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il 30 ottobre con il prof. De Masi inizia un ciclo di webinar su “Pensiero e azione politica tra attualità e storia”

30 ottobre, ore 18.30

WEBINAR “Smart working – Dialogo con il sociologo Domenico De Masi”

“Smart Working. La rivoluzione del lavoro intelligente – Dialogo con il sociologo Domenico De Masi”. E’ il titolo del webinar che sarà trasmesso in diretta sulla pagina Facebook di Matex TV (https://lnkd.in/ebz9vHm), venerdì 30 ottobre alle ore 18.30. Modera il giornalista Alessandro Aramu. Intervengono Rita Sanna, Fernando Codonesu, Franco Ventroni, Gabriella Lanero e Mariella Montixi. L’evento fa parte della rassegna “Pensiero e azione politica tra attualità e storia” a cura della Scuola di Cultura Politica Francesco Cocco. Prossimamente sul canale 272 del Digitale Terrestre e su www.matex.tv

di seguito l’elenco completo dei webinar

Coronavirus & Max Weber, brevi riflessioni sulla polemica con e tra gli scienziati

Di Roberto Paracchini

“Alcuni anni fa, accusato di mancanze morali, un prete veniva trasportato su un carro per le vie di Napoli seguito da una folla imprecante. Ma ecco che a un angolo comparve un corteo nuziale. Il prete si levò, impartì la benedizione e tutti quelli che erano dietro il carro caddero in ginocchio”, raccontò il filosofo Walter Benjamin (1892-1940) in Immagini di città. Come dire che il cattolicesimo ha in quella città (o almeno aveva nel 1925, anno di pubblicazione dello scritto firmato assieme ad Asja Lacis -1891-1979) un’autorevolezza indiscussa e vissuta soprattutto nella vita quotidiana.
Oggi in quel carro molti metterebbero la scienza, non perché abbia mai avuto (nel XX secolo, almeno) tanto spazio nella quotidianità per esserne infine sempre osannata, ma perché negli ultimi mesi alcune sue affermazioni sono state fruite e ascoltate dalla maggior parte della popolazione, prima con partecipazione, poi anche con dileggio. Sì, in quel carro, molti metterebbero la scienza o, meglio, gli scienziati, o meglio ancora i virologi, accusati di aver fatto in questi mesi di coronavirus Covid-19, affermazioni spesso contraddittorie: mascherine no, mascherine sì; banale influenza, virus micidiale; pericolo grave per i polmoni, allarme serio per tutti gli organi del corpo; sensibile al caldo, non sensibile al caldo; trasmissibilità diminuita, contagiosità continua; pericolo scampato, minacce incombenti ecc. ecc.
E per il momento, pur con un po’ di timoroso rispetto, in pochi sono disposti ad inginocchiarsi di nuovo di fronte alla “parola-benedizione degli scienziati”. All’inizio gli esperti virologi (ma anche gli infettivologi e gli epidemiologi) sono stati messi sul piedistallo. E i mezzi di comunicazione di massa, alla ricerca della notizia del qui ed ora, hanno accelerato la costruzione del loro piedistallo che, però, si è dimostrato più fragile e problematico di quanto sperato.
Sperato perché di fronte alla tragedia prodotta da questo coronavirus ha suonato immediatamente falsa l’atmosfera paciosa del pane e nutella ostentatamente mangiato come traduzione della filosofia dell’uno vale uno. “No – si è giustamente affermato – ora occorrono gli esperti, coloro che si basano sulla scienza”. Poi le tante contraddizioni affermate.
Cento anni fa, il 14 giugno del 1920 moriva Max Weber (nato nel 1864), uno dei più grandi sociologi dell’era contemporanea, noto soprattutto per la sua opera sul protestantesimo e lo spirito del capitalismo, che in quest’ultimo vede la decisiva impronta del primo. Un anno prima della morte pubblicò due importanti conferenze tenute all’università di Monaco, una sulla “scienza come professione” (Wissenschaft als Beruf), e l’altra sulla “politica come professione” (Politik als Beruf). Mi soffermerò un attimo sulla prima per inquadrare il discorso sulla scienza.
Ma che cos’è la scienza e chi è lo scienziato, suo ufficiante, per Weber? Per darle una fisionomia più chiara è necessaria una precisazione: in tedesco la parola “beruf”, oltre a “professione” e “lavoro”, significa anche “vocazione”. Il lavoro, in questo caso il lavoro dello scienziato, deve essere totalmente disinteressato e i suoi risultati scientifici “valgono per loro stessi” indipendentemente dai loro “successi tecnici”, come sottolineò Weber.
Nel quadro accennato una sovresposizione mediatica viene facilmente letta come un cedere alle lusinghe della facile celebrità e avrebbe ricevuto un forte biasimo da Weber: “Nel campo della scienza – precisò nello scritto citato, versione italiana curata dallo storico Delio Cantimori (1904-1966) – non è certo una ‘personalità’ colui il quale al modo di un impresario, porta sè stesso alla ribalta insieme con l’oggetto a cui dovrebbe dedicarsi”. Quindi più parsimonia sulla propria immagine, si potrebbe dire, atteggiamento però raramente seguito da diversi ricercatori in questi ultimi mesi e che ha spinto (pur col consistente aiuto dei social media e degli altri mezzi di comunicazione di massa) a vedere il singolo scienziato come “un capo e non un maestro”. Visione sommamente deleteria per Weber che ne rimarcò la scorrettezza quando rimproverava quegli studenti che andavano a lezione “per ricavarne un’esperienza che non consista soltanto in analisi e in constatazioni di fatto”, quindi no ai giudizi di valore che non si addicono alla scienza. Mentre “anzitutto, naturalmente, la scienza offre nozioni sulla tecnica per padroneggiare la vita rispetto agli oggetti esterni e rispetto all’azione umana, mediante il calcolo”, più “i metodi del pensare, gli strumenti e la preparazione a quello scopo”. Il tutto in un quadro di “chiarezza”, a patto che lo scienziato “naturalmente” la possieda, la chiarezza su questo metodo scientifico.
A questo punto è utile precisare che, storicamente, Weber si situa a un bivio: a valle di un momento di grande (e in parte, diremmo oggi, ingenua) fiducia nel pensiero scientifico e a monte di iniziali fragilità di quest’ultimo (quadro ben chiarito dal filosofo Massimo Cacciari nel suo recentissimo Il lavoro dello spirito. Saggio su Max Weber). Ma la potenza delle osservazioni del grande sociologo illumina anche l’oggi.
Chiarezza, quindi, come elemento indispensabile. Ma come può esserci chiarezza se diversi scienziati, forse tirati per la giacchetta, hanno fatto affermazioni sul Covid-19 senza precisarne i passaggi, senza chiarire cioè l’iter e il contesto teorico che ha portato a quei risultati? Dando così l’impressione di affermazioni apodittiche e causando in tal modo varie contraddizioni, oltre che con sé stessi in tempi diversi, con altri ricercatori. Weber, anche in questo caso, è stato molto chiaro: “Nessuna scienza è assolutamente priva di presupposti…” perché la scienza è “un sapere”, che presuppone “i metodi del pensare”, e non “un possedere” tipico degli atteggiamenti di fede. Con in più la considerazione che l’accrescimento delle conoscenze scientifiche attorno a un virus prima sconosciuto, come il Covid-19, è un progredire che non avviene di colpo ma passo dopo passo con l’intervento e il concorrere di diversi fattori: teorici, sperimentali, clinici e ambientali, che contribuiscono con modalità e tempi differenti. Falsificandosi, a volte e progredendo, altre. E modificandosi più o meno velocemente con ipotesi, casualità ed esperimenti, sino ad un risultato considerato positivo, ma pur sempre negoziabile.
E Weber in poche frasi chiarisce molto bene il nucleo del progredire scientifico. Facendo un parallelo con l’opera d’arte, che quando è “veramente ‘compiuta’ non viene mai superata”, per l’autore de La scienza come professione “viceversa, ognuno di noi sa che, nella scienza, il proprio lavoro dopo dieci, venti, cinquanta anni è invecchiato. E’ questo il destino, o meglio, è questo il significato del lavoro scientifico (…)”. Ed ancora: “ogni lavoro scientifico ‘compiuto’ comporta nuovi ‘problemi’ e vuol invecchiare ed essere ‘superato’. A ciò deve rassegnarsi chiunque voglia servire la scienza. Senza dubbio, vi sono opere scientifiche che possono conservare durevolmente la loro importanza come ‘mezzi di godimento’ a causa delle loro qualità artistiche, oppure come mezzi per educare al lavoro. Ma essere superati sul piano scientifico è – giova ripeterlo – non solo il nostro destino, di noi tutti, ma anche il nostro scopo. Non possiamo lavorare senza sperare che altri si spingano più avanti di noi”. Affermazioni teoricamente importanti e deontologicamente potenti.
Tornando al carro iniziale, probabilmente, molti scienziati di oggi avranno capito che per mantenere l’autorevolezza della scienza da loro impersonata (a meno che non la si voglia solo maldestramente recitare) occorre non dimenticare mai che, weberianamente, si deve essere “maestri” e non “capi”. E il mondo politico, da parte sua, dovrebbe capire che adottare scorciatoie comunicative soddisfa probabilmente l’appetito del qui ed ora notiziabile, ma non certo quello dell’informazione corretta. In una società complessa, come è la nostra, va tenuto conto, da parte di chi governa, che anche gli scienziati sono fatti di carne e sangue, e relativi pregi e difetti; mentre è ad altri, esperti della comunicazione e divulgatori scientifici, che andrebbe affidato il compito di un’informazione così delicata, se si vuole che sia più correttamente esplicativa e, quindi, meno contraddittoria e più fruttuosa.

L’Europa è una sola, non è quella dei nostri sogni

di Fernando Codonesu

Se è vero che in questi ultimi tre mesi vi sono stati importanti piccoli passi avanti dell’Europa che, messi insieme come dice Franco Ventroni (http://www.democraziaoggi.it/?p=6530; www.manifestosardo.org/leuropa-che-vogliamo-un-piccolo-passo-in-avanti), fanno segnare una vera svolta della politica dell’istituzione comunitaria di fronte ai problemi sanitari, economici e finanziari generati dalla pandemia da COVID-19 in tutta l’area europea, è per me anche condivisibile la posizione più cauta, direi laica e disincantata, con un pizzico di sana diffidenza che non  guasta, sostenuta da Roberto Mirasola (www.manifestosardo.org/prospettive-pericolose). Altra è la posizione di chi intende lavorare per un’altra Europa tutta da inventare e da costruire, una posizione così idealistica, marginale e iperminoritaria, fatta propria da certa sinistra fuori dal principio di realtà, su cui non intendo soffermarmi in questa sede.

In sostanza, dal mio punto di vista, le due posizioni di Ventroni e Mirasola riflettono due angolazioni complementari e chi fa politica le deve seguire entrambe, perché la partita che si gioca sul campo europeo è quella che va giocata fino all’ultimo minuto e si vince solo se si sanno creare alleanze politiche e culturali tali da dispiegare rapporti di forza complessivamente più favorevoli alla causa italiana e a quella dei paesi maggiormente indebitati.

Quello che abbiamo di fronte è un cammino così irto di difficoltà e di pericoli che richiede nervi saldi, determinazione e un quadro politico nazionale molto più coeso di quello che vediamo tutti i giorni per delineare un programma di “ricostruzione” che abbia qualche possibilità di successo.

Il quadro economico e politico nazionale e internazionale ha visto negli ultimi due mesi oltre 4 miliardi di persone in lockdown, un fatto mai successo nella storia, con tutto quel che ne consegue: con la sola esclusione della Cina il cui PIL per il 2020 è atteso a +1%, in tutto il resto del mondo si registra una grave recessione, con punte di vera e propria depressione economica per alcuni paesi che durerà nel tempo.

Possiamo affermare che la crisi dovuta alla pandemia da COVID-19 è molto più devastante di quella di origine finanziaria del 2007/8. Al riguardo, oggi negli USA sono stati diffusi i dati sull’occupazione del settore privato che nel solo mese di aprile ha avuto una perdita di 20,2 milioni di posti di lavoro mentre nel mese di febbraio del 2009, per fare un raffronto significativo, erano venuti a mancare 835.000 posti di lavoro!

Nel 2019, dopo 12 anni dalla crisi finanziaria e poi economica del 2007/8, il PIL del nostro paese presentava ancora un differenziale di sei punti percentuali in meno rispetto ai dati pre crisi, con un miliardo di ore lavorate in meno pur in presenza di un numero di occupati leggermente superiore al dato del 2008. Mantenendo gli stessi parametri operativi nell’andamento dell’economia nel decennio 2010/2019, peraltro non dissimile da ciò che abbiamo visto almeno a partire dai primi anni ’90 del secolo scorso, e considerando le capacità di reazione e di organizzazione del lavoro italiano già ampiamente verificate in questo periodo storico, è facile prevedere che per riprenderci dal colpo inferto dalla pandemia del coronavirus alla nostra economia ci sarà bisogno di uno sforzo senza pari per almeno 20/25 anni: forse di più, sicuramente non meno!

Insomma, una generazione, forse una generazione e mezza per riprenderci e ritornare al livello attuale, ma continuerebbe purtroppo a permanere quel differenziale del 6% in meno mai colmato rispetto al PIL italiano prima del 2008.

Una brutta prospettiva, mi pare.

A questo punto la discussione tutta italiana sui risultati dell’eurogruppo e la validità degli strumenti in campo come il MES, gli eurobond, il recovery fund, il ruolo della BCE vanno inquadrati in questo quadro generale e non avendo a riferimento i nostri soliti confini nazionali e, tanto meno, le beghe quotidiane di alcune forze politiche nostrane per qualche potenziale voto in più da raccattare nei sondaggi.

Parafrasando qualcuno si può dire molta, troppa confusione sotto il cielo, solo che la situazione non è “eccellente”, ma pessima da qualunque parte la si guardi.

Il quadro appena delineato è ancora più fosco se si ragiona sui dati appena esposti dalla Commissione europea sulla recessione di tutta l’Europa, con l’atteso calo del PIL più pesante per il trio di coda Spagna (-9.4%), Italia (-9.5%) e Grecia (-9.7%).

Per noi si profila un debito al 155% del PIL, ma più probabilmente è destinato ad aumentare di almeno altri 10-15 punti: un disastro, specialmente se venisse a mancare l’ombrello della BCE.

In questo quadro già difficile e molto problematico di per sé si è abbattuta la sentenza della corte costituzionale della Germania che, comunque la si veda e nonostante il parere rassicurante del Presidente del Consiglio Conte  che nell’intervista concessa al Fatto quotidiano ha rimarcato che la legislazione europea, e quindi le decisioni assunte dalla BCE riguardanti il QE (Quantitative Easing, acquisto dei titoli di stato dei vari paesi, a partire da quelli con maggiori sofferenze a causa dell’altro debito pubblico), è prevalente rispetto alle sentenze di qualunque Corte costituzionale degli Stati aderenti, costituisce un ulteriore grave colpo alla costruzione dell’Europa di cui mette a nudo per lo meno la farraginosità dei suoi meccanismi decisionali.

L’ulteriore stallo è evidente se si pensa che la Bundesbank è tenuta “contemporaneamente” a rispettare le decisioni della BCE e quelle della propria Corte costituzionale. A me sembra evidente che in caso di decisione conflittuale come il concorso ai prossimi acquisti dei Bond degli Stati indebitati la posizione interna tedesca per il NO, diverrà prevalente e l’eventuale decisione di altri acquisti da parte della BCE, in qualunque forma, sotto l’ombrello del QE diverrà alla lunga insostenibile.

Non bastasse tutto questo, pare che ci siano all’orizzonte anche alcune condizionalità sul MES dedicato agli aspetti sanitari del COVID-19, volute dalla solita Olanda che, anche in questo caso, pare agisca sotto dettatura in lingua tedesca.

Pur apprezzando i piccoli passi positivi evidenziati da Ventroni nei suoi interventi, in questo quadro allora meglio, molto meglio un atteggiamento guardingo e disincantato, perché in economia come nella politica, a qualunque livello, le decisioni vengono assunte sulla base dei rapporti di forza e queste sono ancorate a precisi filoni culturali e, aggiungerei, religiosi con radici secolari ampiamente note.

In questa Europa caratterizzata in politica estera dalla Francia e nella politica economica e fiscale dall’interesse prevalente della Germania, ora che sembra finalmente definito il ruolo ambiguo svolto dalla  Gran Bretagna con la decisione sulla Brexit, per certi aspetti continuano ad essere presenti nella politica europea atteggiamenti ereditati da quelle che furono note come guerre di religione di altre epoche storiche, purtroppo mai del tutto accantonate e superate.

Gratta, gratta, infatti, al fondo dei due diversi approcci ai problemi dell’Europa vi sono due visioni culturali (quasi tre fino a tutto il 2019 se si tiene conto della Gran Bretagna) che hanno un fondo religioso.

A proposito del rigore dei paesi del Nord Europa si dice infatti che si tratti di un approccio da formiche laboriose, di contro ai paesi latini, gli spendaccioni, che vengono continuamente accomunati alle cicale canterine.

Ma è proprio così?

Se diamo dei nomi e cognomi alle “formiche”, ovvero Germania, Olanda, Svezia, Finlandia e Austria, è facile osservare che si tratta di culture che hanno come riferimento Lutero e Calvino e, al riguardo,  per comprendere appieno la valenza del protestantesimo quale fondamento del capitalismo moderno si rimanda alla lucida e profonda analisi svolta da Max Weber nel libro “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo”.

In buona sostanza già con Lutero, e quindi con Calvino, la povertà francescana come via per la testimonianza di Dio è stata espunta dal credo di fondo degli aderenti alla chiesa riformata a vantaggio dell’etica del lavoro e dell’accumulazione della ricchezza sulla terra.

Già per Lutero la concezione del sacro si era spostata dall’abito monacale all’abito civile, per esigenza di sintesi si può dire che il principio cardine benedettino “ora et labora” che rappresentava l’essenza del monachesimo, veniva spostato nel tempo di tutti i giorni e nella costruzione del lavoro: è il lavoro che costituisce l’aspetto sacrale, tanto più alto quanto più consente il successo e la ricchezza.

Per i calvinisti, il lavoro rappresenta un’evidenza etica e il profitto, lungi dal rappresentare come proposto da Marx il frutto dello sfruttamento della classe lavoratrice, diventa lo scopo della vita perché il guadagno è il risultato dell’abilità individuale. Quando poi la concentrazione e l’accumulazione del capitale in poche mani diventa così enorme da far gridare alcuni allo scandalo della disuguaglianza quale manifestazione diabolica dell’ingiustizia sociale, per queste culture non c’è nessun problema, neanche di coscienza, in quanto si tratta di un risultato delle capacità individuali che viene premiato da Dio.

A differenza dell’insegnamento cattolico per cui è più facile che un cammello passi nella cruna di un ago piuttosto che un ricco entri nel regno dei cieli, qui non è così. I ricchi sono i predestinati, hanno già tracciato la propria autostrada per il paradiso grazie alla ricchezza accumulata con il proprio lavoro: il profitto è professione, la professione è il profitto, il profitto è sacro e benedetto da Dio: è la via maestra per il paradiso.

Nessuno sfruttamento e nessun ripensamento: tutt’al più c’è lo spazio per un po’ di “carità pelosa” nei confronti dei più diseredati possibilmente per farne cassa di risonanza mediatica ed aumentare ancora di più la possibilità di accrescimento della propria ricchezza agli occhi del proprio Dio.

Credo che dobbiamo ricordare sempre che queste sono le cosiddette formiche dei paesi del nord Europa e da qui deriva il comportamento di fondo sul rigore dei conti che viene preteso anche per gli altri paesi europei, anche di altre religioni e ancor di più nei confronti dei laici e dei non credenti: è una cultura e non  un atteggiamento estemporaneo o il frutto avvelenato della costruzione europea.

E l’Europa è quella che è, quella che vediamo tutti i giorni, non quella dei nostri sogni o quella pensata dai padri fondatori.

Se l’euroscetticismo avanza e il sogno dell’Europa viene meno in larga parte dell’elettorato europeo, come non ricordare che questo è tutto da addebitare alle scelte politiche compiute dai singoli stati a cominciare da chi ha boicottato i referendum nazionali indetti per l’approvazione del progetto di costituzione europea nel 2005. Sul punto giova riportare alcune date di cronaca diventata storia.

 In data 29 ottobre 2004 a Roma veniva firmata solennemente la Costituzione europea. Dopo nemmeno un anno, tra maggio e giugno del 2005, i francesi e gli olandesi bocciarono quell’idea poco amata e al seppellimento definitivo provvidero britannici, polacchi e danesi sospendendo i loro referendum e rendendone così impossibile la ratifica.

Il tradimento della Costituzione, però, nasce ancora prima e parte dal momento in cui si forza la mano nel voler definire come Costituzione un progetto di riforma e di semplificazione dei trattati in vigore senza un reale processo costituente.

Un processo costituente infatti implicherebbe una rifondazione di sovranità e di legittimità democratica, con un popolo che si sente prima europeo e si dà una specifica cittadinanza per questo: prima europei e poi italiani, francesi, olandesi, tedeschi, ecc.

Già nel 2001, quando si avviarono i lavori per il progetto di Costituzione europea non c’era niente di tutto questo: nei governi dei singoli Stati non vi era posto per alcuna delega di sovranità o cessione di legittimità.
In quel caso, 15 anni fa, abbiamo avuto la convergenza di interessi di fatto delle tre grandi religioni cristiane (protestanti luterani-calvinisti, protestanti anglicani e cattolici dopo l’inutile battaglia fatta da papa Wojtyla per l’inserimento delle radici cristiane nel preambolo della Carta in approvazione e non approvato da Giscard D’Estaing che presiedeva il gruppo di estensori della Carta). La mancata approvazione è costata molto a larghe parti dei popoli europei che in quel progetto avevano creduto e su cui avevano riposto grandi speranze, non certo alle élite degli Stati che hanno portato avanti il boicottaggio sistematico dell’idea di cittadinanza europea e della conseguente necessità di una specifica Costituzione, quale preludio per la costruzione degli Stati Uniti d’Europa.

Certo oggi abbiamo una generazione Erasmus e ci sono e ci saranno i figli di questa generazione: su di loro va riposta la speranza per i cittadini europei di domani e non più dei singoli Stati, ma questo è di là da venire.

Nel momento in cui il progetto di costituzione abortì dopo il primo voto contrario dell’Olanda (guarda caso!) e della Francia che intendeva probabilmente anche impedire che l’ex presidente Giscard passasse alla storia, si trovano le radici dell’euroscetticismo e del populismo che oggi caratterizza larga parte dell’elettorato europeo e questo impone a quei romantici sognatori che continuano a credere nella necessità dell’Europa di aprire gli occhi e   attrezzarsi con gli occhiali della realtà alla luce del sole per trasformare quel sogno in un progetto reale. Un progetto che per andare avanti ha bisogno di militanti che apprezzino i piccoli passi positivi dei tavoli decisori come sottolinea Franco Ventroni, anche sognatori perché senza sogno non c’è vita, ma al contempo guardinghi, disincantati e con un pizzico di diffidenza che non guasta, come suggerisce tra le righe Roberto Mirasola.

Brevi riflessioni su distanziamento e anziani

Roberto Paracchini

Dopo gli interventi di Fernando Codonesu e Mauro Tuzzolino pubblichiamo un contributo di Roberto Paracchini, socio della nostra Scuola, sul coronavirus e i suoi effetti collaterali. Si tratta di un contributo centrato sul significato profondo di alcune parole chiave ricorrenti nella narrazione di questi mesi, sugli effetti indotti sulle relazioni interpersonali a partire dagli anziani, ma altrettanto importanti per i più giovani e per le generazioni future

Oggi vi sono alcune parole ricorrenti e interconnesse. Si ripetono soprattutto nella narrazione pubblica ma anche privata: distanziamento, anziani, solidarietà, guerra. Si dice che siamo in guerra contro un nemico invisibile che, nel qui ed ora, possiamo tenere sotto (parziale) controllo solo mantenendo una certa distanza (almeno un metro) dalle altre persone (tutti coloro che non vivono nella nostra stessa casa, se non già contagiati). Il che significa che occorre evitare qualsiasi tipo di contatto (strette di mano, abbracci ecc.) con gli altri da noi, da un lato e limitare anche i “rapporti” con noi stessi (niente dita in bocca, nel naso o negli occhi), dall’altro. Il tatto, quel senso che mette la superficie del nostro organismo in contatto col mondo permettendoci di riconoscerne i caratteri fisici nelle diverse declinazioni (dalla durezza alla forma), viene precluso.

 In questi appunti non si vuole discutere l’importanza della politica del distanziamento, oggi indispensabile al fine di arginare la diffusione dello specifico Coronavirus (il Covid-19) che ha messo in crisi il mondo intero e i suoi stili di vita prevalenti. Di seguito solo poche note per evidenziare alcune conseguenze di carattere relazionale, in particolare sulle persone anziane; per poi tentare di comporre da quanto accade l’invito a un’ipotesi di intervento.

 A tal fine è importante chiarire meglio che cosa implica il distanziamento in termini socio-antropologici. Innanzi tutto va detto che il distanziamento incide sui vari sistemi della comunicazione non verbale (paralinguistico, cinesico, prossemico e aptico). Entrando nello specifico si rileva che questo influenza meno quello paralinguistico, relativo all’intonazione e all’inflessione della voce che accompagna i nostri modi di parlare; conseguenze un po’ più gravi si hanno sull’aspetto cinesico, che coinvolge l’insieme dei gesti volontari e modulati dalle emozioni e comprendenti in via prioritaria le espressioni del volto e l’articolarsi dello sguardo (perplessità, timore, colpa, ecc.). Maggiore è poi l’effetto del distanziamento sugli ultimi due sistemi. Nella prossemica, che interessa la gestione degli spazi tra gli interlocutori, si ha un’alterazione evidente della gestione dei propri movimenti di immediata prossimità. Le neuroscienze insegnano che ognuno di noi ha dei propri spazi di sensibilità (di propria giurisdizione), sensibili alla presenza fisica ravvicinata altrui e che variano a seconda del livello di confidenza ed affetto con l’interlocutore. In questo quadro vi sono gesti di contatto consuetudinari che assumono forme culturalmente determinate. Il bacio su entrambe le guance, ad esempio, è molto diffuso in Italia (in altre culture lo si dà su una sola guancia, in altre ancora ci si tocca coi rispettivi nasi, ecc.); si tratta però, sempre, di un avvicinamento con contatto, quindi a metà strada tra la prossemica e l’aptica e rappresenta un modo per indicare condivisione e amicizia. L’eliminarlo compromette il calore del rapporto interpersonale che tanta parte ha nelle nostre vite (produzione del senso di sé, sicurezze e/o insicurezze, ecc.). Ancora più pesanti sono le ripercussioni provocate dal distanziamento sul sistema aptico, il cui ruolo è oggi rivalutato anche dalle neuroscienze e, tra l’altro, da un ampio settore dell’arte contemporanea, perché coinvolge importanti funzioni legate al nostro corpo. Il sistema aptico indica, infatti, il processo di riconoscimento degli oggetti attraverso il tatto ed è il frutto della combinazione tra la percezione tattile prodotta dagli oggetti sulla superficie della nostra pelle e dalla propriocezione che coinvolge quei recettori del nostro organismo (i propriocettori) che ci forniscono informazioni sulla posizione, il movimento e l’equilibrio del nostro corpo appunto. Nel caso specifico della comunicazione non verbale che si serve del sistema aptico, la propriocezione interessa la posizione della mano rispetto all’oggetto/o persona con cui ci si rapporta o comunica. L’universalità della stretta di mano ad esempio e delle infinite sfumature che può avere rende merito a questa “abitudine” culturale che coinvolge appieno il sistema aptico.

A riguardo è interessante notare gli aspetti simbolici e coreografici che questo gesto ha assunto nel tempo. In greco antico si indicava con la parola “dexiosis”, darsi la mano destra, probabilmente per un’iniziale diffidenza, dato che in questo modo non si poteva impugnare la spada o un’altra arma, poi diventato simbolicamente un “non ho cattive intenzioni”. Inoltre vi è qualche studioso che afferma che l’handshake, l’agitare e il muovere su e giù la mano mentre se ne stringe un’altra potrebbe essere stato un modo per assicurarsi che l’interlocutore non nascondesse niente di offensivo nella manica, mentre successivamente ha assunto una valenza di forte intesa, come un “sono veramente felice di vederti”. National Geographic informa che la prima testimonianza di stretta di mano, da noi conosciuta, risale a un bassorilievo del nono secolo a. C. in cui a darsi la mano sono un re assiro e un comandante babilonese, probabilmente in segno di alleanza. Col tempo la stretta di mano è diventata sempre più simbolo di mutualità, accordo, alleanza, amicizia. Variante contemporanea è il “dammi il cinque”, in uso soprattutto tra gli sportivi e i giovani. La si fa risalire a una casualità avvenuta negli Stati Uniti durante una partita di baseballGlenn Burke dei Los Angeles Dodgers, il 2 ottobre del 1977, durante un incontro con gli Houston Astros, ebbe l’idea di alzare il braccio destro col palmo della mano rivolto verso il compagno di squadra Dustin Baker che, dopo aver fatto un fuoricampo ed aver girato le basi, si avviava in panchina. E Baker rispose a quel gesto colpendo quella mano col palmo della sua, oggi si direbbe “dandogli il cinque”. Da quel giorno quel gesto fu il segno distintivo dei giocatori del Los Angeles Dodgers per complimentarsi tra loro. In seguito Baker spiegò che, vista quella mano alzata e non sapendo che fare, istintivamente la schiaffeggiò. In Italia il “dammi il cinque” si diffuse a macchia d’olio soprattutto grazie a “Gimme Five”, uno dei primi successi di Jovanotti del 1988 (contenuta nell’album “Jovanotti for President”). Una casualità, si è detto, che ha però incrociato un’esigenza di condivisione dell’entusiasmo, divenendone un’espressione caratteristica.

Al di là delle origini storico-antropologiche e di costume, importanti per capire meglio il radicamento nella nostra vita della stretta di mano e delle sue varianti, forse non tutti sanno che un simile gesto, che mette a contatto dita e palmo di una mano con un’altra, impegna addirittura un terzo della nostra regione cerebrale, incluse l’area motoria e sensoriale. Con le dita svolgiamo, infatti, una enorme molteplicità di compiti, che attivano ampie aree del cervello in un feedback continuo. Non è un caso, ad esempio, che diversi psichiatri raccomandino ai pazienti, per superare il senso di angoscia del risveglio, di lavare i piatti e di farlo con le mani, esercizio che implica una serie di complicate operazioni (insaponatura, tenuta del piatto scivoloso, suo corretto posizionamento e movimentazione, risciacquo, asciugatura ecc. ecc.) che, appunto, interessano il tatto delle dita in una molteplicità di funzioni coinvolgendo in tal modo diverse aree cerebrali, così come capita nella classica stretta di mano, anche se non ce ne accorgiamo.

Torniamo ora agli anziani. Presumo che molti abbiano provato che cosa può significare il parlare con una persona, il toccarla o sfiorarla per sottolineare alcune parti del discorso, poi spostarsi leggermente per guardarla negli occhi, sorridere o fare una smorfia, riprendere il discorso allontanandosi di un passo, per poi riavvicinarsi a sottolineare un concetto e quasi toccarla… Immagino anche che tutti noi si sia provato il calore, il senso di comprensione provocato da un abbraccio, una carezza, uno sguardo ammiccante e comprensivo; si sia sentito il sentimento di vicinanza affettiva prodotto da una prossimità fisica, dal percepire un ascolto interessato da parte dell’interlocutore; ci si sia sentiti protetti in  un’affabile comunanza e intesa prodotta da una stretta di mano, solo per fare alcuni degli infiniti esempi possibili. Tutto questo impasto di sensibilità e di calde contaminazioni con la tangibile prossimità dell’altro da noi, negli anziani è ancora più forte e intenso. Malinconico, a volte, proprio perché nella maggior parte dei casi il loro mondo relazionale si è impoverito (pensionamento, morte di un coniuge o delle amiche o amici più cari, lontananza dei parenti, difficoltà di deambulazione, maggiore isolamento insomma). Un contesto in cui l’arricchimento del proprio spazio di prossimità con un abbraccio, una stretta di mano o una maggiore vicinanza diventa più che mai prezioso, come acqua fresca per un assetato. Ma oggi, purtroppo, scelte storiche inique e predatorie verso l’ambiente da parte di quella potente componente dei sapiens votata al profitto e cultrice di un modello di sviluppo basato sul dominio della natura e quindi dell’essere umano in quanto esso stesso natura, hanno compromesso questo sistema di relazioni causando – come spiegheremo – la pandemia che stiamo vivendo.

E così quell’impasto virtuoso di sensibilità a cui si è accennato, viene precluso a tutti per la necessità impellente di evitare il contagio dato che il virus si trasmette nell’aria soprattutto attraverso le microparticelle che produciamo con un colpo di tosse, uno starnuto o, a distanza ancora più ravvicinata, col nostro respiro. Sappiamo poi che, nonostante l’impegno della ricerca scientifica, i tempi di uscita dall’attuale crisi non saranno brevi perché l’elaborazione e produzione di un vaccino specifico (che pur ci sarà) richiede diverse validazioni, pena la creazione di un qualcosa di inadatto e pericoloso; e poi altri tempi organizzativi saranno necessari per una vaccinazione di massa che, sia per il qui ed ora che in prospettiva, obbligherà a una riorganizzazione sanitaria territoriale, constatato anche che l‘Italia ha negli ultimi anni privilegiato le grosse strutture ospedaliere.

 Intanto, approfittando del panico prodotto dal virus, riesplodono fake-news di ogni tipo, come la teoria del complotto, sempre presente perché facile e semplificatrice di una realtà ben più complessa. In questa messa ai margini del pensiero critico si inserisce anche un pericolo, forse più insidioso perché meno evidente, che può essere definito di inquinamento linguistico.  In questo quadro va sottolineato l’uso continuo del termine guerra per parlare del nostro duro confronto col virus e delle modalità per arginarlo. “Insidioso”, si è detto, in quanto il ripetere continuamente una parola conduce, spesso inconsapevolmente, a considerare reale il significato semantico e pragmatico che si porta dietro. In questo caso guerra, essere in guerra, implica avere un nemico fisico contro cui scagliarsi con la forza delle parole o degli atti (la Cina prima, i pipistrelli e altri animali poi, e anche l’OMS). La comunità scientifica internazionale, i virologhi e chi studia i fenomeni ambientali (da Ilaria Capua a Mario Tozzi), concordano nell’affermare  che sono i pesanti insulti inferti all’ambiente i veri responsabili, come la pratica insistente delle deforestazioni ad esempio, di cui poco si parla, mentre autorevoli studi scientifici (su Scienze e Nature) sottolineano che, togliendo l’habitat naturale agli animali, li si mette sotto stress e si aumenta la loro carica virale agevolando così il salto di specie, proprio come è capitato per il COVID-19 e, in precedenza, per gli altri virus causa delle diverse e recenti epidemie. E sempre all’ottusità di uno sviluppo iniquo e distorto si deve l‘impetuoso aumento degli allevamenti intensivi nella pianura Padana (bovino e soprattutto suino), con conseguente immissione (tramite le loro deiezioni) di ammoniaca nell’atmosfera e forte incremento del particolato nell’aria. Situazione inquietante se si considera che in quella parte d’Italia c’è stato il maggior numero di contagi e che ricerche dell’università di Harward, ma anche di Shanghai e Pechino (come sottolineato da un ottimo servizio di Report) hanno messo in collegamento la maggiore diffusione del virus all’incremento del particolato che funzionerebbe come suo vettore.

Le cause della diffusione della pandemia richiedono quindi maggiore consapevolezza, in tutti i sensi, anche linguistica e la parola guerra è inadatta. L’attuale pandemia ha un campo di battaglia completamente diverso e relativo alle modalità di contagio del virus, costituito da due elementi fondamentali: i rapporti interpersonali (da cui il distanziamento) e il nostro organismo che questo virus non conosce e che, proprio per questo, lo subisce anche violentemente, tanto più quanto la clessidra del tempo ha reso il nostro corpo più fragile e più esposto. Da qui, la necessità di mantenere il distanziamento, appunto, per il bene di tutti, ma soprattutto come atto di solidarietà verso la nostra memoria vivente, quella incarnata dagli anziani.

 La genetista Ilaria Capua ha definito il COVID-19, un virus opportunista che approfitta del “lavoro” fatto da terzi (il tempo e altre patologie preesistenti) per metterci al tappeto. Ma la guerra, come quella testimoniata ad esempio dai bombardamenti che distrussero gran parte di Cagliari nel 1943 è un’altra cosa. Oggi siamo nel mondo della pandemia, non della guerra, parola da guardare con diffidenza e la cui reiterazione permette di giustificare pericolosi interventi autoritari, come avvenuto in Ungheria dove Orban si è fatto dare i pieni poteri dal Parlamento, o violenti proclami come nelle Filippine dove il presidente Duterte ha ordinato alla polizia di sparare a chi viola la quarantena.

Distanziamento dei corpi per solidarietà, si è detto, per evitare il contagio dei più fragili. Quasi un ossimoro perché nel e dal corpo, proprio per il significato intensamente corporeo della comunicazione non verbale, ha radici la solidarietà e tutto quel che ne segue in termini di comunione e condivisione. Ci son voluti millenni perché l’essere umano, come afferma l’economista Luigino Bruni, “apprendesse l’arte delle distanze brevi per pensare di poterle dimenticare in pochi mesi” ed anche le neuroscienze supportano questa esigenza di distanze ravvicinate in quanto “cablata” nel nostro organismo nelle varie necessità di rapporto comunitario. Il senso fisico della solidarietà, proprio perché precognitivo non si dimentica e, anzi, fertilizza, seppure con sofferenza, anche nel distanziamento sotto forma di desiderio.  In questa delicata fase aiuta anche la storia della parola solidarietà che deriva dal latino, solidum, moneta, e dall’espressione del diritto romano in solidum obligari, obbligazione in solido, per cui diversi debitori si impegnano a pagare gli uni per gli altri e ognuno per tutti un qualcosa preso a prestito o dovuto. E così, e non solo per metafora, si può dire che questo anomalo distanziamento solidale è un modo per rendere ai nostri vecchi una pur simbolica parte del nostro debito nei loro confronti. In solidum obligari, quindi, come premessa  per abbracciare il significato moderno di solidarietà come fratellanza universale, sorto in Francia tra gli anni Trenta e Quaranta dell’Ottocento e rafforzato poi come “legame di ciascuno con tutti” dai padri fondatori della sociologia Auguste Comte ed Emile Durkheim.

In questo quadro di rispetto e maggiore consapevolezza del debito verso i più anziani nasce la necessità di ipotizzare scenari di riflessione più o meno nuovi, ma recentemente trascurati, sul loro ruolo storico e sociale.  Occorre, in pratica, ripristinare o tentare di creare ex novo un senso di presenza, che punti al loro, degli anziani e soprattutto dei più anziani, opportuno recupero tramite la raccolta e valorizzazione della loro memoria, che implica, di conseguenza, la considerazione della loro presenza fisica come valore. Progetto da predisporre e, possibilmente, iniziare nella seconda fase della pandemia, quella del rientro, pur lento e graduale, in un paesaggio di ripresa dei rapporti sociali.

 La solitaria morte dei più vecchi e fragili resterà un peso nella coscienza collettiva. Quanto capitato ha spalancato con rabbia quello che, purtroppo, già si sapeva, ma che vedeva i più nascondere il viso dall’altra parte, l’abbandono in cui i più vecchi e deboli vengono spesso lasciati. Un oblio fisico e relazionale che una fredda e macabra idea della produttività tende a giustificare da parte di quei sapiens a cui si è accennato in precedenza. Riprovevole non solo da un punto di vista etico, ma anche sociale ed economico. Ha ragione Papa Francesco nel denunciare aspramente questo sistema produttivo che incrementa la pratica dello scarto dei prodotti e degli esseri umani. Da tempo, però, anche tra gli economisti si ha contezza che sono il know how e i saperi tutti la ricchezza di base da cui si può crescere, seppure non più come viaggiatori di un illusorio e lineare progresso, bensì come esploratori di un labirinto ricco di traguardi e di sconfitte, ma proprio per questo intrigante perché spinge e costringe a negoziazioni mai concluse.

La memoria dei singoli è un patrimonio non solo per la salute dei diretti interessati perché il ricordo riattiva mondi personali, ma anche per la collettività. Lo dimostrano i tanti frutti dell’evoluzione della metodologia degli studi storico-antropologici, dalla rivista degli Annales in poi, che hanno inglobato e valorizzato pure le piccole storie come importanti “spie” dei tempi in cui si vive.

Ogni anziano è un archivio di saperi, sedimentati nel suo vissuto, che vanno dal lavoro alle sue relazioni, ai rapporti familiari, sino all’incespicare degli aneddoti faticosamente ricordati. Ora si tratta di non disperdere questo patrimonio e, come accennato, di valorizzarlo. Quindi occorrerà impostare un lavoro certamente non facile ma possibile, che sposi ricerca storica, sociologica, antropologica e, indirettamente, sanitaria; che delimiti il proprio target in base all’età e che pensi soprattutto ai giovani come i maieutici di questa memoria.

In questo modo si potrebbe innanzi tutto far ridiventare gli anziani protagonisti, stimolandoli a ricordare e raccontare con qualcuno che raccoglie i loro ricordi. Presenza possibilmente fisica (ma potrebbe anche essere virtuale, soprattutto all’inizio) che interloquisca con loro e ponga attenzione alle loro parole, le stimoli e le raccolga. Il tutto fatto con metodologie apposite, ovviamente, che tengano conto della sensibilità degli interlocutori, con l’obiettivo di creare spicchi di testimonianza/conoscenza su costume, abitudini e vita di ampi settori della popolazione.

Si tratta di un progetto di difficile realizzazione nel qui ed ora, ma non impossibile, anche in tempi non lontani se visto in modo graduale. Per questo occorre iniziare a prefigurare un progetto (di cui queste brevi note sono solo una proposta) che, oltre al coinvolgimento dei diretti interessati, preveda un’altra serie di figure professionali (dall’università alla scuola) e uno studio di fattibilità.

SANITA’ PRIVATA, L’ALTRA FACCIA DELLA MEDAGLIA

Roberto Mirasola – Scuola di Cultura Politica “Francesco Cocco”

Le notizie che in questi giorni si leggono sulla stampa locale riguardo le critiche alla sanità privata fanno pensare più a un uso politico dell’informazione piuttosto che al giusto compito della stampa volto a ricostruire la veridicità dei fatti scevra da ogni qualsivoglia pregiudizio. Da più parti si legge che ormai le cliniche private starebbero facendo affari d’oro, come se il Covid-19 possa oggi costituire una fonte di facili guadagni. In realtà la maggior parte delle strutture private verte in una situazione di grande difficoltà, e non soltanto a causa della pandemia. Va detto per inciso, che diverse strutture hanno seguito responsabilmente le direttive volte a gestire l’emergenza sanitaria, e lo hanno fatto per tempo, per non farsi trovare impreparate.  Questo ha significato ingenti acquisti di materiale volto a tutelare la salute dei pazienti e del personale sanitario che vi lavora. Costi che sono a carico delle aziende senza che giustamente vi sia nessun rimborso da parte del pubblico. Le strutture hanno dovuto ridurre il numero di interventi e i ricoveri. Naturalmente tutto questo ha un prezzo che ricade però non soltanto sull’imprenditore privato, ma anche nei confronti dei lavoratori. Oggi in Sardegna le strutture private sono costrette a mettere in cassa integrazione chi vi lavora: medici, infermieri, ausiliari, tecnici e personale amministrativo. Tutto questo sta accadendo nel silenzio totale. Dov’è la stampa paladina della tutela dei posti di lavoro? Forse sono lavoratori di serie B? Forse sono meno eroici dei loro colleghi del pubblico? La sanità privata che in Sardegna incide solo per il 3% sulla spesa sanitaria globale, è una costola del sistema sanitario pubblico e va anche precisato che gli stessi servizi sanitari nel pubblico costerebbero di più. Non esiste dunque una contrapposizione che invece si vuole artificialmente far credere, anzi in questo momento servirebbe l’esatto contrario.  Quale notizia invece si vuole riportare in prima pagina? Gli ormai famosi € 900,00 per le strutture private chiamate dalla Regione a sostegno della sanità pubblica. Posto che le strutture sono tre: Mater Olbia, Policlinico Sassarese e Città di Quartu, bisognerebbe fare anche, per onestà intellettuale, un’attenta analisi dei costi. Quanto costa alla struttura pubblica una giornata di degenza in terapia intensiva per un paziente Covid?  Senz’altro più che in una struttura privata. Dati alla mano il costo di un anestesista, un infermiere, un OSS h. 24 più farmaci e presidi superano di gran lunga quanto remunerato alle strutture private. Dove sono dunque i lauti guadagni? La verità è che bisogna rivedere come impostare il sistema sanitario che deve svolgere il solo interesse della cura e della salute del paziente. Quindi sarebbe opportuno che la politica stesse fuori dalle decisioni che riguardano nomine dei primari, nomina di manager, consulenze, tutte operazioni che prescindono dalla competenza e dal merito delle persone che vengono nominate. Del resto quanto è accaduto a Sassari è sotto gli occhi di tutti e le responsabilità sono pubbliche, tant’è che vi è un’indagine della magistratura in corso. Indagine che del resto è sempre in corso, ad esempio a Oristano, per le ingerenze della politica in campi che a lei dovrebbero essere invece estranei.

La polemica che si è dunque innescata in questi giorni rischia di perdere di vista la giusta dimensione del problema in quanto, come si è già scritto, la sanità privata è una costola del SSN, ciò significa che eroga un servizio pubblico. Diverse sono le scelte politiche volte all’istituzione di grandi strutture private in contrasto con le esigenze del servizio sanitario regionale, come il caso del Mater Olbia. Sembra invece che per polemizzare con scelte sbagliate del passato si rischia di trascinare giù colpevolmente le piccole buone pratiche della sanità privata esistenti nel territorio che danno invece da anni il loro prezioso contributo al sistema sanitario regionale.

Coronavirus. “Da europeista sono arrabbiato con l’Europa”

Franco Ventroni – Scuola di Cultura Politica “Francesco Cocco” (contributo pubblicato su DemocraziaOggi)

E’ ancora presto per poter fare una valutazione seria e credibile dei danni, di tipo sociale ed economico, causati dalla pandemia.

Ritengo però utile fare qualche riflessione, soprattutto dopo alcuni interventi su questo blog, riferiti all’argomento corona virus e dintorni.

Vi confesso che sono arrabbiato: dopo circa trent’anni di militanza attiva sul fronte europeista, alcune mie convinzioni sulla Europa unita iniziano a vacillare. Seppure richiamati molto spesso nei trattati e negli accordi internazionali, sembrano venir meno nei fatti proprio quei principi di solidarietà e cooperazione tanto osannati. Questi principi sono stati disattesi nella pratica quotidiana, creando cosi una vuoto istituzionale che difficilmente riusciremo a colmare, pur animati da uno spirito di cooperazione solidaristica. Richiamo, a tal fine, il balletto e i dinieghi dei vari stati membri nel momento in cui l’Italia ha invocato la fornitura di materiale sanitario. Tralascio, per carità di patria, anche qualche acido commento per coloro che hanno “bloccato” o si sono “appropriati” delle forniture destinate al nostro paese,  provenienti, tra l’altro, da fornitori extraeuropei. Tutto ciò non può essere attenuato dall’ospitalità espressa dalla carità pelosa della Germania che ha accolto, da qualche giorno, alcuni pazienti in terapia intensiva. Devo ammetterlo: un fallimento rispetto agli obiettivi prefissati sotto il profilo della solidarietà. Pensate soprattutto alle parole “welfare” e “cooperazione” da me e da altri colleghi richiamate e praticate, insieme ad altri funzionari dei paesi dell’Unione, nell’attuazione di centinaia di progetti transnazionali. Il fatto stesso che ancora oggi siamo sprovvisti di reagenti e mascherine, quello che abbiamo proviene o dall’autoproduzione o da forniture cospicue provenienti da paesi extraeuropei, suggerisce una riflessione più attenta sugli accordi da prendere all’interno dell’Eurogruppo.

Anche sul versante della politica economica questa Europa non sta certo meglio.

Christine Lagarde, presidente della BCE, analizzando la situazione italiana ha detto una settimana fa: “non siamo qui per chiudere gli spread, ci sono altri strumenti e altri attori per questi problemi”, dando subito una pessima dimostrazione delle sue capacità tecnico-politiche facendo crollare le borse e impennare il differenziale tra BTP e  Bund. Tutto ciò  è costato agli italiani circa 2 miliardi di Euro, proprio quando aspettavamo la solidarietà europea. Parafrasando l’intervento di un giornalista si potrebbe dire “come trasformare un dramma sanitario in una crisi finanziaria”. Non sarà certo il ripensamento successivo sull’intervento da 750 miliardi di lire promesso dalla Banca Centrale Europea, sollecitato peraltro dalle difficoltà degli a altri paesi, a farmi cambiare idea.

Ci eravamo illusi quando Ursula Von der Leyen, Presidente della Commissione Europea, aveva sostenuto, in un perfetto italiano/tedesco, che l’Europa era al fianco degli italiani martoriati dalla epidemia del corona virus e che la UE avrebbe sostenuto l’Italia. Trascorsa una settimana  rileviamo che sono arrivate, sempre dalla stessa fonte, delle dichiarazioni inappropriate a sfavore del nostro paese che aveva invocato un corposo sostegno finanziario da parte della Unione con l’emissione di corona bond  attraverso il MES (Meccanismo Europeo di Stabilità). La Von der Leyen, schierandosi subito con i paesi “rigoristi” (Germania, Olanda Austria e Finlandia) ha affermato: Bruxelles non ha nei suoi radar l’emissione di “obbligazioni comunitarie” per sostenere i Paesi d’Europa alle prese con l’emergenza ”coronavirus”. Salvo poi, in serata, emettere una nota in cui la sua analisi e il suo  diniego sono stati “giustificati” dalla questione delle garanzie sul debito, e da “chiari confini giuridici” dei trattati europei che impediscono tali politiche. La risposta dei Paesi “espansivi” (Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Slovenia, Grecia, Irlanda, Belgio e Lussemburgo), che avevano peraltro chiesto l’emissione  dei mitici “euro bond“ non si è fatta attendere, scatenando cosi uno scontro, senza precedenti, all’interno dell’Eurogruppo costituito dai 27 paesi dell’Unione.

Sull’argomento è intervenuto anche il capo dello Stato Sergio Mattarella, che venerdì nel suo discorso alla nazione ha sottolineato l’inadeguatezza di “vecchi schemi ormai fuori dalla realtà” e la necessità di urgenti “azioni concrete del Consiglio Ue”. A breve, pertanto, verranno fuori prepotentemente le posizioni dei due schieramenti.

Occorre però premettere che tutti i Paesi dell’Unione:

– ricorreranno, chi più chi meno, agli strumenti e alle agevolazioni proposte dalla BCE (Banca Centrale Europea) e dal MES (Meccanismo Europeo di Stabilità) più conosciuto come Fondo salva Stati;

– hanno bisogno di impiegare risorse e, quindi, di indebitarsi sia per l’emergenza, sia per la ricostruzione nel prossimo futuro;

– possono usufruire di condizioni di finanziamento agevolato garantite dall’insieme dei Paesi;

– risultano garanti pro-quota dei debiti di ciascuno qualora uno o

 più Paesi non restituiscano le rate dei mutui contratti;

– sono ormai convinti che occorre pensare, vista la straordinarietà degli eventi derivanti dalla pandemia, al varo di nuovi strumenti finanziari;

L’emergenza, quindi, metterà tutti di fronte a una situazione senza precedenti per cui l’Eurogruppo dovrà trovare una soluzione tale da consentire l’esistenza stessa dell’Unione Europea.

Voglio a tal fine richiamare alcune novità che influiranno in modo consistente sia sul dibattito attuale, sia sulle scelte che saranno fatte sulla ricostruzione economica post pandemia. Una di queste, alquanto strana, riguarda proprio la Germania che in questi giorni sembra propendere per una rivoluzione copernicana in ambito finanziario: in un sol colpo è stato superato prima il pareggio di bilancio vero mantra della politica fiscale tedesca, poi forse ancora quello più importante del vincolo costituzionale che impediva ai tedeschi di produrre  annualmente “nuovo debito” oltre lo 0,35 del PIL. Ma ciò che più impressiona è il plafond di 800 miliardi di euro stanziato per contrastare gli effetti economici prodotti dal Corona virus. A ciò deve aggiungersi il si, seppure a denti stretti, della Merkel alla sospensione del Patto di stabilità europeo.

Si aprono, quindi, nuovi scenari ma anche nuovi contrasti: buona parte dei paesi “rigoristi” del nord Europa sostiene, infatti, che esiste il pericolo che buona parte delle risorse che verranno messe a disposizione potrebbero essere utilizzate per sanare i debiti pregressi di quei paesi fortemente indebitati.

Sono convinto di una cosa: sarà difficile trovare un accordo dignitoso che rispetti le giuste aspettative soprattutto di quei paesi travolti e martoriati dalla pandemia. Con questi chiari di luna, se non si trovano soluzioni innovative per gestire gli strumenti finanziari a disposizione (BCE, MES, BEI), l’Europa rischia di soccombere lasciando spazio ai finanziatori internazionali che ci daranno si vagonate di euro ma  a tassi da usura.

Credo, invece, che la soluzione esista e sia ad un passo da noi. Le diplomazie economiche sono al lavoro da giorni per evitare una rottura dei rapporti che rischia, come ho già detto, di compromettere la stessa esistenza dell’Unione.

La mia modesta proposta, esposta qui di seguito, prevede di utilizzare gli strumenti tradizionali a disposizione nel modo seguente:

  • Riutilizzo mediante semplice accordo Italia – Commissione Europea delle risorse non spese nella Programmazione 2014-2020. Le sole risorse “comunitarie” da riprogrammare attualmente disponibili (stima prudenziale) ammontano a circa 100 miliardi di euro.

  • Acquisto di titoli italiani da parte della Banca Centrale Europea. Tale anticipazione potrebbe generare circa 210 miliardi di euro.

  • Ricorso, in forma ridotta, al Meccanismo Europeo di Stabilità con una richiesta di emissione di titoli denominati CORONA BOND per un ammontare di 100 miliardi di euro finalizzati e condizionati al solo Progetto corona virus.

  • Emissione di BTP, con scadenza trentennale e con un rendimento, da destinare prevalentemente ai risparmiatori italiani e in subordine agli investitori esteri. Raccolta stimata:100 miliardi di euro.

  • Richiesta alla Commissione Europea di un consistente sostegno alla disoccupazione creata dalla pandemia (Fondo Gentiloni). Tale richiesta ammonta a circa 20 miliardi di euro.

  • Oltre alle attività consolidate la BEI (Banca Europea degli Investimenti) potrà aumentare di 240 miliardi la sua capacità di finanziare progetti per la ripresa. Da tale fonte potrebbero arrivare altri 20 miliardi.

  • L’Italia potrebbe, inoltre, avanzare una specifica richiesta ritoccando il regime degli aiuti di Stato, per destinare alle imprese circa il 30 per cento delle risorse previste dai Programmi, finanziati dal Fondo Europeo di Sviluppo Regionale, Fondo Sociale Europeo, Fondo Europeo Agricolo per lo Sviluppo Rurale.

Come potete notare questo quadro consente al nostro Paese di frazionare i rischi soprattutto sul fronte indebitamento.

Per concludere posso solo aggiungere che i tedeschi, gli olandesi e gli austriaci le risorse andranno a pescarle sul mercato libero. Non nutro, quindi, grandi speranze sul risultato. Sono comunque sicuro che approderemo ad un risultato se non altro intermedio che ci consente, però, un minimo di ripresa.

Come italiani, seppure con qualche difficoltà, abbiamo dimostrato di esserci, ci sono anche i cittadini di altri paesi europei che come noi combattono con questo nemico invisibile.

Manca, invece, una classe politica illuminata come lo erano i nostri padri costituenti a Ventotene, che pensavano già allora ad una Europa più unita e solidale.

Appunti dal sottosuolo

Mauro Tuzzolino  – Scuola di Cultura Politica “Francesco Cocco” – Cagliari

Come molti dei personaggi di Murakami Haruki, siamo condotti dalle circostanze a ripiegare nelle nostre solitudini, a discendere nel pozzo della nostra autocoscienza. E come nelle narrazioni di Saramago questa discesa assume una dimensione sociale e collettiva.

E, si sa, il pozzo è metafora di caduta e di rinascita già nelle Sacre Scritture. Il virus ha costretto tutti noi a questa discesa nel pozzo, sul piano individuale e su quello sociale. Ponendoci interrogativi sul nostro recente passato, sulle nostre modalità di condurre l’esistenza, sugli eventuali nessi causali tra modus vivendi e situazione attuale; ma gli interrogativi riguardano a maggior ragione la risalita prossima, anche come esercizio e antidoto al presente, assecondando quel fisiologico bisogno di varcare il confine del nostro attuale limite.

“La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. Ci dimostra come abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità”, ricorda papa Francesco nella sua recente commovente omelia.

Al culmine della potenza della retorica della tecnica, ne riscopriamo la sua intrinseca fragilità. Quando l’apparato di scienza, tecnologia, economia mostra i propri limiti dinanzi al palesarsi del flusso virale, ci sentiamo nudi, messi di fronte allo specchio della nostra vita, impauriti per la sopravvivenza nostra, dei nostri cari e, in ultima analisi, delle abitudini di esistenza a noi così care. Privi dell’armatura e dei superpoteri che nella quotidianità ci offre l’apparato tecno – sociale, ripiombiamo d’improvviso nel perimetro delle nostre corporeità e torniamo a fare i conti con le domande di sempre.

Domande individuali e collettive sul senso, sulle traiettorie di vita, sul ruolo di ciascuno e sulla direzione del nostro vivere associato.

In questo quadro avvio la mia breve riflessione, sempre in divenire, su alcune piccole lezioni che sto imparando.

Stiamo riscoprendo l’importanza della comunità di cura. La consapevolezza delle nostre fragilità incrementa il nostro bisogno di avere intorno reti di protezione, che non devono e possono limitarsi alla pur necessaria concentrazione di funzioni di eccellenza. Le riforme sociosanitarie assecondando il principio fordista per cui concentrazione uguale efficacia/efficienza, hanno puntato sulla costruzione di grandi hub iperspecializzati (come non pensare alla vicenda del Mater Olbia in Sardegna?) e, così facendo, abbiamo abbandonato, almeno nel dibattito mainstream, le ipotesi di una sanità capillare e territoriale, capace di offrire prossimità, aiuto, sostegno, ascolto. E le nostre paure diventano solitudini fragili, prive di quel meccanismo comunitario di sostegno e accompagnamento, in particolare nel contesto delle aree interne.

La scuola giocoforza, con la generosità dei suoi protagonisti, prova a riorganizzare il proprio funzionamento attraverso l’utilizzo della didattica a distanza; quel che emerge tuttavia, aldilà delle performance molto variabili e della inadeguatezza tecnologica, è la centralità della “presenza” nei processi di apprendimento e di costruzione della socialità di base. Ho ascoltato docenti e ragazzi. Questi ultimi si sentono smarriti e rivalutano con convinzione l’importanza dello spazio fisico, del confronto sensoriale come ambiente didattico per eccellenza. E anche qui varrebbe la pena di approfondire sul principio di prossimità, sull’importanza di un presidio sociale insostituibile. La scuola, sembra banale rammentarlo, non è semplicemente un contesto di trasferimento e di condivisione dei saperi; in questo caso la ricchezza di risorse conoscitive disponibili nel web renderebbe del tutto superflua la presenza di un’istituzione come la scuola. Scambio, confronto orizzontale, mediazione dei saperi, educazione alla convivenza e alla tolleranza, incontro di differenze, conflitto entro uno spazio normato, costituiscono valori e principi base di un’istituzione educativa. La drammatica sospensione delle attività scolastiche deve interrogarci su tali questioni; non per riproporre modelli ormai superati dalla realtà, ma per ripensare funzioni, spazi, metodologie, organizzazione. La scuola italiana è una grande risorsa del presente e del prossimo futuro, e tutta la comunità educante deve avere il coraggio di ripensare profondamente sé stessa, approfittando anche dei segnali di riscoperta positiva che il contesto sta producendo.

Sui beni di prima necessità abbiamo cominciato ad interrogarci sulle filiere organizzative e produttive che rendono possibile il nostro approvvigionamento alimentare. Dalle grandi corporation dell’agroalimentare, ai piccoli produttori sino ai cosiddetti lavoratori dell’ultimo miglio (come li definisce il sociologo Aldo Bonomi), che ci consentono di avere la merce presso le nostre abitazioni. I miei amici pescatori artigianali stanno attraversando, come tanti, un momento drammatico di crisi produttiva soprattutto per l’assenza di infrastrutture logistiche di vicinato. Facciamo una grande retorica sul kilometro zero, valorizzandone correttamente sia l’aspetto della sostenibilità ambientale sia quello della salvaguardia delle nostre produzioni e dei nostri lavoratori. Tuttavia, se non si affrontano le questioni infrastrutturali, materiali ed immateriali, relative ai temi della logistica, della distribuzione e della connessione di territorio e città, continueremo pure la nostra retorica ma le nostre dispense saranno dotate più facilmente di salmone piuttosto che del sarago locale, sempre per rimanere in contesto ittico.

Questi giorni sono stati il terreno di sperimentazione su larga scala del cosiddetto smart working, che nel caso di specie non è altro che lavoro da casa. O meglio, l’allargamento alla platea dei dipendenti delle modalità del lavoro autonomo di seconda generazione, con la felice definizione di Sergio Bologna. Attenzione ai facili entusiasmi. Lo spazio di lavoro che entra prepotentemente nelle nostre vite private può configurarsi come una violazione, un vero straripamento, con il messaggio non troppo sottinteso che siamo soggetti perennemente al lavoro, sempre disponibili, reperibili, attivabili. Con l’aggravante che il lavoro si individualizza ulteriormente, alterandone la sua dimensione sociale e collettiva, sia sul versante dell’affermazione dei diritti sia su quello del lavoro come funzione di abilitazione sociale. Trovare forme ibride e creative può essere una felice soluzione, immaginando anche luoghi altri  di condivisione, informali e capaci rompere le  ritualità costrittive dei grigi uffici e l’arcaica stretta correlazione tempo-lavoro.

La vicenda del sommerso italiano, giustamente sollevata dal ministro Provenzano, ci pone dinanzi ad una delle grandi ipocrisie del nostro paese. “Così come abbiamo sempre sostenuto, l’Italia ha tre Pil: uno ufficiale, di circa 1.600 Mld di euro; uno sommerso, di circa 540 Mld (l’equivalente del 35% di quello ufficiale); uno criminale, che supera abbondantemente i 250 Mld”, ha rammentato in un recente articolo del Sole 24 Ore il presidente di Eurispes.

Conosco molto bene e dal di dentro la realtà sociale ed economica del mezzogiorno d’Italia. La mia prima preoccupazione, pensando alla mia città, Palermo, con il progressivo acuirsi della crisi da Covid, è stata rivolta alle migliaia di persone che praticano nella quotidianità l’arte di arrangiarsi. Il piccolo venditore che staziona all’angolo della strada, il parcheggiatore abusivo, il venditore di rose ai semafori, il cameriere e il muratore a giornata. E il pensiero non può che correre a tutti gli invisibili: che fine ha fatto il piccolo indiano che ogni mattina vende pacchi di fazzolettini sotto casa? Credo che anche questi interrogativi abbiano diritto di cittadinanza su quel che sarà il dibattito per la rinascita.

Non possiamo inoltre rimanere indifferenti di fronte alla meravigliosa potenza della Natura che, come da topos letterario distopico, riprende il proprio spazio: rimbalzano sui social video e foto con la fauna che prende possesso di luoghi urbanizzati, così come gli istituti di analisi ambientale ci forniscono dati circa la forte diminuzione di inquinamento delle acque, dell’atmosfera e, in generale, di tutti gli ecosistemi. Il rallentamento dell’attività antropica fuga ogni dubbio circa l’impatto delle attività umane sul nostro pianeta, aldilà di ogni sterile dibattito sulla figura della giovane Greta. Questi esiti possono lasciarci indifferenti circa le modalità di produzione del valore? O siamo ancora in tempo per fondare un’economia green alla ricerca tendenziale di un benessere sociale diffuso e reale?

Dovremmo avere la capacità di allargare il nostro sguardo al paradigma dello sviluppo economico, o meglio sarebbe dire del progresso economico. Questo è il tempo, come già fu in occasione della crisi del 2008, in cui si evocano salti di paradigma, certamente necessari su cui da domani concentreremo sforzi e approfondimento. Ma si tratta al contempo di essere realisti; e provare intanto a ribaltare le logiche prevalenti di tipo concentrazionario, spesso funzionali anche ad un esercizio del potere. Centralizzazione vs. territorializzazione. Vale per i ragionamenti di cura, deve valere per orientare le nostre scelte in campo economico, energetico e burocratico. Città intelligenti, certo, insieme a territori intelligenti. Tecnologia come strumento per aumentare e non per sostituire.

Emergono, come in ogni crisi aspetti molteplici, variegati e, spesso, contraddittori. E se da un lato stiamo riscoprendo il valore della prossimità, della solidarietà e della sensorialità nelle nostre relazioni, si insinua altresì, quasi come processo inevitabile, lo spettro di una società funzionalmente immunizzata, che può sacrificare la contaminazione, lo scambio e la reciprocità in nome della ricerca di una performatività rassicurante e apparentemente priva di rischi.

Stiamo insomma, in questo snodo epocale, contemplando l’antico dorso di Apollo, senza volto e senza gambe, che ci avverte con il preciso monito “Devi mutare la tua vita!”: la direzione da imprimere a tale necessario cambiamento dovrà essere, già nelle nostre azioni, solidale ed ecologica.

RIFLESSIONI SULLA PANDEMIA dalla Comunità La Collina

Riflessioni dalla Comunità La Collina
Che lezione trarre da questi giorni segnati dal dramma del contagio? Un contributo alla riflessione in queste settimane di silenzio.
Ettore Cannavera e Stefano Sacchittella

RIFLESSIONI SULLA PANDEMIA
Che lezione trarre da questi giorni segnati dal dramma del contagio? In quanto uomini dobbiamo sforzarci di leggere gli accadimenti con intelligenza per coglierne un senso possibile, per trarne una lezione di vita che possiamo fare nostra.
Rivolgiamo lo sguardo alla storia. Quanti milioni di innocenti, soprattutto donne e bambini, sono stati uccisi e avevano pieno diritto di vivere! Quante guerre negli ultimi cento anni, quanta violenza, quanta sopraffazione si è esercitata su milioni di persone, anche in nome di ideologie che professavano la liberazione dell’uomo! Quanti morti di malattia, in questi stessi giorni! Eppure Dio, l’ente compassionevole e eterno di cui ci ha parlato Gesù di Nazareth, pur invocato ogni singolo istante dalle preghiere dei credenti di tutte le religioni non interviene. Dio tace.
È sordo? è cieco? insensibile? O è il chiaro segno che lascia a noi la responsabilità delle cose del mondo? Nostra, infatti, solo nostra è la responsabilità di quanto accade su questa terra. E se Dio tace, se non interviene nelle nostre vicende è solo per il rispetto del bene che ha dato all’uomo con l’intelligenza e la capacità di amare: la libertà. Anche di fare il male.
Perciò non se la prendano col Padre Eterno quelli che credono in lui, invocandone l’intervento e imprecandolo perché non scende a salvarci. Egli non vuole, non può intervenire perché ha il più alto rispetto della nostra responsabilità, della nostra capacità di discernere, di fare giustizia. Non carità, giustizia!
Vedo e apprezzo quanto fanno la Caritas, i suoi responsabili e i suoi seguaci per aiutare chi soffre. Però vedo anche che non urlano mai, non denunciano mai ad alta voce il potere, anche quello da noi eletto, per l’iniqua spartizione dei beni della terra. Anzi spesso vi si alleano per interessi di parte.
Apriamo gli occhi su questo modo di dare aiuto: è pericoloso. Ci dice che da una parte ci sono i “buoni”, che suppliscono ai bisogni e ai diritti dei più deboli e dei più poveri. Ma mentre diamo da mangiare all’affamato ci asteniamo dal combattere politicamente, non ci schieriamo, mentre dobbiamo sparire come benefattori e inchiodare politicamente i responsabili locali e nazionali – e larga parte di quelli europei e mondiali – di questo sfascio, colpevoli di essersi totalmente disinteressati di chi nella vita è meno fortunato e privo della cultura, delle capacità di rivendicare i propri diritti.
Invece un nuovo virus si affianca al primo nell’ammorbare questi giorni: il trasformismo politico dei politici che imperversano nei talk show televisivi, riversando fiumi di bolsa retorica sull’eroismo dei medici e degli infermieri sbattuti in prima linea a combattere un nemico spietato. In molti casi sono gli stessi che negli anni scorsi avviavano la distruzione della sanità pubblica sproloquiando di “spending review”, di “razionalizzazione”, di “maggiore efficienza”: in sostanza di tagli di spesa a man bassa.
Nel 1980 il nostro Paese contava mezzo milione di posti letto, nel 2017 ce n’erano 230mila. Negli ultimi dieci anni se ne sono persi 70mila. Alla sanità pubblica sono stati tolti 37 miliardi di euro e il sistema sanitario è stato smembrato in venti regioni secondo un criterio aziendalistico. Siamo tutti per l’efficienza, naturalmente. Ma oggi molti piccoli centri, soprattutto nel Meridione e nelle isole, sono privi di strutture ospedaliere. Tutto questo a vantaggio della sanità privata e dei potentati politici locali.
Come stupirci allora se nei reparti di terapia intensiva oggi mancano respiratori, se medici e infermieri sono costretti a operare nei reparti senza protezioni sufficienti, se sono privi di camici o mascherine adeguate? A chi andrà addebitato il sacrificio della vita di decine di loro, costretti a combattere un nemico spietato e invisibile con armi spuntate? Chi sarà chiamato a rispondere dei troppi pazienti che muoiono perché gli ospedali non hanno abbastanza dispositivi medici per curarli? Chi risarcirà la sofferenza indicibile dei loro cari, cui è negato anche il conforto di partecipare ai funerali?
Ecco allora che spunta la carità pelosa dei “grandi” imprenditori del capitalismo “illuminato”, dei “grandi” marchi multinazionali che si sono fatti d’oro sul precariato e la miseria dei lavoratori e oggi tentano di ripulirsi l’immagine versando chi centomila, chi un milione, chi cinque milioni di euro a questo o quell’ospedale. Briciole. Pagliuzze. Inezie. Quanti miliardi di euro di tasse hanno evaso o eluso quei “grandi” in tutti questi anni? Quanto avrebbero dovuto dare alla collettività e non le hanno dato? Quanta solidarietà hanno negato?
E allora bisogna squarciare il velo e indicare qual è, insieme al virus, l’autentico responsabile del dramma che stiamo vivendo: è l’antico conflitto tra Stato e mercanti, è la lotta che oppone l’equa redistribuzione al profitto smodato di pochi.
Servizi come la sanità, l’istruzione, la ricerca, il welfare hanno un costo che si paga con le tasse, ma nel finanziarli uno Stato che agisca davvero da Stato anziché da banca privata non ragiona in termini di profitto o di lucro. A differenza delle aziende private lo Stato non mira a incassare un surplus, a distribuire utili: attua una semplice redistribuzione di quanto preleva con le tasse. E non ha paura di indebitarsi ogni volta
che è necessario per la salute dei suoi cittadini, non guarda al pareggio di bilancio come a un moloch cui occorre sacrificare le loro vite.
Ma le accuse di inefficienza e le insinuazioni sulla corruzione dei poteri pubblici, ripetute fino allo sfinimento in questi anni, pur se in molti casi giustificate servivano soprattutto a convincere i cittadini che è meglio farsi erogare questi servizi dai privati: che per quei servizi si fanno pagare, naturalmente, incassando un profitto.
Ecco allora perché i mercanti mirano allo Stato minimo, meglio ancora a uno Stato ridotto a zero: perché per ogni euro che questo eroga per la sanità, l’istruzione, la ricerca, il welfare, le carceri, c’è un euro di fatturato in meno per loro. C’è un euro di fatturato in meno su cui possono lucrare. Tutto può essere sacrificato al profitto.
Ma se per molti è chiaro che occorre scacciare i mercanti dal Tempio, nessuno sembra provvisto di idee, di visione, di progetti – e aggiungerei di coraggio – con cui rimediare a questa situazione. Una sinistra che, dimentica delle sue radici, non si fosse passivamente schiacciata sui dogmi neoliberisti e sulla lode alla globalizzazione capitalista e all’economia di mercato avrebbe indicato per tempo come veri nemici il libero movimento dei capitali e l’imprenditoria di rapina, che sposta i suoi soldi nei paesi più miseri per produrre sempre di più a costo minore; avrebbe imposto un limite alle dinamiche della finanza speculativa, mossa solo dalla volontà di predare guadagno, incurante di ridurre sul lastrico intere nazioni; avrebbe messo il morso all’avidità delle banche, anziché salvarle con fiumi di soldi a scapito delle famiglie.
Una politica che fosse davvero sociale perseguirebbe con mano ferma e regole d’acciaio gli evasori che spostano i loro capitali nei paradisi fiscali – molti annidati nel cuore stesso dell’Unione Europea – e quanti ogni anno frodano alla comunità centinaia di miliardi. E con l’enorme bottino recuperato rilancerebbe la spesa pubblica, mostrando che ogni grande evasore assicurato alla giustizia significa un ospedale in più, una scuola in più, un asilo in più, e ogni corruttore o corrotto un nuovo respiratore, un nuovo posto letto, una maestra in più per i bimbi. E abbasserebbe subito le tasse ai più deboli per aumentarle ai più ricchi, secondo il principio della tassazione progressiva sancito dalla nostra Costituzione che umanisticamente mira a costruire un mondo solidale dove le diseguaglianze siano ridotte, non esacerbate.
Invece costruiamo un mondo di criminale ingiustizia. Secondo il rapporto dell’ong Oxfam, a metà del 2019 l’1% più ricco del mondo deteneva più del doppio della ricchezza netta posseduta da 6,9 miliardi di persone, mentre il 50% più povero aveva meno dell’1%. Il patrimonio delle ventidue persone più facoltose del pianeta superava la ricchezza di tutte le donne del continente africano.
E nel nostro Paese? A metà 2019 il 20% più ricco deteneva quasi il 70% della ricchezza nazionale, mentre al 60% più povero non restava che il 13,3%. L’anno prima, il 5% più ricco deteneva da solo la stessa quota di ricchezza detenuta dal 90% più povero degli italiani. Innegabile dunque una tendenza alla concentrazione della ricchezza inarrestabile, pericolosa.
Sembra che siamo irresistibilmente attratti e guidati non dal Dio trino, dio di amore, fratellanza e giustizia, ma dal dio quattrino, il dio che protegge l’arricchimento egoistico, lo sfruttamento rapace della natura, la concezione dell’uomo non come fine ma come mezzo di cui disporre a piacimento, calpestandone bisogni e diritti. Eppure proclamiamo che tutti gli esseri umani, al di là delle diverse appartenenze politiche o
religiose, del differente colore della pelle, hanno gli stessi bisogni e lo stesso diritto a una vita dignitosa e in salute, a un lavoro equamente retribuito, a una quantità di acqua e di cibo bastevole e costante.
Ecco allora che se il lavoro della Caritas e di ogni altra organizzazione caritatevole è privo di questo impegno politico è pericoloso. Consolida questo status quo ingiusto, ritarda l’avvento di quella fraternità/sororità tra esseri umani proclamata e vissuta da Gesù di Nazareth. Rispetto a lui siamo in ritardo non di duecento, ma di duemila anni.
Auspichiamo dunque che gli eventi di questi giorni vengano per farci riflettere davvero sul modo in cui viviamo, su quale giustizia vogliamo per l’uomo.
Pregare? Per cosa, per la fine di un virus? No, forse semplicemente perché apriamo gli occhi. Come le dieci vergini del Vangelo, siamo immersi in un sonno profondo.
Il regno dei cieli è simile a dieci vergini che, prese le loro lampade, uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le lampade, ma non presero con sé olio; le sagge invece, insieme alle lampade, presero anche dell’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e dormirono. A mezzanotte si levò un grido: Ecco lo sposo, andategli incontro! Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade.
E le stolte dissero alle sagge: Dateci del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono. Ma le sagge risposero: No, che non abbia a mancare per noi e per voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene.
Ora, mentre quelle andavano per comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: Signore, signore, aprici! Ma egli rispose: In verità vi dico: non vi conosco.
Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora. (Mt 25,1-13)
Amici che abitano in luoghi assediati dal traffico raccontano che in questi giorni tornano a udire il canto felice degli uccelli. Strade deserte, negozi chiusi; il silenzio incoraggia gli animali selvatici ad avvicinarsi. Si avvistano lepri nei parchi di Milano, cigni che nuotano nei rii di Venezia ridiventati cristallini, cinghiali che vagano indisturbati per le strade di Roma, di Sassari.
Gli animali, altri nostri fratelli vilipesi, sono sempre vicini a noi. E anche se non li guardiamo, loro ci osservano a distanza. Guardinghi, timorosi della nostra invadenza, della nostra violenza. E non appena ci ritiriamo, riprendono i loro spazi.
Il mondo è anche loro, soprattutto loro. Ricordiamoci anche di questo, quando tutto sarà passato.

Aggiornamenti sulla Scuola di Cultura Politica al tempo del coronavirus

Dai primi di marzo i lavori di ristrutturazione della nuova sede in via marche sono stati sospesi, per la tutela della salute dei lavoratori, in ottemperanza alle disposizione del Presidente del Consiglio dei Ministri. In questa pagina alcune foto sullo stato di avanzamento dei lavori

In video conferenza si è svolta l’assemblea dei soci che ha provveduto all’approvazione del bilancio e alla nomina di Franco Ventroni come Direttore della Scuola, al posto del dimissionario Franco Meloni. Tutti i documenti sono presenti nell’area riservata ai soci.

La Scuola di Cultura Politica, anche in questo periodo, è presente nella discussione dei temi che devono essere affrontati con estrema urgenza, cioè lavoro, sanità e scuola. In questo link il contributo di Gabriella Lanero, della Scuola di Cultura Politica, su “Riparliamo di Scuola

in questo periodo di quarantena Fernando Codonesu dedica a tutti noi una sua composizione

 
 
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