La guerra in Ucraina è anche guerra di religione ( di Federico Palomba)

In Ucraina è guerra anche di religione. L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha portato la guerra nel cuore non solo della comunità politica europea, ma anche della cristianità, aspetto quest’ultimo poco trattato. Kirill, capo della chiesa ortodossa di Mosca, si è schierato su posizioni contrapposte rispetto alla chiesa cattolica romana e alle stesse altre chiese dell’ortodossia, legittimando eticamente la guerra portata da Putin come contrasto all’occidente corrotto (vengono citate esplicitamente le sfilate dei gay). Questa stretta connessione col patriarcato ha tolto a Putin sensi di colpa e gli ha dato una ancora più forte motivazione all’invasione. L’adesione di Kirill ha fatto di Putin un fustigatore dei costumi e un restauratore di valori, ed insieme ha inteso presentare la Russia come la nazione guida di quei valori.

Ci sono diverse ragioni per le quali anche i laici possono essere attenti a questo aspetto. La prima è che anche essi hanno un interesse culturale a capire ciò che riguarda gli aspetti religiosi, soprattutto se interferiscono con le cose di questo mondo. La seconda è che sia i laici sia i cattolici pensano che siano ormai acquisite la secolarità e la laicità dello Stato per le quali né le strutture ecclesiastiche né le persone deputate alle cose sacre (il clero) devono esercitare alcuna influenza in ordine agli eventi della vita sociale e civile. La terza è che tanto i laici quanto i cattolici sono chiamati a vigilare affinché non abbiano a ripetersi errori della storia consistenti nell’accordo tra gerarchie civili e religiose per regolare le cose del mondo, come invece pare essere accaduto in Russia per l’invasione dell’Ucraina. E se i laici sono interessati prevalentemente agli aspetti di difesa della laicità, i cattolici vi vedono anche la liberazione e la purificazione del messaggio religioso nel senso non dell’impossibile indifferenza rispetto alla società, giacché i credenti sono ancor più chiamati alla partecipazione, ma della migliore qualità dell’essere credenti tenendo separati i due ambiti.

La posizione di Kirill ha provocato seri contrasti prima di tutto all’interno della chiesa ortodossa russa, nella quale si è registrata la pubblica dissociazione di numerosi preti e monaci. Si è dissociato da subito il prestigioso patriarca di Costantinopoli (cui viene riconosciuto tra le varie chiese ortodosse un primato morale, pur se non anche giuridico) il quale ha definito l’invasione “atto di palese violazione di qualsiasi legittimità internazionale”, cui il Patriarcato di Mosca ha fatto seguire la rottura delle relazioni con Bartolomeo. Ma in generale ha creato sconcerto anche nel mondo dell’ortodossia, costituito da una comunità di 14 chiese locali autocefale con i relativi riferimenti territoriali (cioè amministrativamente indipendenti e ciascuna con un proprio capo) cui va aggiunta la Chiesa ortodossa di America, riconosciuta solo da alcune delle altre chiese.

Nello stesso mondo della cristianità papa Francesco ha mantenuto un atteggiamento opposto, pur senza volere la rottura diretta col patriarcato di Mosca. Il problema è serio perché tocca il nervo scoperto dell’ancora dolorosa separazione tra le chiese ortodosse e la chiesa romana. Essa viene fatta risalire formalmente al grande scisma d’oriente del 1054; ma era stata preceduta da tensioni fra i diversi patriarcati e la sede pontificia romana, fin da dopo i concili di Efeso del 431 e di Calcedonia del 451. Esse riguardavano dapprima dispute principalmente sulla “cristologia” (soprattutto la questione del “filioque”, ovvero se lo Spirito Santo proceda dal Figlio oltre che dal Padre) e poi la questione del primato della Chiesa romana.

Dalla seconda parte del secolo scorso vi fu, però, una forte spinta verso il riavvicinamento tra le chiese separate. Nel 1965 le due chiese di Roma e di Costantinopoli solennemente hanno eliminato le conseguenze delle reciproche scomuniche del luglio 1054. Il 1º Dicembre 2006 Benedetto XVI e il patriarca Bartolomeo hanno sottoscritto una dichiarazione di intenti che per la prima volta definì entrambi «Pastori nella Chiesa di Cristo». Con riferimento al principio per cui “Extra Ecclesiam Nulla Salus” ciò significava che gli appartenenti a ciascuna delle Chiese, romana ed ortodossa, partecipavano delle stesse prerogative spirituali.

Notevoli speranze aveva, poi, suscitato l’incontro del 12 febbraio del 2016 nell’ aeroporto internazionale “Jose Marti” a L’Avana tra papa Francesco e il Patriarca Kirill di Mosca e di tutte le Russie. Si creò l’aspettativa che esso rappresentasse il passo definitivo ed irreversibile verso il riconoscimento reciproco dell’ appartenenza all’unica chiesa cristiana. Nella dichiarazione comune si dice che “è necessario, per superare le divergenze storiche,” unire gli “sforzi per testimoniare il Vangelo di Cristo e il patrimonio comune della Chiesa del primo millennio”.

Si può, dunque, capire l’amarezza del vescovo di Roma nel prendere atto che la legittimazione dell’invasione dell’Ucraina da parte di Kirill in un colpo solo da un lato poteva avere avuto una forte influenza nella decisione del presidente della Russia di invadere lo Stato confinante, da un altro aveva così conferito dignità alle atrocità che qualunque guerra produce, da un altro ancora aveva, se non cancellato, almeno fortemente frenato decenni di tentativi di riavvicinamento tra le chiese separate. E se in un primo tempo Francesco aveva pensato di incontrare il patriarca di Mosca, vi aveva poi dovuto a malincuore rinunciare per la ragione che “i tempi non sono purtroppo maturi”.

Ma l’invasione è caduta anche su una situazione di conflitto fra le chiese ortodosse di Mosca e dell’Ucraina. Quest’ultima, in una nazione a stragrande maggioranza ortodossa, fino al 2018 era unita nel proprio riferimento ecclesiale a quella di Mosca, dalla quale “dipendeva di fatto”.

Il 15 dicembre di quell’anno, però, la Chiesa Ortodossa ucraina, fondata con un “concilio di riunificazione” tra la Chiesa ortodossa ucraina -Patriarcato di Kiev- e la Chiesa ortodossa autocefala pure ucraina, decise di staccarsi da quella di Mosca e diventare così indipendente.

Tale decisione venne subito approvata dal Patriarca ecumenico Bartolomeo che riconobbe alla chiesa ortodossa di Kiev l’autocefalia, ovvero la piena autonomia ed indipendenza amministrativa. Ma contro quell’operazione insorse ancora una volta Kirill dichiarando scismatica la nuova chiesa ortodossa autocefala ucraina guidata dal giovane metropolita di Kiev e di tutta l’Ucraina, Epifanij.

In questa situazione è possibile chiedersi se l’operazione militare armata in Ucraina possa essere considerata anche una guerra religiosa (punizione dell’ autocefalia di Kiev separatasi dal patriarcato di Mosca). Si potrebbe, infatti, domandarsi se tanto la Mosca politica quanto la Mosca religiosa, contemporaneamente ed insieme, abbiano inteso riaffermare il proprio primato sui rispettivi mondi controllabili ed espandibili. Si può, cioè, chiedersi se Kirill abbia sperato nell’annessione dell’Ucraina da parte di Putin, o almeno nel cambio di regime con uno sottomesso a Mosca, ritenendo che ciò avrebbe potuto determinare anche il rientro della chiesa ortodossa di Kiev sotto il controllo del patriarcato di Mosca.

Balza chiara la differenza tra le chiese del mondo dell’ortodossia e la Chiesa romana universale (questo vuol dire cattolica), che sempre più si è caratterizzata per una impermeabilità alla tentazione del legame col potere temporale; ha preso, infatti, sempre più forza l’aspirazione a rappresentare tutti i popoli (e non taluno in modo particolare) in nome di regole e diritti universali di ogni uomo e di ogni collettività organizzata. E così il suo Pontefice può condannare l’aggressione dell’Ucraina da parte di Putin, con le atrocità che essa comporta, ma anche dire che può esserci stato un “abbaiare” della Nato che può avere costituito una provocazione, anche se non in chiave giustificazionista. Unicuique suum …

L’enciclica “Fratelli tutti” costituisce espressione di questa universalità per il suo riferimento (di stampo giusnaturalistico, che forse anche un filosofo laico come Norberto Bobbio accetterebbe) alle regole e ai diritti fondamentali del genere umano (il ruolo della religione è trattato soltanto nell’ultimo capitolo, l’ottavo, ma solo come opportunità “ad adjuvandum”). Ne sono segno anche la denuncia e il rammarico di Francesco, ivi esplicitati, per l’incapacità dell’ONU di garantire un ordine mondiale fondato sul rispetto di quelle leggi e di quei diritti, a partire dalla pace come condizione di ogni sviluppo.

Per questa tensione morale verso la pace in nome della dignità della persona e delle comunità umane, oltre che per la capacità di parlare chiaro, Francesco viene riconosciuto anche da tanti non credenti come una delle poche alte autorità morali e politiche più significative di quest’epoca e in grado di essere percepita come portatrice di interessi generali e non geopolitici. Un “Pontifex”, cioè costruttore di ponti e non di muri, come egli ama ripetere. In questa veste persegue senza sosta il tentativo di operare una mediazione che porti alla pace passando per la cessazione delle ostilità.

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Il mancato accordo dell'Europa sul VI pacchetto di sanzioni alla Russia (di Fernando Codonesu)

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