Primo Levi e due tazzine di caffè (di Roberto Paracchini)

 

Pace

“Djuevvb b!”.

“E che cos’è? Cara, per caso sei impazzita?” – “Vedi, anche tu non sei poi così diverso dai luoghi comuni da cui dici di distanziarti: se vedi o senti qualcosa che non rientra nella norma, vai subito alle conclusioni senza neppure porti un dubbio… Ma è proprio grazie a quel Djuevvb b che alcune cose mi sono sembrate più chiare”.

Due tazzine di caffè atterrano gentilmente sul tavolino di un bar dalle mani gentili del cameriere, forse ancora un po’ assonnato per via dell’apertura all’alba.

“Zucchero?” – “No, no…” – “Bravo, finalmente l’hai capito che lo zucchero fa male, anche a te”. – “Beh, a furia di sentirtelo dire mi sono documentato e…” – “E…?” – “E ho verificato che tutta la letteratura scientifica è d’accordo con te perché…” – “Lascia perdere, non è per lo zucchero che ti invito un caffè”. – “Già, farmi alzare prima dell’alba, poi paragonarmi a un luogo comune: sì, ce n’è abbastanza per…” – “Va beh va beh, sono stata un po’ irruenta, scusa!” – “Accettate, ma dimmi: che cos’è quella parola assurda e impronunciabile Djuevvb b, con cui mi hai aggredito appena seduti?” – “Ecco, appunto è un qualcosa di assurdo, uscito casualmente dalla tastiera del computer mentre pulivo alcuni tasti” – “Vai avanti, tanto se ti dico che stai peggiorando mi intrappoli in una dissertazione scientifica”.

– “Conosci Primo Levi?” – “Chi, lo scrittore?” – “Sì, e chi altrimenti: mio cugino? – “Tuo cugino…?” – “Piantala! Ascoltami: quella parola assurda, Djuevvb b, mi ha fatto pensare all’assurdo in cui Primo Levi si è trovato catapultato durante la guerra” – “Assurdo? Situazione crudele e impensabile direi, come mirabilmente descritto da Levi in ‘Se questo è un uomo’, logica conseguenza della follia totalitaria nazista, come spiegato da Hannah Arendt in ‘La nascita del totalitarismo’” – “Bravo, vedo che ai fatto i compiti…” – “?” – “Scusa è che me le offri sempre su un piatto d’argento” – “Non infierire, dai continua” – “A me interessa l’assurdità di quel che Levi ha vissuto” – “Perdonami ma non capisco perché continui a chiamare assurda una vicenda tragica e immane come la shoah”.

– “La shoah è infinitamente tragica, ovviamente. Ma deriva proprio da questa tragicità l’assurdo, da absurdus, stonato, qualcosa che è contrario alla ragione, all’evidenza, al buon senso, che è incomprensibile, quindi. Immagina quest’uomo ‘di tecnica e di scienza’ come Levi stesso si descrive nel libro da te citato, che entra in un lager, ad Auschwitz” – “Terrificante! ‘Se questo è un uomo’ fa capire la profondità di quella tragedia” – “Sì, certamente, ma ciò che ha fatto scattare in me Djuevvb b, intendo il collegamento con Levi, è proprio l’elemento dell’assurdo che quell’uomo di scienza, ricordiamo che lui era un chimico, ha vissuto in quella detenzione dove tutti i suoi parametri di analisi della realtà sono stati stravolti”.

– “Spiegati meglio” – “Penso a quella realtà come a un qualcosa di incommensurabilmente incomprensibile, a tutti e soprattutto a una mente razionale come Primo Levi” – “Ovvio ma ancora non capisco dove voglia arrivare” – “Quel qualcosa, su cui vorrei confrontarmi con te, è la riflessione che Levi trae da questa realtà assurda e che esplicita ne ‘La zona grigia’, racconto-saggio pubblicato nella sua raccolta ‘Sommersi e salvati’” – “Già, in quel racconto si percepisce la contaminazione che quell’assurdo, che è il lager, ha prodotto su tutti gli internati” – “Sì, ma non solo; penso che quel racconto sia come una lente o una chiave per entrare meglio nella poetica di Primo levi, quindi nelle cose che lo scrittore vuole dirci” – “D’accordo, allora fornisci quella chiave anche a me” – “Spiritoso… Seguendo le parole del chimico-scrittore quel lager ‘era un urto per la sorpresa che portava con sé. Il mondo in cui ci si sentiva precipitare era sì terribile, ma anche indecifrabile: non era conforme ad alcun modello’. Ed è qui che ti chiedo di soffermare l’attenzione perché ‘il nemico’, continua lo scrittore, ‘era intorno ma anche dentro, il ‘noi’ perdeva i suoi confini, i contendenti non erano due, non si distingueva una frontiera ma molte e confuse, forse innumerevoli, una fra ciascuno e ciascuno’”.

– “Per lui dev’essere stata una tragedia nella tragedia: accorgersi che guardare il male negli occhi lascia cicatrici profonde che aprono crateri interiori” – “Bravo, vedo che il caffè ti ha svegliato…” – “…Crateri interiori, dicevo, che continuano ad eruttare angoscia e brandelli di sopravvivenza compromesse da e con la scientifica e gratuita violenza in cui si vive” – “Certamente; e questo ci dice anche, scusami per la schematizzazione, che il bene non è un assoluto impermiabile per definizione alle cose brutte. Noi tutti esseri umani, sembra invitare Primo Levi, dobbiamo esercitarci di continuo per non farci risucchiare dalle brutture della storia o, se preferisci, dalle forti contraddizioni che ci circondano; quindi senza mai pensare che l’essere dalla parte del giusto ci esima da quel lavoro continuo di resistenza umana e culturale verso quella pioggia di palesi ingiustizie che invade il mondo. Una lezione validissima anche per l’oggi”.

– “Ti riferisci agli orrori della guerra?” – “Sì, ma anche alle migliaia di immigrati morti nel Mediterraneo, che qualcuno vorrebbe rimandare indietro nelle mani dei loro aguzzini in Libia (con cui l’Italia ha fatto vergognosi accordi) e dove esistono veri e propri lager; e mi riferisco anche alla violenza schiavista che viene esercitata sulle donne (si abbia il coraggio di chiamarla col nome appropriato: schiavismo di genere) in Afganistan e in Iran, solo per citare i due casi più noti, ma anche in tanti altri Paesi, e pure in ampie parti dell’occidente dove i femminicidi sono solo la punta dell’iceberg”.

– “Torniamo a Levi, hai parlato del racconto ‘La zona grigia’ come di una chiave di interpretazione…” – “Direi che è un invito a non semplificare e a non perdere mai la complessità che gli eventi contengono e producono: ‘Questo desiderio di semplificazione è giustificato’, scrive Levi, ‘la semplificazione non sempre lo è’ (…). Ora non era semplice la rete di rapporti all’interno dei Lager: non era riducibile ai due blocchi delle vittime e dei persecutori. In chi legge (o scrive) oggi la storia dei Lager è evidente la tendenza, anzi il bisogno, di dividere il male dal bene, di poter parteggiare, di ripetere il gesto di Cristo nel Giudizio Universale: qui i giusti, là i reprobi’. Ma non è così perché la violenza, il male in cui vivi ti contamina, soprattutto se intenso e continuo” – “Tragicamente vero, ma permettimi di precisare che quanto lo scrittore afferma è tanto più importante, quanto più Levi ha avuto ben chiaro chi erano i carnefici, i nazisti, e chi le vittime, tutti i perseguitati” – “Esatto e nel racconto ‘la zona grigia’ l’autore spiega molto bene e con una miriade di esempi come la costrizione fisica e morale possa trasformare molecolarmente le persone, portandole a fare atti infimi e vergognosi. Levi cita anche il Manzoni, che sottolinea che ‘i provocatori, i soverchiatori, tutti coloro che, in qualunque modo, fanno torto altrui, sono rei, non solo del male che commettono, ma del pervertimento ancora a cui portano l’animo degli offesi’”.

I due nostri interlocutori guardano il cellulare per verificare l’ora e i reciproci impegni. Poi ordinano due spremute d’arancio e proseguono la chiacchierata.

– “Prima hai allargato il discorso all’oggi mostrando parte della realtà assurda, nel senso da te inteso di non conforme a ragione, in cui viviamo; ma non hai precisato chi, nell’oggi, siano i carnefici…” – “Hai ragione: la potenza del discorso sulla zona grigia fatto da Primo Levi è che lui sapeva benissimo chi fossero i carnefici, la causa principale di quella zona grigia”.

– ”Allora dimmi della guerra in Ucraina” – “Purtroppo la guerra non è mai un pranzo di gala per nessuno degli attori, diretti o indiretti, coinvolti. Penso poi che si possano e si debbano fare discorsi di geopolitica, necessari al fine di avere sempre più chiaro il quadro e che si debba tenere presente anche tutte le variabili legate alle biografie degli attori coinvolti. Detto questo e preso atto che una guerra è un avvenimento tragico e complesso, va detto con chiarezza che in Ucraina si è trattato e si tratta di una guerra di aggressione da parte della Russia di Putin, a cui il governo ucraino aveva ed ha tutto il diritto di difendersi e di chiedere e ottenere aiuto per poterlo fare. Che poi in questo contesto intervengono vari altri interessi, è ovvio; ed è qui che penso debba inserirsi la diplomazia internazionale: per agire su tutte le leve che permettano di ripristinare la legalità del diritto internazionale, condizione indispensabile per un ‘cessate il fuoco’ duraturo”.

– “La violenza sulle donne” – “Penso ci sia una responsabilità storica che si è condensata in diversi centri di potere che il movimento femminista, nella sue diverse fasi storiche e differenti espressioni, ha avuto ed ha il merito di smascherare: il patriarcato. Nucleo fondante, quest’ultimo, dei regimi più maschilisti e ignobili (dall’Afganisthan all’Iran a tanti altri), ma anche di parte consistente dell’occidente. In quest’ultimo, per le donne si parla spesso, vergognosamente, di pensare a conquiste graduali, come è avvenuto per il voto e per la parità nel lavoro (che di fatto, sia chiaro, ancora non esiste). Ho detto ‘vergognosamente’ perché oggi esiste un livello di consapevolezza sul fatto che i diritti della persona non sono negoziabili, mentre di fatto sembra che per la donna sia ancora così anche in molta parte dell’occidente. E chissà perché si parla in questo senso dei diritti delle donne, non certo di quelli degli uomini?”.

– “L’ostilità verso l’immigrazione” – “Penso vi siano responsabilità plurime che spesso sfruttano ignoranza e paure che si legano alle prime, più interessi politici ed economici: alla logica dello sfruttamento in nero della manodopera per i lavori agricoli e non solo, ad esempio, conviene che il numero degli irregolari aumenti e che tutto resti immobile senza progetti di accoglienza e interscambio paritario con gli immigrati; eppure una riflessione seria sull’immigrazione permetterebbe di frenare (ad esempio con corridoi di immigrazione pubblicamente controllati) la continua diminuzione della popolazione e di quella in età lavorativa in particolare; in più produrrebbe molti progetti in grado di contribuire al rilancio dell’economia e a un incremento esponenziale del progresso culturale. Sia chiaro, i problemi sono qui stati solo accennati, come in una conversazione da caffè. Aggiungo solo che esiste oggi un quadro complessivo che tutto condiziona: l’aumento del riscaldamento globale e che solo per essere introdotto richiederebbe ben più di un caffè. Quindi alla prossima”.

Il cameriere domanda di nuovo se “la signora e il signore desiderano altro”. I due chiedono un bicchiere d’acqua ciascuno, come scusa per restare qualche altro minuto e per salutarsi con calma.

– “Bene, mia cara, allora a presto…, no no, scusa: Primo Levi, quindi…? Dammi una chiusura – Lei sorride: “Non fare il finto tonto, sai benissimo che soprattutto oggi i finali non esistono. Però direi che Primo Levi insegna con forza che dobbiamo sempre stare in guardia dalle semplificazioni ed essere consapevoli che le brutture e le contraddizioni dell’attuale contemporaneità possono, e in parte inevitabilmente lo fanno, contaminare anche noi” – “Mi stai forse dicendo che le anime belle non esistono!” – “Sì, e non meravigliarti: siamo tutti, ripeto chi più chi meno, un po’ contaminati; ma credo ci sia un modo per impedire che queste contaminazioni diventino una crosta, se non addirittura un’armatura” – Sorride anche lui: “Svelami il segreto e poi ce ne andiamo” – “Si tratta di un qualcosa di complesso e semplice allo stesso tempo: dobbiamo pervicacemente cercare di rispettare noi stessi e gli altri e per gli altri intendo tutti gli esseri viventi. E anche questo è un insegnamento di Primo Levi. Ciao ciao”.

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