca degli antivirali e dei vaccini per poter guadagnare centinaia di miliardi con i finanziamenti pubblici. Un ragionamento analogo viene fatto in un recente intervento di Bill Gates che si può leggere su The New England Journal of Medicine. Tante considerazioni riportate nell’intervento di Gates sono condivisibili, soprattutto quando parla dei possibili effetti devastanti di un virus sconosciuto come il “coronavirus” nei paesi con sistemi sanitari poco organizzati come quelli di tanti paesi del continente africano e non solo. In quei casi, il suo auspicio è che ci sia una collaborazione tra il pubblico e il privato per poter affrontare i possibili casi di pandemia, in primis questa del coronavirus. Ma la logica di fondo è che il pubblico metta i soldi e il privato il know how, ma non viene mai neanche accennata la possibilità che dopo, per esempio una volta che si arrivi alla scoperta e alla commercializzazione del o dei vaccini, ci possa essere una condivisione degli utili. No, il pubblico è sempre la parte da mungere: è questa l’essenza del “capitalismo compassionevole” dei Trump e dei Gates per cui l’eventuale rimorso per aver fatto troppi soldi con lo sfruttamento di altri esseri umani può essere compensato con atti di filantropia per avere garantito l’accesso al paradiso. A me pare la solita vecchia storiella che la ricerca deve essere fatta con i soldi pubblici, le perdite delle aziende vanno sempre pagate dalla collettività mentre i profitti devono essere esclusivamente privati. Uno degli aspetti più deleteri della cultura del liberismo è anche questo paradigma che sembra accettato anche a sinistra nel nome del mercato quale entità in grado di autoregolarsi, mentre così non è. Anche nel caso di Gates come di Trump, perciò, non c’è niente di nuovo sotto il sole!

Da tutta questa esperienza deve venir fuori con forza l’esigenza di rafforzare la sanità pubblica perché è l’unica che ci garantisce il diritto alla salute e la qualità delle cure. Per cui va chiesta a tutte le forze politiche l’impegno a invertire totalmente il percorso avviato nell’ultimo decennio nella sanità. Per dirla con uno slogan, dai LEAS, Livelli Essenziali di Assistenza Sanitaria, sarebbe opportuno organizzarsi in modo tale da garantire i LUAS, Livelli Uniformi di Assistenza!

Il coronavirus rappresenta il paradigma della fragilità strutturale del modello di sviluppo che governa il mondo. Oggi più che mai, anche ripensando alla teoria delle catastrofi, appare sempre più evidente che il volo di una farfalla all’equatore può sconvolgere l’ecosistema del polo nord. Infatti, un nemico invisibile e infinitesimale come un virus, scoppiato in Cina, ha sconvolto l’economia mondiale, a partire dalle borse di tutto il mondo che hanno perso fino a questo momento circa il 30% del proprio valore: un disastro mai visto, neanche in presenza delle due guerre mondiali del secolo scorso!

E si sta portando dietro anche alcuni effetti collaterali in maniera aggravata sotto il profilo della democrazia.

Il primo è il pericolo di un’ulteriore spallata al sistema sanitario pubblico su base regionale a vantaggio di una sua ricentralizzazione come evidenziato dall’intervento di Antonio Dessì sul blog www.democraziaoggi.it.

A fianco a questo aspetto, infatti, se in questi ultimi 20 anni siamo stati abituati alla decretazione d’urgenza al punto che anche nella nostra democrazia parlamentare l’esecutivo (il Governo) è prevalente rispetto al legislativo, nella vicenda del coronavirus, come giustamente ci ha ricordato sullo stesso blog Andrea Pubusa in un suo recente intervento, si pone senza dubbio anche un problema di ordinamento democratico. Le decisioni sulla sanità vengono prese “espropriando” il ruolo delle Regioni. C’è da dire che in alcuni casi, primo tra tutti nel caso della Regione Sardegna del presidente Solinas, ampiamente trattati da Vito Biolchini sul proprio blog, un comportamento del genere da parte del Governo non è da biasimare viste le decisioni contradditorie esclusivamente propagandistiche prese dal presidente Solinas che rasentano la farsa in una situazione drammatica. Fatto questo doveroso inciso, è auspicabile che i DPCM siano presto accompagnati non solo da una consultazione di alcune forze di opposizione, ma siano ratificati da un vero voto del parlamento. Solo così non si violano le prerogative dell’equilibrio dei poteri su cui si basa la nostra Costituzione, anche perché un precedente come questo per cui l’esecutivo, formalmente legittimato da una situazione di emergenza, agisce d’imperio nei confronti di tutti (non succede neanche nel caso di una dichiarazione di guerra!) potrebbe essere presto usato da chi appena qualche mese fa chiedeva “i pieni poteri” con tutte le conseguenze facilmente immaginabili e allora, se non ci si oppone oggi, ci sarà ben poco di cui lamentarsi domani!

C’è anche la strana coincidenza della contemporanea presenza della più grande esercitazione militare degli ultimi 25 anni denominata Defence Europe 2020. Difesa nei confronti di chi? Della Russia di Putin e della Via della Seta di Xi Jinping? Ancora una volta, l’Europa dov’è? Perché continua ad essere così supina nei confronti degli USA a oltre 70 anni dalla fine della seconda guerra mondiale quasi non potesse scegliere liberamente anche altre strategie di sviluppo e di cooperazione?

Al di là di considerazioni di geopolitica, nel caso in questione bisogna parlare a voce alta di oltre 20.000 soldati americani con le loro famiglie liberi di circolare in Europa con tutte le restrizioni previste per noi europei mentre loro non sono tenuti al rispetto di nessuna precauzione e comportamento rispettoso dei vari provvedimenti emanati da ciascuno Stato. I soldati americani sono speciali anche all’interno della NATO, nel senso che non rispondono alle regole comuni ma solo alle proprie regole. E’ la legge del più forte! Insomma, dal punto di vista della diffusione del virus è un disastro perché ci saranno comunque almeno 20.000 potenziali untori a stelle e strisce, senza che si sia formalmente levata neanche una parola di protesta da parte degli stessi organismi europei e tanto meno da parte dei singoli Stati.

Appunto, si tratta di effetti collaterali che rischiano di aggravare il già pesante quadro politico sociale in cui si sta diffondendo il coronavirus.

Ci possiamo consolare con l’OMS che, con il direttore Tedros Adhanom Ghebreyesus, così si è espressa su Twitter: “Il governo e i cittadini italiani stanno compiendo passi audaci e coraggiosi per rallentare la diffusione del coronavirus e proteggere il loro paese e il mondo. Stanno facendo autentici sacrifici. L’OMS è solidale con l’Italia ed è qui per continuare a sostenerla”.

Qualche altra considerazione riguarda più in profondità il nostro rapporto con la morte e con la sua anticamera rappresentata, per molti aspetti culturali, dalla peste e dalle pandemie.

Se guardiamo al mito, alla letteratura e alla storia, un tempo era un dio irato che scagliava il “feral morbo e la gente perìa”, poi in tutto il medioevo la peste era comunque dovuta ad una punizione divina (simile come si vede a quella del dio omerico) contro i peccati degli uomini, poi venne additata come causa la “bestia immonda”, topi, pipistrelli, scimmie, maiali, e oggi di nuovo i pipistrelli. La sequenza degli eventi riportati nella storia è nota: la peste di Giustiniano diffusa nell’impero bizantino intorno al 540 D.C. ;  la peste nera con circa 20 milioni di morti stimati in Europa tra il 1347 e il 1353 e prima almeno altri 5 milioni di morti in alcune zone della Cina, la peste del ‘600 ricordata da Manzoni nei Promessi sposi con il suo lazzaretto che ci riporta anche ai nostri giorni, il vaiolo, il colera, e ancora la peste suina africana, l’aviaria, l’HIV, la SARS.

Insomma pagano sempre gli animali.

Le tecniche moderne di confinamento che stiamo attuando in questi giorni affondano le radici nella cultura medievale e, in effetti, di fronte a un nemico invisibile e così subdolo non abbiamo altre armi che quella di comportamenti responsabili che, limitando al massimo i contatti umani, rendano estremamente difficile per il virus trovare altri spazi di diffusione

L’unica arma seria a disposizione è stare il più possibile a casa, evitare ogni possibile contatto con l’autoisolamento ed evitare il collasso del sistema sanitario, anche perché non ci sono unità di terapia intensiva sufficienti per una diffusione drammatica come questa a cui assistiamo quotidianamente.

Vanno allora rifiutati e condannati in quanto pericolosi per la salute pubblica tutti i comportamenti basati su superficialità e minimizzazione che tendono a considerare il coronavirus come una normale influenza, perché della normale influenza non ha nulla: né del tasso di mortalità né della velocità di diffusione.

E allora bisogna prendere questo virus come un fatto molto serio da cui, se ci saranno comportamenti responsabili, ne verremo fuori più forti e più consapevoli della nostra fragilità come di quella del mondo che abbiamo costruito.

Ma bisogna essere coscienti che il fenomeno durerà ancora a lungo e con questo continueremo a convivere e deve essere una convivenza attenta anche a tutto ciò che gira intorno al coronavirus, avendo la forza di denunciare ogni fatto ed effetto collaterale che alterino le regole della democrazia e della rappresentanza.

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